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Il desiderio

Elisa Ruotolo sul suo romanzo “Quel luogo a me proibito”: una donna tra tabù e divieti e la scoperta del corpo in età adulta.

03 maggio 2021

Il ricordo – un tema del suo romanzo - può migliorare il presente?

È la riflessione su ciò che ci ha attraversati a consentire il mutamento e, forse, il miglioramento del nostro presente. La mia “donna bonsai” (la protagonista senza nome del romanzo, ndr) attraversa il suo passato, lo ricorda, quando comincia a sentire di non aver vissuto abbastanza e di aver mancato molte occasioni. È un ricordo che quasi non subisce più gli eventi, ma li referta. Solo la comprensione di ciò che è accaduto mentre i suoi sensi erano addormentati, solo il diventare responsabilmente consapevoli di ciò che realmente ha desiderato (e ancora desidera), può aiutarla a rinascere.

L'AUTRICE

Elisa Ruotolo

Nata nel 1975, Elisa Ruotolo ha esordito con “Ho rubato la pioggia” (ed. Nottetempo, 2010). Nel marzo scorso è uscito il romanzo “Quel luogo a me proibito” (ed. Feltrinelli).

Cosa significa desiderare?

Significa darsi delle possibilità, contiene la sotterranea fiducia di trasformarle in qualcosa che ci riguardi. Chi desidera ha sempre qualcosa che lo attende al di là della porta, deve solo trovare il coraggio di attraversarla, imparare a sentire il disagio della sua chiusura.

Quale rapporto c’è tra la scrittura e la vita reale?

Un rapporto molto intimo. Che si inventi o si ricordi, la parola scritta è visceralmente incarnata nella verità del vivere. Importa che la parola ne sia testimone fedele. Nel mio romanzo ho ricordato e raccontato e a un certo punto tutto si è mescolato inavvertitamente, in un impasto in cui non era più determinante distinguere.

Cosa possiamo salvare della famiglia?

Tutto ciò che contribuisce alla crescita e alla responsabilità dei suoi componenti. Se diventa uno spazio in cui restare senza incancrenire, se vengono rispettate le spinte centrifughe di chi lo abita, se si dimentica l’etimologico “famulus”, che indica un rapporto di servitù o di schiavitù nel quale è impossibile edificare, ecco, la famiglia può essere ed è un buon microcosmo. Quella in cui vive la protagonista del mio romanzo è tutt’altro: non educa alla crescita, ma a restare piccoli, fragili, in allerta rispetto alla vita e al desiderio.

Tutte le feste a cui non siamo andati. Cosa ci siamo persi?

Forse il contatto con la nostra “zona interiore” più vera. Abbiamo permesso alla vita di prendere pieghe indesiderate e soprattutto abbiamo dato spago a un rimpianto che dura, in cui si continuerà a inciampare. Tuttavia, la nostra identità è anche il frutto delle scelte mancate.