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Il progresso

Mara Fortuna sul suo romanzo “Le magnifiche invenzioni”: le scoperte di due fratelli nella Napoli di fine Ottocento.

07 giugno 2021

La Storia come una “magnifica invenzione”. Storie inventate che inventano la Storia. Come ha fatto a calarsi dentro?

In quegli anni di fine ’800 si respirava un’atmosfera effervescente, c’era molta fiducia nel futuro, nelle possibilità dell’umanità. Le storie di questo romanzo sono inventate, ma ruotano intorno a personaggi realmente esistiti. Il più importante è Marey, precursore del cinema. I suoi progressi, gli strumenti che costruiva (veri) e quelli per il volo del personaggio di Tunino (inventati), rappresentano questa grande tensione dell’epoca verso il futuro. È stato entusiasmante scrivere di un tempo così diverso dal nostro. La fascinazione che ha esercitato su di me è stata la strada per “calarmi” nella storia.

L'AUTRICE

Mara Fortuna

mara fortuna

Mara Fortuna è insegnante, giornalista e scrittrice. “Le magnifiche invenzioni” (ed. Giunti) è il suo romanzo d’esordio, ma sta già lavorando al secondo.

Il suo è un romanzo “duale”: la ricchezza e la povertà, Napoli e Parigi, Gaetano e Tunino, due modi d’intendere l’amore, due ossessioni. Sbaglio?

Si può leggere anche così. Aggiungerei “successo e sconfitta”, ma la soluzione è la trasformazione, l’uscita dal dualismo. È solo accettando gli insuccessi e correggendo la mira che i personaggi trovano una via d’uscita e riescono a realizzare le proprie visioni. Quelli che restano fissi, rigidi nei loro propositi o nel loro conformismo vanno incontro al disastro.

Quanta Parigi c’è a Napoli, e quanta Napoli a Parigi? Quanto sono profondi i legami e, come dice lei stessa nel romanzo, le distanze?

Napoli all’epoca era una capitale europea, venivano qui a studiare e lavorare artisti e scienziati, e aveva poco da invidiare a Parigi. Col tempo le distanze si sono molto accentuate, ma credo che le risorse umane in questa città siano sempre presenti, ora come allora.

Arte e scienza (le due ossessioni) calate in un tempo, fine ’800, che guardava alla modernità con gli occhi del mito. Abbiamo perduto quell'innocenza? È questo il più intimo dei messaggi del romanzo?

Sì, abbiamo perso l’innocenza. Ci siamo accorti che il nostro progresso non migliorava, anzi peggiorava le condizioni di vita di altri Paesi e non aveva solo effetti positive sulla nostra vita, basti pensare all’inquinamento. Tuttavia, gli unici strumenti che abbiamo per migliorare sono sempre la scienza, l’arte, la politica. Dalla scrittura di questo romanzo mi è rimasta la convinzione che quel sogno di giustizia e di riscatto andrebbero recuperati.