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DANIELE CAMPOLI

Pasqua, l'inizio della luce

Daniele Campoli è pastore della comunità evangelica riformata di Lugano. Arrivato sulla città del Ceresio 25 anni fa, dopo un’infanzia romana e un periodo di studi nella Svizzera tedesca, si definisce un cittadino del mondo.

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SANDRO MAHLER
28 marzo 2021
Daniele Campoli, a proposito della sua comunità in un Ticino maggioritariamente cattolico: «Siamo il condimento per così dire esotico».

Daniele Campoli, a proposito della sua comunità in un Ticino maggioritariamente cattolico: «Siamo il condimento per così dire esotico».

In questi giorni, Daniele Campoli festeggia un significativo traguardo: da 25 anni è infatti pastore della comunità della Chiesa evangelica riformata di Lugano. Nato 56 anni fa a Roma, sposato con Carla Sofia (di origini portoghesi) e padre di Michele, Claudia e Giorgio, proviene da una famiglia praticante. «Mia nonna, che mi è stata di grande aiuto nel mio cammino di fede, è stata la fondatrice, insieme con sua sorella e una loro amica, della chiesa evangelica battista di Ariccia, nei Castelli romani, una comunità in cui sono cresciuto spiritualmente e che è sempre stata molto dinamica e attiva. Malgrado fosse una realtà molto piccola in un contesto di forte minoranza religiosa, non si è chiusa in un “ghetto”, ma ha sempre cercato il dialogo con la società e in ambito culturale. I miei genitori sono tutt’oggi molto impegnati nella vita comunitaria. Per molti anni mio padre è stato membro e presidente del consiglio di Chiesa, anche con mansioni di predicatore laico. Inoltre, ho avuto la fortuna di avere avuto dei pastori che mi hanno sempre dato importanti stimoli per la riflessione e per il mio processo di maturazione».

Un terreno fertile, dunque, per far nascere in Daniele la vocazione al pastorato. «L’idea di studiare teologia me la propose il figlio del pastore con cui organizzavamo le attività del gruppo dei giovani. Partimmo in tre per il seminario teologico internazionale battista di Rüschlikon, nel Canton Zurigo, dove studiai dal 1986 al 1992 e aderii alla Chiesa valdese.

Uno è diventato professore di filosofia delle religioni negli Stati Uniti, l’altro, mio cugino, è pastore della Chiesa riformata di Poschiavo e io sono qui a Lugano». Lugano, dove giunse per la prima volta nel 1996. «Non conoscevo il Ticino. La prima bellissima impressione quando, con mia moglie, venni per il colloquio furono gli alberi in fiore lungo viale Stefano Franscini. L’esplodere della primavera con quei fiori stupendi fu come il presagio di una benedizione. Cosa mi sento? Italiano, romano, svizzero o portoghese? Riesco a esprimerlo in questo modo: quando iniziai a studiare a Rüschlikon mi sentii subito a casa. Trovai quei valori etici e di vita che mia nonna mi aveva sempre insegnato. Essere evangelici in Italia, a quei tempi, significava assumere comportamenti corretti, sobri, prediligere la semplicità, evitare l’ostentazione dei beni. In questo mi sento molto svizzero. Però, in realtà, tramite la mia esperienza culturale e di fede, non fondo la mia identità su concetti nazionalistici o sul culto della Patria, per cui mi sono sempre sentito un cittadino del mondo».

L’importanza dell’ecumenismo

Essere pastore evangelico in un cantone a maggioranza cattolica e dove i protestanti rappresentano circa il 4 per cento della popolazione non è così evidente... «Siamo il condimento per così dire esotico, la diversità, il “non scontato”. Con i festeggiamenti della fine dei lavori di ristrutturazione del tempio riformato di Lugano, qualche anno fa, abbiamo potuto toccare con mano la grande amicizia e la simpatia con cui siamo circondati. Con la Chiesa cattolica, come con le altre confessioni religiose, abbiamo ottimi rapporti. Semmai dei miglioramenti sono auspicabili con le istituzio- ni per un maggiore riconoscimento del lavoro di cappellania negli ospedali e nei luoghi di detenzione».

A proposto dei rapporti con le altre Chiese, Daniele Campoli si è sempre impegnato in campo ecumenico «perché credo al sogno stesso di Gesù, che vedendo tensioni già tra i suoi stessi discepoli, pregò Dio Padre affinché questi fossero uniti. Il comandamento dell’amore non è da mettere in atto solo all’interno delle nostre parrocchie, ma deve essere “il” segno visibile dei cristiani che si amano tra di loro. La fede cristiana non può più permettersi lo scandalo di as- sumere la mentalità e il linguaggio del discredito delle altre confessioni. Dobbiamo camminare insieme, discutere sulle divergenze, ma in uno spirito di amore. Spero che questa amorevole fraternità possa esprimersi visibilmente nell’ospitalità eucaristica tra le comunità cristiane».

Fra pochi giorni sarà Pasqua. Allora chiudiamo questo nostro piacevole incontro con Daniele Campoli chiedendogli di rivolgere un pensiero, in questo periodo di pandemia, ai nostri lettori. Lo fa con queste parole del vescovo Tonino Bello: «Pasqua sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l'inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo».