La tribù di Ermal Meta | Cooperazione
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INTERVISTA
MUSICA

La tribù di Ermal Meta

Terzo a Sanremo con “Un milione di cose da dirti”, il cantante italiano-albanese presenta il suo nuovo album, “Tribù umana”. Un disco energico, ricco di spunti autobiografici e temi sociali.

FOTO
Emilio Timi/mad
15 marzo 2021

All’ultimo Sanremo è arrivato terzo con “Un milione di cose da dirti”. Ma il cantante albanese, naturalizzato italiano, l’ha presa col dovuto fairplay: «Abbiamo vinto tutti perché un palco oggi è una fiamma accesa di speranza». E questo desiderio di ripartenza lo ritroviamo anche nel suo nuovo cd, Tribù urbana, uscito da poco: «Ho una voglia immensa di live, è la mia vita. In genere quando scrivo immagino di essere su un palco, stavolta mi sono messo in platea, pensando di stare fra il pubblico a cantare a squarciagola. Ne è uscito un suono più energico, un mix di vari generi». Il titolo si riferisce a quel filo rosso invisibile che unisce la gente come in una grande tribù: «Mi è venuto in mente ascoltando l’album tutto insieme. Gli uomini da sempre tendono a stare vicini, la tribù non è un luogo fisico ma l’anima che unisce le persone. Come la musica».

Un amore adolescenziale

Accanto al brano sanremese, troviamo momenti differenti, anche con qualche risvolto sociale, come in Nina e Sara: «Nasce dal ricordo di un amore adolescenziale. Lei era strana, un’anima in pena. L’ho ritrovata felice qualche anno dopo accanto a una ragazza. La società non le aveva dato gli strumenti per capire che ciò che lei provava non era sbagliato. E per questo aveva molto sofferto. Oggi andiamo su Marte, ma ancora non si accetta l’amore nelle sue diverse forme».

Il destino circolare

IL RITRATTO

Ermal Meta

Ermal Meta nasce a Fier (Albania) nel 1981 e si trasferisce in Italia a 13 anni. Nel 2016 pubblica “Umano”, primo album solista. Vince il festival di Sanremo nel 2018 con “Non mi avete fatto niente”, insieme a Fabrizio Moro. E quest’anno, con “Un milione di cose da dirti”, arriva terzo. Il 12 marzo è uscito il suo quarto cd, “Tribù umana” (Mescal/Sony Music).

Riferimenti autobiografici che ritroviamo anche in Il destino universale: «È l’unico pezzo in cui cito me stesso. C’è un destino circolare che ritorna, prima tocca a me e poi a te. Il movimento dell’umanità è come il sangue che circola: io ho lasciato la mia terra a 13 anni senza sapere cosa mi aspettava. Ma sapevo che dovevo andare via. Per un bene più importante». Uno dei momenti più intensi è Gli invisibili: «L’ho scritta dopo un viaggio negli Usa, dove un senzatetto mi ha raccontato una bella storia. Ne è uscita una canzone, in cui ho immaginato un esercito di invisibili che diventano supereroi. Tutti noi siamo stati invisibili almeno una volta nella vita». Un chiaro riferimento alla prima parte di carriera di Meta, in cui era “solo” un apprezzato autore per big come Mengo- ni, Emma, Renga e Annalisa: «Scrivevo per gli altri e mi sembrava strano che, nelle interviste, loro parlassero di canzoni che non avevano composto. Ci soffrivo, mi sentivo invisibile. È ciò che mi ha spinto a mettermi in proprio».