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INTERVISTA

RSI, è il momento delle scelte

La RSI secondo il nuovo direttore Mario Timbal: le misure politiche di risparmio; la sfida di cambiare il modo di lavorare, produrre e distribuire i contenuti; il ruolo dell’informazione e le prospettive di Rete Due.

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ALAIN INTRAINA
07 giugno 2021
Mario Timbal: «Alla RSI ho trovato una buona accoglienza da parte di tutti, apertura e dialogo».

Mario Timbal: «Alla RSI ho trovato una buona accoglienza da parte di tutti, apertura e dialogo».

Da due mesi Mario Timbal è il nuovo direttore della RSI. Davanti a sé ha un compito molto delicato, ossia attuare una politica di risparmio in un periodo assai complicato per tutto il mondo dei mass media, compresa la RSI, confrontata con il calo dei proventi dal canone (nel 2021 è diminuito da 365 a 335 franchi) e dall’emorragia degli introiti pubblicitari, aggravatasi con le incertezze causate dal Covid-19. A livello europeo poi, le sinergie all’orizzonte di Francia e Germania che rinforzano il settore radio-tv privato, presente anche sul mercato pubblicitario svizzero, rendono la sfida ancora più ardua.

Lei arriva da un’esperienza in Francia, come direttore della fondazione culturale Luma ad Arles. Com’è stato tornare “a casa”?

Indubbiamente più facile rispetto ad arrivare in un posto nuovo e tutto da scoprire come lo era il Sud della Francia.

Come ha vissuto il suo esordio in RSI?

Ho trovato una buona accoglienza da parte di tutti, apertura e dialogo. Sono molto contento.

Le sue parole programmatiche sono qualità, autorevolezza e creatività. Ambiziose o velleitarie, visto che nel 2022 RSI disporrà di un budget di 6 milioni inferiore rispetto a quest’anno e che, tra il 2020 e il 2023, la riduzione dei posti di lavoro prevista potrebbe raggiungere le 34 unità?

Ambiziose lo sono sicuramente. Se pensassi che fossero velleitarie, sarei al posto sbagliato. L’esercizio è difficilissimo, poiché dobbiamo risparmiare e nel contempo trasformarci. Sembra un’equazione impossibile, ma è proprio la trasformazione a darci l’opportunità di cambiare il modo di lavorare, di produrre e di distribuire i nostri contenuti. Il cammino non sarà indolore, ma una via sicuramente c’è. Va segnalato che il numero dei posti in meno è una stima e verrà precisato una volta definiti nel dettaglio i piani di risparmio.

«Continuare a fare le stesse cose con meno soldi non è possibile, poiché la qualità ne risentirebbe»

 

Lei parla di trasformazione e di nuovi equilibri. Niente rivoluzioni quindi…

No, non amo la parola rivoluzione, ma questo è il momento delle scelte. Continuare a fare le stesse cose con meno soldi non è possibile, poiché la qualità ne risentirebbe. Dobbiamo passare al setaccio la nostra offerta per scegliere ciò che continueremo a fare e ciò che non faremo più, sempre nel rispetto del mandato assegnatoci.

Le scelte dovranno essere fatte in un mercato radiotelevisivo confrontato con grandi sfide, che passano dalla capacità di stare al passo con i tempi, di acquisire nuove professionalità, format e linguaggi di comunicazione. Su questo punto cosa mi può dire?

La Svizzera italiana ha tutte le carte in regola per affrontare questa sfida. Ci troviamo però in una regione in cui tali profili professionali hanno poco mercato. E questo ci obbliga, rispetto alle altre unità aziendali della SSR, a lavorare più profondamente sullo sviluppo delle competenze e sulla formazione delle persone che lavorano in RSI. Riusciremo ad evolvere se sapremo rimetterci costantemente in discussione, capacità che ci è imposta dai tempi che viviamo.

Negli ultimi anni stiamo assistendo al moltiplicarsi dell’offerta informativa da parte dei grandi media nazionali e internazionali: radiogiornali ogni mezz’ora, canali all-news e reportage. Nell’ambito dell’informazione, come si muoverà la RSI?

L’informazione resta il pilastro, insieme alla cultura, del nostro mandato. Qualità e completezza sono fondamentali per dare al cittadino gli strumenti per partecipare al dibattito civile. All’interno della RSI, l’informazione ha varie sfide davanti a sé: tra queste la capacità di distribuire i propri contenuti in modo più trasversale; una migliore valorizzazione dei molti contenuti che produciamo quotidianamente e, non da ultimo, dovremo lavorare sulle modalità nel raggiungere quel pubblico che non fa più capo ai media tradizionali, ma a quelli digitali.

L’offerta informativa della RSI è molto presente e articolata sul piano regionale e locale locale. Forse lo è meno in ambito nazionale e internazionale…

Uno dei nostri compiti principali è di informare su cosa succede nella Svizzera italiana. Il nostro legame con il territorio in cui operiamo è importante. Tutto ciò non deve andare – e di fatto non va – a scapito della dimensione nazionale e internazionale: non dimentichiamo che la maggioranza del pubblico italofono in Svizzera vive al di fuori del Canton Ticino.

«Siamo strumento di promozione/coesione dell'italianità»

 

Cosa a cui, effettivamente, spesso non ci si pensa…

Noi non siamo la Televisione ticinese, il Tessiner Fernsehen, come di tanto in tanto veniamo strumentalmente chiamati oltre San Gottardo. Siamo la Televisione svizzera di lingua italiana, frutto virtuoso del Federalismo. Siamo espressione e strumento di coesione e di promozione dell’italianità, che è una delle quattro culture che fanno la ricchezza del nostro Paese e ne compongono l’identità.

Il palinsesto RSI è dominato da film e telefilm. In che modo Play Suisse affronta la sfida data dalle piattaforme digitali (es. Netflix)?

La nostra strategia è anzitutto di aumentare le produzioni proprie. L’errore più grande per un media di servizio pubblico sarebbe di cercare di confrontarsi con piattaforme che hanno disponibilità finanziarie che non sono minimamente paragonabili alle nostre. Nel 2021 la RSI ha a disposizione 220 milioni di franchi da canone e introiti commerciali. Una cifra pari al costo di un solo film di Hollywood o di due stagioni di una serie TV di Netflix.

Passiamo alla cultura, il mondo da cui lei proviene. Le prospettive di Rete Due paiono nebulose, nonostante lei abbia ribadito più volte che non verrà smantellata…

Proprio in questi giorni con Rete Due abbiamo iniziato un percorso di analisi in cui discutiamo e definiamo cosa riteniamo fondamentale e cosa non lo è. Gli obiettivi di risparmio valgono anche per Rete Due, che comunque riveste una grossa importanza nella nostra regione: collabora con donne, uomini e istituzioni attive in ambito culturale e dà loro visibilità. Il mandato ci assegna dei compiti specifici in ambito culturale (cronaca e approfondimento) e possiamo contare al nostro interno su competenze professionali di primissimo piano. Se dismettessimo certe attività, a rimetterci sarebbe tutta la Svizzera italiana, perché le perderemmo per sempre.

Per allargare il pubblico radiofonico e non solo, programmi di divulgazione culturale potrebbero passare da Rete Due a Rete Uno o essere trasmessi su tutte e due le reti?

Questo fenomeno si chiama long tail: un programma può nascere su Rete Due, ma quei contenuti possono essere replicati 1:1 o rielaborati in modo da toccare un pubblico diverso o più largo su un’altra rete o un altro vettore. È uno dei meccanismi che dobbiamo attivare maggiormente, anche se la divulgazione è una delle cose più difficili, perché alto è il rischio di risultare troppo didascalici o didattici.

Per finire, un altro suo cavallo di battaglia è l’inclusione e la diversità. In che senso?

A me più che di inclusione, piace parlare di diversità, di cui l’inclusione fa parte.

Cosa intende per diversità?

Diversità significa accostare programmi diversi tra loro, significa meno omogeneità sia nelle persone che lavorano sia nei contenuti prodotti. Io, più che a un palinsesto che ha un chiaro fil rouge che lo omogeneizza, preferisco affiancare diversità, che vuol dire ricchezza di significato. Ci credo profondamente e cercherò pertanto di portare questi valori nel palinsesto televisivo e radiofonico della RSI.

Mario Timbal: «Riusciremo ad evolvere se sapremo rimetterci costantemente in discussione».


Il ritratto

Mario Timbal è nato a Locarno nel 1977. Dopo gli studi in lettere a Losanna, dal 2005 al 2007 è giornalista al Corriere del Ticino. Dopo un’esperienza come Business Development Manager presso l’azienda produttrice di biciclette Cannondale, dal 2009 ricopre diverse funzioni per il Locarno Film festival. Dal 2013 al 2017 è direttore operativo. Inoltre, svolge vari ruoli nel mondo dei festival cinematografici elvetici. Prima della nomina a direttore della RSI nell’aprile scorso, ha diretto la fondazione culturale Luma ad Arles, in Francia.