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Ticino, terra di contrasti: seconda in Europa tra le regioni dall’ecosistema più innovativo, ma confrontato con l’aumento delle disparità sociali. L’analisi di Moreno Baruffini dell’Usi. 

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ALAIN INTRAINA
12 aprile 2021
  Moreno Baruffini: «Di barlumi di speranza per il Ticino ce ne sono diversi, ad iniziare dall’industria biomedica».   

  Moreno Baruffini: «Di barlumi di speranza per il Ticino ce ne sono diversi, ad iniziare dall’industria biomedica».  

In Ticino la maggioranza degli occupati è straniera, i salari sono al palo e le disuguaglianze aumentano. Il Covid, poi, rischia di allargare ulteriormente la forbice tra il nostro cantone e il resto della Svizzera. Moreno Baruffini, responsabile dell’Osservatorio delle Dinamiche Economiche e del Mercato del lavoro presso l’Ire dell’Usi, individua le possibilità di riscatto.

Secondo la Commissione europea, il Ticino è la seconda regione in Europa per “ecosistema innovativo”. Eppure in pochi sembrano accorgersene. Come mai?

È difficile accorgersene perché il dibattito pubblico spesso è concentrato su altri temi economici, come l’apertura dei ristoranti in tempo di Covid. E poi si è abituati a pensare che siano le grandi aziende a guidare l’innovazione. In Ticino, invece, c’è un giusto equilibrio tra piccole e medie imprese che, grazie a una serie di fattori positivi che caratterizzano la nostra regione (investimenti, numero di dottorati, …), permette di creare stimoli adeguati per lo sviluppo innovativo. Inoltre, il Ticino è inserito in un’economia, quella svizzera, che sta seguendo un percorso di crescita che fa ben sperare nella sua capacità di resistenza in questo periodo difficile.

I dati sull’occupazione parlano però di una maggioranza di lavoratori stranieri (52,1%, 121.900, anno 2019) in Ticino, con un balzo importante di frontalieri. Qual è la sua opinione?

Qui bisognerebbe prendere in considerazione due fattori: la storia economica del Ticino e le tendenze in atto a livello globale. La crescita economica ticinese è recente. Fino agli anni ’50 era un cantone agricolo, da sempre dipendente da manodopera e da aziende straniere o d’oltralpe. Dalle cave di granito al sistema bancario, il Ticino ha da sempre attirato lavoratori esteri.

«Il Ticino è obbligato a trovare una sua strada»

 

Con i “bilaterali”, poi, il fenomeno è aumentato, in un cantone che, con una popolazione sempre più anziana, ha ancor più bisogno di forze fresche. In tempi di Covid, si è visto che i settori in cui si registra la più evidente crescita percentuale di frontalieri sono la farmaceutica e l’infermieristico.

Perché i frontalieri preferiscono restare in Italia (anche i molti che arrivano da fuori Lombardia) e non trasferirsi in Ticino?

Ancora una volta dobbiamo guardare alla nostra storia recente. Negli anni ’60, all’epoca della paura dell’“inforestierimento”, in Svizzera si è privilegiato il pendolarismo di confine, che obbligava i frontalieri a tornare a casa la sera, in modo da evitare l’arrivo di ulteriori “forestieri”. Abitare dall’altra parte della frontiera significa prezzi immobiliari e canoni di locazione più bassi, nessun premio di cassa malati e una vita meno cara. La questione che si pone ora è questa: dove alloggiare i 70mila lavoratori frontalieri e le loro famiglie? Come faremmo ad accogliere una nuova Lugano in Ticino? Se volessimo farne domiciliare 30.000, sarebbe tutto molto complicato. Ci sarebbero stravolgimenti sugli affitti, in un Ticino in cui si è costruito molto e non ha più molto spazio a disposizione.

Sono però in molti in Ticino a temere uno schiacciamento ulteriore dei salari. Tra il 2016 e il 2018 il salario medio nel privato è diminuito da 5.262 a 5.163 franchi. La crisi pandemica allargherà il divario tra Ticino e resto della Svizzera?

Bisogna precisare che sui 10 anni il salario medio è leggermente salito, grazie anche all’inflazione negativa, che ha preservato il potere d’acquisto. In tutti i casi, sì, il pericolo c’è. Questi ultimi dati tracciano una tendenza in cui, probabilmente, se la media non scenderà, sarà soltanto grazie all’aumento dei salari più alti e non di quelli più bassi. E questo scenario non è positivo.

Il raddoppio dei contribuenti con un patrimonio superiore ai 5 milioni di franchi e il raddoppio del numero di persone in assistenza, da 4.300 a 8.000, è un segnale?

Sì. Numerosi studi recenti dimostrano che laddove aumentano le diseguaglianze economiche, rallentano lo sviluppo economico e sociale, l’innovazione e la redditività. La soluzione sarebbe quella di considerare maggiormente l’Agenda 2030 dell’Onu e i suoi 17 punti per lo sviluppo sostenibile.

Un altro dato che conferma questo scollamento è l’aumento del gettito d’imposta sulla sostanza del 54% e sul reddito solo del 7% (2009 - 2017). Per l’economia ticinese cosa significa?

Bisognerebbe usare i proventi dell’imposta sulla sostanza per politiche effettive di sviluppo sostenibile nell’economia, nella società e nell’ambiente. Se le disuguaglianze aumentano è in pericolo la pace sociale, in cui è il confronto tra le parti sociali a portare al progresso.

Dove riporre un barlume di speranza per un’occupazione solida?

Di barlumi di speranza ce ne sono diversi, ad iniziare dall’industria biomedica e farmaceutica, in cui la Svizzera è all’avanguardia a livello mondiale. Ma non tutti riescono a diventare medici o ricercatori. Ci sono settori economici come il turismo che potrebbero creare possibilità di lavoro per quei ticinesi che non hanno necessariamente percorsi formativi accademici, ma che conoscono bene il territorio e lo sanno vendere bene. Anche a livello formativo e nella cultura le possibilità non mancano. Un maggiore impegno in politiche di inserimento professionale e di possibilità di formazione continua potrebbero aiutare ad affrontare i cambiamenti in atto e a superare il trauma del tramonto delle regie federali, della logistica e del ridimensionamento, in ambito occupazionale, del settore bancario.

Per riprenderci dalla pandemia sarebbe ipotizzabile una sorta di Recovery Fund per il Ticino?

No, per guardare al futuro serve pragmatismo, non tavoli di lavoro e commissioni che alla fine portano a compromessi che non accontentano nessuno. Bisogna saper decidere su come affrontare cambiamenti epocali imposti dalla digitalizzazione, dalla migrazione, dalla formazione, dall’invecchiamento. E dall’occupazione, confrontata con fenomeni di concorrenza globale che porta a una “guerra tra poveri”, tra lavoratori giovani e anziani, tra frontalieri e stranieri residenti.

Ad alcuni pare che il pragmatismo ticinese si riduca alla rincorsa delle mode del momento e alla copiatura di modelli altrui, Zurigo soprattutto.

Nell’ultimo Rapporto sulla competitività cantonale si individuavano nel turismo e nel ramo assicurativo due settori in cui poter crescere. Il Cantone finanzia progetti innovativi e ciò è positivo. Allo stesso tempo però vi sono enti privati e pubblici che guardano poco all’Agenda ONU 2030, ma seguono vecchie logiche da “free rider”, in zone grigie come negli investimenti sulle cripto-valute, criticate per la mancanza di trasparenza, e la contrattazione delle materie prime. Si sente troppo spesso che dobbiamo copiare Zurigo, ma noi siamo in Ticino, una cerniera che lega il Sud con il Centro Europa, che deve trovare la propria strada per uscire dalle sue sabbie mobili.

Una posizione geografica che pare sia diventata forse più una condanna che una benedizione. Il Ticino sarà costretto a trovare la sua strada in maniera autonoma?

In un certo senso sì. Il Ticino ha avuto un percorso economico molto positivo, basato su fattori esterni che l’hanno aiutato a progredire. Adesso, in questo cambio di paradigma e di fronte a questa sfida globale, il Ticino è obbligato a trovare una sua strada, basandosi sulla sua storia, valorizzando tutte le proprie specificità di un territorio chiamato a cambiare approccio mentale sul suo sviluppo economico e sociale, senza dover per forza diventare un cantone a statuto speciale.


Il ritratto

Moreno Baruffini ha 41 anni e, dopo la laurea in ingegneria, ha conseguito il dottorato in scienze economiche. Da più di dieci anni studia il mercato del lavoro ticinese e attualmente è il responsabile dell'Osservatorio delle Dinamiche Economiche e del Mercato del Lavoro presso l'istituto Ricerche Economiche dell’Università della Svizzera italiana.