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La Svizzera non è un “Sonderfall”

A colloquio con Maurizio Binaghi, esperto per l’insegnamento della storia nelle scuole dell’obbligo del Canton Ticino: il nuovo approccio didattico, la storia e l’utilità dei miti fondativi (Guglielmo Tell e il 1291) e il loro uso politico.

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SANDRO MAHLER
26 luglio 2021
Maurizio Binaghi: «Il "vecchio" manuale di "Storia della Svizzera" per le scuole medie presentava  il Paese in una visione autoreferenziale, superata».

Maurizio Binaghi: «Il "vecchio" manuale di "Storia della Svizzera" per le scuole medie presentava il Paese in una visione autoreferenziale, superata».

Il manuale per le scuole medie “La Svizzera nella storia” del 2014 ha introdotto una “rivoluzione” didattica: la Svizzera proposta come parte integrante della storia europea e non come Paese “Sonderfall”. Perché?

Negli ultimi decenni la storiografia ha aperto nuovi promettenti cantieri di ricerca sulla cultura, sulla mentalità, i protagonisti: donne, popoli colonizzati, emarginati. In particolare, in quest’epoca di globalizzazione presta attenzione alle relazioni tra i popoli, visti come interconnessi e non più per le differenze e i conflitti. Per questo il “vecchio” manuale di “Storia della Svizzera”, che presentava il Paese in una visione autoreferenziale, era superato. La nuova impostazione di “La Svizzera nella storia” ha voluto «inserire pienamente la storia nazionale nel processo politico, economico, sociale e culturale dell’Europa e del mondo» (dalla prefazione).

Nel frattempo, però, il capitolo sulle origini della Confederazione è già oggetto di revisione. Come mai?

Nel 2015, in occasione dell’anniversario della battaglia di Marignano, è emerso lo iato tra la verità storica e l’uso della storia veicolato dalla politica. Emblematico, lo scontro tra lo storico Thomas Maissen e Christoph Blocher. La revisione del capitolo sulla genesi della Svizzera, su cui stiamo lavorando, è necessaria proprio per declinare la dimensione storica e quella dei miti. E qui è fondamentale l’apporto dei Cultural Studies e della storia della mentalità e delle rappresentazioni, che ci insegnano l’importanza della costruzione identitaria.

È corretto parlare di origini della Svizzera nel 1291, tenuto conto che la Confederazione era parte del Sacro Romano Impero Germanico e lo fu fino al XVII secolo?

Gli studi storici hanno definitivamente messo in discussione i “miti di fondazione”, sconfessando l’idea di un’evoluzione lineare della storia elvetica dalle origini al XVIII secolo. Insomma, non c’è mai stata una “fondazione” della Svizzera. La più antica versione di questa narrazione appare la prima volta nel Libro bianco di Sarnen, scritto attorno al 1470. Per secoli si è considerato il giorno della fondazione della Confederazione, con il primo giuramento orale dei tre Waldstätten, l’8 novembre 1307. Oggi, nessuno ricorda più questa data, perché nel XVIII secolo si scoprì il documento sul patto del 1291. È solo alla fine dell’Ottocento, con i festeggiamenti del 1° agosto 1891, che si collegano i racconti dei miti di fondazione del 1307 con il Patto federale del 1291, come se i due eventi fossero uno solo.

«I miti sono utili come gli eventi storici»

 

Che valore ebbero gli altri patti sottoscritti nel XIV secolo?

Non di certo per creare organizzazioni statali. Ad esempio, quando nel 1351 Zurigo e nel 1353 Berna entrano nella Confederazione, stipulano delle paci territoriali con i cantoni forestali, ma tra loro non c’è nessuna alleanza! Allo stato attuale la formazione dell’antica Confederazione viene collocata nel XV secolo e non nel XIII. Le principali ragioni sono: la decisione confederata di espandere i suoi territori e di acquisire baliaggi comuni; il rafforzamento del ruolo direttivo di Zurigo e di Berna e la convocazione frequente di una Dieta; il ritiro forzato o volontario degli Asburgo dalla scena elvetica; l'emergere di una cultura politica comune nelle élite; infine, la consapevolezza di una “eccezione” confederale rispetto allo sviluppo statuale dell’Europa moderna.

Questa è la storia. Eppure lei sostiene che i miti sono utili…

Sì, utili quanto gli eventi reali, perché servono a “inventare” una tradizione e “immaginare” una comunità. Se si leggono gli storici svizzeri del XVI secolo si nota la volontà di giustificare l’esistenza di una comunità particolare come la Confederazione, formata da repubbliche cittadine e contadine, riunite da labili legami e da una Dieta con poteri limitatissimi. La costruzione a posteriori di miti di fondazione è servita a legittimare una realtà politica eterogenea sia all’interno sia rispetto a un’Europa monarchica in cui si stavano formando gli Stati nazionali.

Perché ancora oggi sono evocati e creduti dall’opinione pubblica come eventi storici?

Perché negli ultimi due secoli la Confederazione è stata condizionata da diversi periodi di crisi. Ricordiamo che lo Stato federale nasce nel 1848 all’indomani di una guerra civile e quindi si appropria dei miti per costruire una comunità nazionale. Basti pensare al forte simbolismo fatto di statue, dipinti e affreschi, presente a Palazzo federale. La forza dei miti e di una certa visione federale della storia, che ha molto condizionato gli studi, ha portato a considerare l’antica Confederazione del 1291 come un “precursore” della Svizzera federale del 1848, deformando il passato ad immagine del presente. Insomma, una narrazione storpiata degli eventi.

I miti sono poi serviti anche come collante identitario durante le due Guerre mondiali…

Sì, infatti, la Grande guerra creò un profondo fossato culturale tra svizzeri tedeschi e latini. Anche le differenze sociali si acuirono e sfociarono nel 1918 nello sciopero generale in un clima da guerra civile. I miti tornano di prepotenza alla vigilia della Seconda guerra mondiale nella cosiddetta “Difesa Spirituale”. E sono usati anche in questo XXI secolo soprattutto come pietra di paragone nei rapporti con l’Unione Europea.

Come reagiscono gli allievi quando lei spiega che Guglielmo Tell e il patto del Grütli del 1291 non sono fatti storici?

Con sorpresa. L’obiettivo della scuola, però, non è di decostruire una narrazione per sovrapporne una nuova, ma di svelare le ragioni dello sviluppo dei “miti di fondazione” attraverso una mediazione didattica variegata. E rendere così gli studenti attivi nella costruzione della conoscenza. Il confronto con la loro immagine della storia nazionale è uno spunto fondamentale per portarli ad interrogarsi sulla loro identità e sul loro rapporto con lo Stato.

Nel febbraio scorso, varie sezioni giovani dei partiti ticinesi e il sindacato SISA hanno chiesto a Manuele Bertoli di non fermare l’insegnamento della storia alla Seconda guerra mondiale ma allargarlo fino a oggi. È d’accordo?

Come non esserlo! Il problema principale è che la storia, come materia di insegnamento, vede progressivamente il suo spettro di competenza non solo allungarsi, ma anche allargarsi, con l’introduzione di nuovi sguardi e di nuove realtà. E c’è una richiesta degli studenti di capire il mondo che li circonda. Però, e lo dico a malincuore, con lo spazio sempre più ridotto che oggi ha la storia nella scuola svizzera, questa istanza è difficile da soddisfare. E provoca molta frustrazione negli insegnanti. Spetta alle istituzioni comprendere quanto sia fondamentale il nostro ruolo nella formazione civica delle nuove generazioni e agire per dare alla nostra materia lo spazio adeguato.

Maurizio Binaghi lamenta lo spazio sempre più ridotto dell'insegnamento della storia nella scuola svizzera.


Il ritratto

Maurizio Binaghi, laureato nel 1997 in storia e letteratura italiana all’Uni Friburgo, insegna storia al Liceo Cantonale di Lugano 1. È esperto per la storia nelle scuole dell’obbligo del Canton Ticino ed è presidente dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia. Gli autori del manuale “La Svizzera nella storia” in corso di revisione sono: Marzio Bernasconi, Daniele Bollini, Lisa Fornara, Pasquale Genasci, Rosario Talarico, Gianni Tavarini.