Il fascino dell'antidivo | Cooperazione
X

Argomenti popolari

PERSONAGGI
SAULO DECARLI

Il fascino dell'antidivo

Discreto, riservato, lontano dai social e legatissimo a moglie e bimbi. È l’identikit di Saulo Decarli, calciatore professionista partito dal Locarnese. Col Bochum si gioca la promozione nella serie A tedesca.

FOTO
MELANIE TÜRKYILMAZ
26 aprile 2021
Saulo Decarli ha mosso i suoi primi passi da calciatore a Locarno. Oggi gioca nel Bochum.

Saulo Decarli ha mosso i suoi primi passi da calciatore a Locarno. Oggi gioca nel Bochum.

Dietro alla sua casa, in un paese alla periferia di Dortmund, c’è un grande bosco con un parco giochi. È lì che Saulo Decarli, 29 anni, locarnese, calciatore professionista, passa ore e ore con sua moglie Kristina e coi suoi due bimbi, Isak (3) e Noah (2). Perché per il difensore centrale del Bochum, squadra che sta lottando per salire in Erste Bundesliga, la serie A tedesca, la famiglia è la priorità assoluta. «Il calcio è stato un dono della vita. Se mi paragono ad altri della mia generazione, mai avrei pensato di fare carriera».

I tendini di Achille

L’incontro con Saulo avviene tra il lungolago di Locarno e Piazza Grande. A poche centinaia di metri dallo stadio Lido, il luogo in cui ha mosso i primi passi del suo singolare percorso da professionista. «Era da oltre mezzo anno che non tornavo in Ticino. Per colpa del Covid. Sono parecchio legato a papà Igor, a mamma Cristina, a mia sorella Micol e anche ai miei nonni. Il Locarnese è davvero il mio habitat naturale. La mia infanzia l’ho vissuta a Losone, ricordo ancora le combattutissime partite tra amici sul campetto rosso delle scuole medie. Quando durante le vacanze il custode portava via le porte da calcio per noi era una tragedia». Formatosi nel Team Ticino, Saulo appartiene a quell’annata di talenti che ha vinto il mondiale under 17 nel 2009. Lui, però, a quel mondiale non c’era. «Gli altri erano tecnicamente più forti di me». Eppure dopo Locarno e Chiasso questo ragazzo biondissimo girerà mezza Europa. Dapprima fa tappa a Livorno, dove otterrà una promozione in A. Poi va all’Avellino. All’Eintracht Braunschweig, in Germania colleziona oltre 70 presenze. «Ed è proprio a Braunschweig in quel periodo, cinque anni fa, che ho conosciuto mia moglie Kristina, di origine serba. Una ragazza bellissima, intelligente». Al Club Bruges, in Belgio, Saulo vince un campionato e una supercoppa. Ora è al Bochum, club che punta al ritorno tra i big. «Il mio è stato un cammino fatto di alti e anche di bassi. Basti pensare che mi sono rotto entrambi i tendini di Achille. Spesso mi sono dovuto rialzare. Ad aiutarmi, anche nei momenti difficili, è stata la mia indole da agonista, ci ho sempre creduto nonostante i miei limiti». Anche se poi questa voglia viscerale di imporsi risulta in netto contrasto con un altro lato del carattere di Saulo. «Sono istintivo e in certe situazioni troppo orgoglioso. Non sono mai riuscito a bussare alla porta di un allenatore per chiedere spiegazioni magari in merito a una mancata convocazione. È una parte di me che definirei spigolosa. So che questo atteggiamento può generare fraintendimenti. Mi capita anche in altre situazioni di non fare capire agli altri come sono realmente. Ad esempio in allenamento mi definiscono tutti come eccessivamente serioso. In realtà a me piace tantissimo scherzare e fare gruppo».

Gli scacchi e le cene

Ama gli scacchi e col suocero disputa match interminabili. «Mi affascina il fatto che un gioco così semplice nasconda un’infinità di mosse». Saulo è quello che si potrebbe definire un antidivo. Discreto. Riservato. Legato a una vita regolare. «Alla domenica sera, ad esempio, metto a dormire i bimbi e cucino con Kristina. Ci piace combinare le nostre due culture: lei magari prepara i cevapcici, io la polenta». Il 29enne non è nemmeno sui social. «Ci sono stato in passato. Ma poi mi sono accorto che ci trascorrevo davvero troppo tempo. Non ho nulla contro Facebook o Instagram. Però da quando ho chiuso gli account la mia qualità di vita è migliorata».

Inno alla normalità

Saulo ha studiato al liceo linguistico. A un certo punto si era pure iscritto all’università di Friborgo. «Non feci nemmeno in tempo a iniziare il semestre. Mi chiamò il Livorno. Mi dissero che durante una partita delle nazionali giovanili tra Svizzera e Italia qualcuno mi aveva notato. Era un treno che non potevo non prendere. In futuro potrei rimettermi a studiare». Storia di un lottatore, abituato a sudare per guadagnarsi il posto in squadra. «Spesso mi sono trovato di fronte a una concorrenza agguerrita. È stata una costante per me. D’altra parte la vita è così». Semplice, spontaneo, senza troppi grilli per la testa. Col pensiero che torna spesso ai figli e alla moglie. «Io sono una persona normale che fa una vita normalissima. Amo le piccole cose. All’aeroporto ridono sempre tutti perché io ho il passaporto svizzero, mia moglie è serba mentre i nostri figli, essendo nati in Germania, sono tedeschi. Siamo tanto normali quanto speciali allo stesso tempo».