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Stadi vuoti futuro incerto

La pandemia sta lasciando un segno enorme nello sport professionistico svizzero. In particolare nell’hockey e nel calcio, senza il calore dei tifosi e con meno sponsor. E poi il ruolo dei diritti televisivi e l’aiuto della Confederazione. Ne parliamo con Mattia Koch, specialista in management.

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ALAIN INTRAINA
22 marzo 2021
Mattia Koch: «La tv ha permesso di salvare parzialmente i contratti di sponsoring dei club in Svizzera».

Mattia Koch: «La tv ha permesso di salvare parzialmente i contratti di sponsoring dei club in Svizzera».

Ha colpito il video messaggio in cui Vicky Mantegazza, presidente dell’Hockey club Lugano, chiedeva a tifosi che potevano permetterselo di rinunciare al rimborso dell’abbonamento non sfruttato a causa della pandemia. Gli spalti degli stadi svizzeri, eccezion fatta per una breve parentesi tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, sono vuoti dal 29 febbraio 2020. Come si rialzerà lo sport professionistico da questa situazione? «La pandemia ha colpito tutti i club in maniera trasversale – sostiene Mattia Koch, specialista in management ed ex sportivo d’élite (nell’inline hockey) –. Anche quelli che hanno grandi personaggi o gruppi di sostegno alle spalle».

All’USI lei ha realizzato una tesi sul “ticketing”. Quanto pesano abbonamenti e biglietti dei tifosi sul budget di un club?

In una misura che oscilla tra il 30 e il 50%, a dipendenza dalla struttura finanziaria del club. Quindi, hanno un peso enorme. Soprattutto per i club abituati allo stadio pieno. Evitare di chiedere il rimborso per un abbonamento non usato è un grande gesto d’amore da parte del tifoso. Posso però anche capire chi, in una situazione come questa, ­abbia la priorità di riavere quel denaro. La pandemia e l’assenza di pubblico hanno causato anche una mancanza di entrate a livello di ristorazione e di merchandising».

Gli sponsor non hanno più avuto la stessa visibilità.

Con lo stadio vuoto non la puoi avere. I media, come i giornali e la televisione, hanno avuto un ruolo fondamentale: non solo hanno permesso al pubblico di sapere o vedere cosa accadeva allo stadio, ma hanno rappresentato l’unica fonte di visibilità per gli sponsor. Alcune società hanno sfruttato molto i social network, creando mini eventi in diretta.

Senza pubblico, meno emozioni. È così?

Lo abbiamo visto tutti, le partite non hanno lo stesso sapore. Il Covid ci ha fatto capire quanto sia importante il pubblico. Per uno sportivo abituato a giocare davanti a migliaia di persone è psicologicamente dura affrontare lo stadio vuoto. Anche per gli spettatori che hanno seguito le partite in televisione, l’esperienza è stata diversa. Senza cori, senza boati non si vive la medesima atmosfera. E così diventa anche difficile vendere una partita come prodotto televisivo.

Parliamone. In Svizzera i diritti tv non hanno lo stesso peso rispetto ad altre nazioni.

Non si può ovviamente paragonare la situazione del calcio e dell’hockey svizzeri con quelle della Premier League inglese o della NHL americana. Lì girano cifre da capogiro. È chiaro che da noi i numeri sono diversi. Però, lo ribadisco, la televisione è tra i pochi mezzi che oltre a dare un contributo comunque importante alle società sportive ha permesso di salvare parzialmente i contratti di sponsoring in Svizzera.

«Il 30-50% del budget da biglietti e abbonamenti»

 

A ottobre c’è stato il tentativo di riportare la gente allo stadio. Subito revocato. Con quali conseguenze?

È stata la mazzata più forte per i club. Le società hanno investito tanti soldi ed energie in concetti di protezione per fare in modo che dal primo di ottobre si potesse cominciare ad andare allo stadio, seppure con una capacità ridotta a due terzi dei posti a sedere. Diverse centinaia di migliaia di franchi spese per sole due o tre partite.

I club hanno beneficiato di aiuti dalla Confederazione. Cosa ne pensa?

Gli aiuti sono stati calcolati in base a una proiezione con lo stadio pieno per due terzi, e non compensano le perdite che i club hanno avuto in precedenza a causa dell’assenza di pubblico. Diciamo che è un compromesso che non fa felice nessuno. Si tratta di sostegni che vincolano davvero troppo le società. Anche perché i club che hanno accettato gli aiuti a fondo perso devono, tra le altre cose, impegnarsi a ridurre la massa salariale del 20% entro i prossimi anni.

Ridurre i salari dei giocatori equivale a una perdita di qualità dei campionati?

Qualcuno si è già ridotto il salario spontaneamente. Di certo questa situazione rischia di rendere la Svizzera meno attrattiva per i grandi giocatori. Il livello dei tornei potrebbe calare. Il problema è anche che non c’è alcun tipo di garanzia per la prossima stagione. Il mercato è completamente congelato. Ci sono giocatori che sono svincolati o a fine contratto, e non trovano un nuovo lavoro perché nessuno si assume la responsabilità di prenderli in rosa. Psicologicamente è tremendo. L’aspetto positivo, forse, è che i club investiranno di più sui giovani. Ma è più una scelta forzata che strategica.

C’è gente che fatica ad arrivare a fine mese. Perché dovremmo aiutare club che strapagano i loro giocatori?

Troppi pregiudizi. C’è una visione irrealistica e stigmatizzata dello sport svizzero. Da noi, fatte alcune eccezioni, non ci sono sportivi che guadagnano milioni al mese. I nostri salari sono decisamente più “normali”. Sono comunque alti, è vero. Ma bisogna considerare che uno sportivo raggiunge la serie A perché ha fatto tantissimi sacrifici prima. E per restarci deve continuare a farli. Non può sgarrare né sull’alimentazione né sullo stile di vita. Senza contare che la carriera poi finisce abbastanza presto e a un certo punto ci si deve reinventare. In un contesto come il nostro è fuori luogo parlare di privilegiati.

Non si sa ancora quando si potrà tornare allo stadio. Intanto non si rischia di perdere tifosi per strada?

I club non sono preoccupati per i tifosi sfegatati. Quelli non abbandoneranno la via dello stadio. C’è preoccupazione, invece, per quei 2-3.000 spettatori simpatizzanti che magari erano stati coinvolti con attività di marketing e operazioni mirate. Magari nel frattempo hanno coltivato altri hobby. Oppure non se la sentono più di andare in mezzo a così tanta gente. Ci sono tanti punti interrogativi.

Questa situazione ha generato solo effetti negativi?

Quasi. Anche se la pandemia ha costretto le società a concentrarsi sull’efficienza, sulla gestione degli investimenti, sulla digitalizzazione. Sul lungo periodo questo potrebbe portare ad avere club più performanti. In futuro, per rilanciare la passione e migliorare gli incassi si potrebbe pensare anche a un sistema di prezzi dinamico. Un po’ come si fa in America, col prezzo del biglietto che varia a seconda della richiesta.

A giugno ci sarà Euro 2021. Ha senso disputarlo in queste condizioni di incertezza?

Personalmente lo farei disputare solo se c’è la certezza di potere riempire almeno la metà dello stadio. I campionati europei, così come i mondiali, sono pensati anche per essere una festa collettiva. Se questa festa non ci può essere, tanto vale…

Mattia Koch: «L'Euro 21 lo farei disputare solo se c'è la certezza di riempire almeno la metà dello stadio».


Il ritratto

Nato nel 1991 a Mendrisio, Mattia Koch è cresciuto a Lugano, dove si è laureato in scienze della comunicazione e in management presso l’USI. Grazie al suo percorso accademico e al fatto di essere stato uno sportivo d’élite – giocatore di inline hockey in serie A - Koch conosce bene le strutture finanziarie dei club sportivi professionistici svizzeri. Oggi si occupa professionalmente di management.