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VIKRAM SHAH

Il cammino di Vikram Shah

Dall’India all’Europa, l’ex vice direttore generale della Fao ha trovato la sua oasi di pace in Ticino. Oggi insegna inglese alla Casa Andreina di Lugano, continuando a percorrere la sua strada senza abbattersi mai.

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ALAIN INTRAINA
24 maggio 2021
Vikram Shah, nato  in India 83 anni fa, ha percorso un cammino spirituale che lo ha guidato e lo ha accompagnato in una vita che, dopo aver ricoperto cariche di prestigio, lo ha portato in Ticino.

Vikram Shah, nato in India 83 anni fa, ha percorso un cammino spirituale che lo ha guidato e lo ha accompagnato in una vita che, dopo aver ricoperto cariche di prestigio, lo ha portato in Ticino.

Elegante, passo sicuro, cappello, occhiali da sole e bastone bianco. Vikram Shah ci apre la porta e ci fa strada nella casa dei ciechi Unitas di Tenero-Contra. «Questa è anche casa mia», ci dice invitandoci a entrare.

Ogni suo gesto rivela una classe d’altri tempi. Ha 83 anni, parla otto lingue (sanscrito compreso) e tiene corsi d’inglese al centro diurno di casa Andreina a Lugano. Fa parte del comitato di Unitas: «Siamo 800 soci, tutti con handicap visivi. L’ho conosciuta 10 anni fa. È stata la mia ancora di salvezza. Qui sono felice, perché si impara molto gli uni dagli altri».

Vikram Shah è nato a Bombay (oggi Mumbai) nel 1938, mentre l’India, dopo due secoli di dominazione inglese, si preparava all’indipendenza. Il piccolo Shah viene mandato a studiare dai gesuiti, all’istituto St. Mary di Bombay: «I miei genitori, che erano giainisti, una religione simile al buddismo, erano convinti che da loro avrei avuto l’istruzione migliore. Mi ricordo ancora bene il rispetto profondo dei padri, che accoglievano scolari di tutte le fedi. Tutte quelle croci con il Cristo nei corridoi dell’istituto mi sono rimaste impresse nella mente. Mi chiedevo spesso cosa volesse dire I.N.R.I., ma non ebbi mai il coraggio di chiederlo».

Il nonno di Shah, importatore di perle dal Golfo Persico, aveva trascorso buona parte della sua vita in Francia e suo padre ebbe la fortuna di studiare nelle migliori università europee. Al momento dell’indipendenza dell’India, il 15 agosto del 1947, era avvocato del foro di Bombay. «Due anni dopo, nel 1949, fu trasferito a Roma come diplomatico all’ambasciata indiana. Avevo 11 anni e dopo tre settimane di nave arrivammo a Londra. Quell’estate andammo anche a Berna, dove il migliore amico di mio padre era rappresentante dell’India in Svizzera. E fu in quell’occasione che mi innamorai di questo Paese e del suo cielo, sorretto da montagne incantevoli».

Roma, New York, Roma

Dopo Berna, Shah e i suoi genitori arrivano a Roma, dove il padre era stato assegnato all’ambasciata d’India. «Era fortissima la spiritualità che respiravo in quella città: adoravo entrare nelle chiese e seguire le messe». Dopo il liceo Chateaubriand di Roma, Shah segue il padre diplomatico prima a Rio de Janeiro e poi in Inghilterra, dove studia scienze economiche, rapporti internazionali e filosofia a Oxford. A ventun’anni è già laureato con master e viene assunto come analista economico al “The Economist Interregions Unit”, centro di ricerche economiche associato al settimanale “The Economist”. Nel 1964 parte per New York con un incarico all’Onu e nel 1970 viene chiamato alla Fao a Roma, dove negli anni Novanta ricoprirà l’incarico di vicedirettore generale.

I due grandi vuoti della sua vita

In questa vita straordinaria, fatta di viaggi, incarichi prestigiosi e incontri importanti (conobbe Valéry Giscard d’Estaing, ex presidente francese, ed ebbe rapporti amichevoli con il cancelliere tedesco Willy Brandt), ci sono due lutti che stravolgono la vita di Shah. «Nel 1994 la perdita di mia moglie, che mi lasciò dopo una lotta contro il cancro durata 4 anni. Lei era americana di origini tedesche. Ed ecco qui, ancora una volta, il mio richiamo all’Europa». Sono anni difficili per Shah. Nel 1991, a 53 anni, scopre di avere un glaucoma, malattia cronica che causa danni irreversibili alla vista. Nel 1995 lascia il suo incarico alla Fao, e si trasferisce in Toscana, dove trascorrerà vent’anni prima di approdare in Ticino. Nel 2006, Shah affronta un altro lutto dolorosissimo: la figlia Maya muore a 46 anni per un male incurabile.

Delle tre figlie rimaste, una vive a Londra e le altre due negli Stati Uniti. Ma Shah non si sente solo. A dargli forza è la sua spiritualità: «La fede non si compra, ma cresce se abbiamo cura della nostra anima». Due anni fa, Shah ha abbracciato la chiesa cattolica. «Sono stato battezzato da Don Christian, parroco di Tenero-Contra e ho avuto due padrini d’eccezione: Mario Vicari, presidente di Unitas, e Anna Bisi, la vedova di Tarcisio Bisi, fondatore di Unitas».

Shah ha trovato in Ticino la sua oasi di pace. Ma la sua terra d’origine, confrontata oggi con il dramma del Covid-19, non l’ha mai dimenticata. «Il Mahatma Ghandi era un amico di famiglia dei miei nonni. Veniva a trovarci ogni volta che, arrivato a Bombay, aveva bisogno di un po’ di pace. I nonni mi raccontavano che quando avevo un anno, Ghandi mi prendeva sulle sue ginocchia e mi faceva giocare. Il suo assassinio nel 1948 fu una tragedia per noi e per tutta l’India».