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Il lato oscuro dello sport

Fulvio Sulmoni, ex calciatore, è autore di “Piacere di averti conosciuto”, un libro che sta facendo discutere tutta la Svizzera. Il 35enne racconta di notti insonni e forti pressioni.

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ALAIN INTRAINA
18 gennaio 2021
Fulvio Sulmoni  ha appeso le scarpe al chiodo l'estate scorsa. Ha giocato nel Lugano, Locarno, Chiasso, Bellinzona e Thun.

Fulvio Sulmoni ha appeso le scarpe al chiodo l'estate scorsa. Ha giocato nel Lugano, Locarno, Chiasso, Bellinzona e Thun.

«No, non ho sputato nel piatto in cui ho mangiato. Volevo solo raccontare i lati oscuri del mondo dello sport d’élite. Ne sentivo il bisogno». A qualche mese dall’uscita del libro Piacere di averti conosciuto, l’ex calciatore Fulvio Sulmoni non è pentito. Anzi. Il suo testo sta facendo discutere tutta la Svizzera. Tanto che presto sarà tradotto anche in tedesco. «Riscriverei mille volte le stesse parole – ammette il 35enne di Mendrisio –. Alla base vuole esserci un discorso costruttivo. E in tanti l’hanno recepito».

Nel testo, fortemente autobiografico, pone molta attenzione sull’importanza della formazione scolastica per gli sportivi.

Sì, perché tanti ragazzi frequentano una scuola solo “perché si deve”. Senza consapevolezza. La realtà è che lo sport, nel mio caso il calcio, ti può abbandonare da un momento all’altro. Ed è una sensazione che ho vissuto spesso negli ultimi anni della mia carriera. Io, fortunatamente, avevo già in tasca una laurea in economia, che oggi mi permette di avere un buon lavoro in banca.

Ecco. Parliamo di queste sensazioni.

Ho passato tante notti insonni. Pensavo di tutto e di più. Quello che non mi faceva dormire era la precarietà del mio (ex) mestiere. Sapevo che bastavano tre partite sbagliate per compromettere una carriera.

I calciatori sono ritenuti privilegiati. Perché un privilegiato si lamenta?

Nell’immaginario collettivo i calciatori sono persone ricche e quindi non hanno diritto di lamentarsi. Ma anche il calciatore più affermato è una persona, contraddistinta da fragilità. Ci sono sportivi famosissimi che soffrono di depressione.

La sciatrice Lara Gut raccontò di sentirsi particolarmente serena dopo un grave infortunio. Comprensibile?

La capisco. In certi momenti la pressione di sponsor e media è così forte che solo uno stop forzato può aiutarti a guardarti dentro. Sono sensazioni descritte anche da altri grandi sportivi come il tennista Andre Agassi o il calciatore Marco Van Basten. E poi non dimentichiamoci di una cosa…

Prego…

I veri vip sono solo la punta dell’iceberg. C’è tutto un mondo sommerso, fatto di sportivi che percepiscono uno stipendio alto, ma tutto sommato normale. E che, per forza, a un certo punto devono pensare a cosa faranno “dopo”. Perché sanno che quanto guadagnato non consentirà loro di vivere di rendita.

Dal suo libro emerge che lo sport professionistico non fa bene alla salute. Conferma?

Non fa bene né alla salute mentale, né a quella fisica. Gli sforzi sono talmente grandi che anche il corpo ne risente. E poi si è sempre sotto stress. Bisogna continuamente indossare una maschera.

È per quello che le interviste ai calciatori sono tutte uguali?

Sì, con risposte automatiche, che vanno bene a tutti e non creano problemi. Se uno sportivo dice qualcosa di scomodo, il giorno dopo viene chiamato in un ufficio e si deve giustificare.

Zero spensieratezza?

Bisogna stare attenti a ogni cosa che si fa o si dice, soprattutto nell’era dei social. Il giocatore deve mostrarsi sempre felice e in forma. Non solo per una questione di immagine del club. Ma perché se ti fai vedere un po’ giù di morale, poi ti fanno delle domande. E magari potresti perdere anche il tuo posto.

«La precarietà del mio (ex) mestiere non mi faceva dormire»

 

Lei dipinge lo sport professionistico come un ambiente arido.

Nel calcio è così. Di certo mancano calore e figure professionali che aiutino gli sportivi a gestire certe dinamiche psicologiche. C’è una carenza di intelligenza emotiva. Sono situazioni che noto anche sui campi calcati dai ragazzi.

Apriamo una parentesi sul calcio giovanile. Cosa non le piace?

I genitori tifosi a volte rappresentano un male. C’è chi proietta sui figli i propri sogni falliti. Non c’è cosa più sbagliata.

Nel libro ricorda un aneddoto di quando aveva 15 anni…

All’epoca giocavo nel raggruppamento Basso Ceresio. Venni convocato nella nazionale giovanile nel Canton Berna. Non ci volevo andare a quel provino. Ero abituato a giocare con le persone che conoscevo. Temevo il giudizio altrui.

Lo sport è ormai una giungla. O no?

La società è già troppo competitiva nella quotidianità, non bisognerebbe rendere tanto competitivo anche un gioco come il calcio. Spesso il ragazzo più che andare a divertirsi e a sfogarsi fisicamente subisce pressioni. Oltre a quelle che ha già a scuola. Ciò che più mi preoccupa è che sovente i ragazzini si identificano nel ruolo di calciatori e dimenticano tutto il resto. Lo studio va in secondo piano.

A volte ci si mettono anche gli allenatori. Cosa ne pensa?

Alcuni allenatori di giovani non sono al posto giusto. C’è chi crea aspettative irrealistiche e chi distrugge la passione. È assurdo che ragazzini di 12-13 anni passino la maggior parte del tempo in panchina. Questo non è divertimento. Vale anche per i ragazzi più grandi, che fanno parte delle cosiddette selezioni. Una mancata convocazione può causare danni psicologici enormi in un ragazzo dal carattere fragile.

“Piacere di averti conosciuto” è un titolo ironico?

Non così ironico, tutto sommato. Io sono grato al mondo del calcio, ma dalla scorsa estate, ritirandomi dal professionismo, mi sono distanziato da questo ambiente.

Angelo Renzetti, presidente del Lugano calcio, non ha preso bene alcune frasi pubblicate.

Renzetti e il Lugano non hanno nulla a che vedere con quello che ho scritto. Ho dato del codardo ad alcune persone, ma di certo non a Renzetti. Quello che ho raccontato va oltre. Mi sono reso conto che col passare degli anni, l’ansia dentro di me aumentava. Poi sono subentrati due eventi importanti: mi è stato diagnosticato un tumore ai testicoli, con tanto di recidiva, e mi è nato un figlio. Cose che ti scuotono. Mia moglie Paola, che è psicologa, mi ha stimolato a buttare fuori la sofferenza che avevo dentro. Vedeva che non ero più leggero come prima.

Quanto le è pesato parlare del suo tumore ai testicoli?

Ha fatto parte della mia vita di calciatore e di persona. Non è una colpa. L’ho elaborata e ho pensato che non avesse senso nasconderla. Sapevo che parlandone avrei potuto fare prevenzione.

L’amicizia nel calcio non esiste. È quanto ha spiegato. Conferma?

Un calciatore professionista è destinato a cambiare squadra spesso, perciò è difficile che si creino legami stretti. Va anche detto che i posti in campo sono soltanto undici. E tutti vogliono giocare. Questo sovente non favorisce l’instaurarsi di rapporti profondi. Per me poi l’amicizia è una cosa sacra, ho pochi amici e tutti estranei al mondo del calcio.

Fulvio Sulmoni: «Anche il calciatore più affermato è una persona, contraddistinta da fragilità».


Il ritratto

Fulvio Sulmoni (Mendrisio, 1986) è stato un calciatore professionista, di ruolo difensore. Ha aperto e chiuso la carriera con il Lugano. In mezzo Locarno, Chiasso, Bellinzona e Thun. L’estate scorsa ha appeso le scarpe al chiodo. Oggi lavora in banca. A settembre ha pubblicato “Piacere di averti conosciuto” (Ed. Tipo Print).