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Marino Magliani sul suo romanzo “Il cannocchiale del tenente Dumont”: tre personaggi in fuga dal mondo che li imprigiona.

19 luglio 2021

Ne “Il cannocchiale del tenente Dumont” non è importante la meta ma il viaggio. Come e quanto si perdono i tre personaggi?

Hanno tre obiettivi diversi. Per il capitano Lemoine è una specie di missione segreta che il lettore scoprirà a suo tempo, e potrebbe essere una resa dei conti che lo aspetta a Porto Maurizio. Per il soldato basco Urruti sembra seguire l'ordine di aiutare il capitano a perseguire il suo obiettivo. Il tenente Dumont, invece, ha un sogno: sparire, rendersi invisibile, vivere non tanto lontano da qualche posto, quanto lontano dalla Storia. E in qualche modo sì, per lui si tratta di un viaggio.

L'AUTORE

Marino Magliani

Nato in Liguria nel 1960, Marino Magliani vive in Olanda, dove scrive e traduce. Il suo nuovo romanzo, “Il cannocchiale del tenente Dumont”, è edito da L’Orma.

I tre protagonisti disertano per evadere da un mondo che li imprigiona. Quale rapporto trova tra la loro diserzione e la nostra quotidianità?

Hanno conosciuto l'hascisc, il vizio, la schiavitù, sono i primi narcotrafficanti moderni, i primi a conoscere questo genere di trappole. Dumont ha tutto dell’artista sognatore e potrebbe certamente attraversare la Liguria come tanti lo fanno ora.

Vent’anni per scrivere questa storia. Si è sentito un po’ il quarto soldato napoleonico perso per i boschi liguri?

Sì, era un romanzo pieno di entusiasmo, che dopo tanto tempo, in parte, è venuto meno. Forse, pare a me, il quarto soldato è stato il dottor Zomer, si è sentito anche lui un disertore e un sognatore.

Talvolta, per il lettore, diventa quasi onirico perdersi nelle terminologie settoriali. Quanti linguaggi specifici si trovano nel romanzo?

Ci sono materiali differenti, e quindi pure registri; alla cronaca classica si alternano dispacci brevi, carteggi. Il tentativo, col tempo, è stato quello di lavorare su questo genere di linguaggi.

Tra le pagine ho percepito che, nonostante lo sforzo degli uomini, il futuro non può che essere ineluttabile. Assume così importanza la natura e il suo persistere. Che valore ha il paesaggio nel suo romanzo?

È importante, perché è attraverso l'esplorazione di quel mondo “diverso”, come il deserto vissuto dai protagonisti in Africa, e l'attentissima osservazione per mezzo del cannocchiale, che dipende la loro salvezza. Ma non c'è consolazione. Io desideravo scrivere di una Liguria scomparsa, pulita, intatta; stanco di una Liguria che crolla.