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Non arrendersi

Francesca Serafini sul suo romanzo “Tre madri”: la commissaria Lisa e la scomparsa del giovane River, le colpe e l’innocenza.

17 maggio 2021

Lisa è la commissaria del suo libro e River un quindicenne scomparso. Qual è l’essenza di entrambi?

Lisa è ossessionata dal senso di colpa. E il modo che trova per espiare le sue presunte colpe è raccontarsele attraverso la parola. River invece non ha colpe. Più Lisa indaga sul suo conto, più ne constata la purezza. È un’innocenza senza voce, però, perché River è scomparso. Eppure anche per lui in modo diffratto la parola è salvifica, perché riesce comunque a renderlo presente nel ricordo di tutti quelli che lo amano.

L'AUTRICE

Francesca Serafini

Nata a Roma nel 1971, linguista di formazione, Francesca Serafini scrive da anni sceneggiature per la tv e per il cinema. “Tre madri” (ed. La nave di Teseo) è il suo primo romanzo.

Quale mondo possibile ha cercato con “Tre madri”?

Un mondo in cui è contemplato l’errore. La possibilità di tutti di sbagliare. Penso, come il poeta e aforista italiano Arturo Graf, che «solo chi cadde può dare altrui l’edificante spettacolo del rialzarsi».

Vuole davvero arrendersi? A cosa non dobbiamo arrenderci?

È la domanda che pone Candy Crush Soda quando fallisci un livello. Te lo chiede perché pagando puoi continuare a giocare: puoi far finta di aver vinto. A pensarci, fallire deriva dal latino fallere che significa ingannare, ingannarsi. Esiste per gli esseri umani inganno peggiore del considerarsi infallibili? Forse è a questo che non dovremmo arrenderci: alla rimozione del fallimento. Ci renderebbe più indulgenti con noi stessi e con gli altri. Più umani, appunto.

Leggere a volte sposta la visione. Può darci un’indicazione per cambiare il nostro punto di vista?

Di tanto in tanto nel romanzo la voce narrante onnisciente in terza persona passa alla prima. Un modo per dire che nessuno, nella vita, può arrogarsi il diritto all’onniscienza e per suggerire di cambiare punto di vista, quando è il caso. Non basterebbe comunque a sapere tutto, ma a sapere meglio sì, perché moltiplicare i punti di osservazione può aiutarci a comprendere la complessità in cui siamo immersi.

“Tre madri” è un giallo letterario. Si ritrova in questa definizione?

Nel mio romanzo c’è un giallo e c’è una ricerca letteraria, che Luigi Matt in un suo saggio sul portale Treccani ha definito “postmoderna”. Se questo vuol dire aver scritto un giallo letterario, allora sì, mi ci ritrovo. In fondo, quando Sandro Veronesi ha ac- costato “Tre madri” alla letteratura di Dürrenmatt, credo che avesse in mente proprio una definizione del genere. E come potrei starci scomoda?