Marsala, un vino senza tempo | Cooperazione
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Marsala, un vino senza tempo

Il celebre vino fortificato si scrolla di dosso la nomea di vino “da cucina” che gli è stata affibbiata negli anni ’80 e torna in grande stile con abbinamenti fuori dal comune.

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alain intraina, yuma martellanz / mad
02 marzo 2020
Le cantine Florio in  pietra di tufo; qui matura il Marsala. Sopra,  uno storico poster dell'azienda.

Le cantine Florio in pietra di tufo; qui matura il Marsala. Sopra, uno storico poster dell'azienda.

Vinci un libro

Concorso

Cooperazione mette in palio 2 copie di “I leoni di Sicilia” (Casa Editrice Nord) di Stefania Auci. Condizioni di partecipazione: vedi impressum. Termine d’invio: 9 marzo 2020, ore 16:00. Ulteriori informazioni qui: www.cooperazione.ch/concorsi

Marsala è una cittadina tranquilla a Sud di Trapani. Le strade del centro, persino d’estate, si animano perlopiù il fine settimana. Secondo alcuni albergatori l’annullamento 5 anni fa dei voli low-cost da e per il vicino aeroporto “Vincenzo Florio” ha causato una drastica riduzione del turismo. Così, in quest’angolo in Sicilia, il tempo sembra trascorrere più lento che altrove e vagando tra le saline e le cantine dove matura il Marsala, vino vintage per eccellenza, si respira il fascino della storia.

Le cantine Florio in pietra di tufo; qui matura il Marsala. Sopra, uno storico poster dell'azienda.

Primi vennero gli inglesi

Pare sia stato Sir John Woodhouse (1768-1826), un commerciante inglese, a creare il famoso vino fortificato del Sud-ovest siciliano. Dopo essere approdato a Marsala in balia di una tempesta, gli venne servito del perpetuum, un vino particolare – ossidato – riservato alle grandi occasioni. Lo trovò eccellente e pensò che avrebbe avuto successo tra i gentlemen d’Inghilterra. Per evitare che si alterasse durante il viaggio per mare, vi aggiunse acquavite, come già si faceva con il Porto e il Madeira. Il nuovo prodotto riscosse ampia approvazione e il suo commercio valse la costruzione di un porto a Marsala. Dai primi dell’Ottocento, navi cariche di vino fortificato salparono per tutta l’Europa e, grazie a un altro astuto commerciante britannico, Benjamin Ingham, arrivarono persino in Sud America, Asia e Australia. Nel 1832 si aggiunse un concorrente italiano alla rosa dei mercanti. Si trattava di Vincenzo Florio, la cui genialità è stata recentemente narrata da Stefania Auci (vedi pag. 39). La cantina di Florio, parte del Gruppo Duca di Salaparuta, è tutt’ora una delle più importanti realtà vinicole italiane e una visita è imperdibile se ci si trova in Provincia di Trapani. Dopo essersi immersi in questo storico baglio e aver ascoltato le incredibili imprese e le sfortune bibliche della famiglia, pochi oseranno rivolgersi al Marsala come a un vino da cucina.

A Marsala il vino fortificato si beve come aperitivo e a fine pasto.

Dinamicità gastronomica

«La nostra missione è ridare lustro a questo nobile prodotto – spiega il direttore delle cantine Florio, Roberto Magnisi (42 anni) –. È un nettare da meditazione, ma è anche molto versatile e si presta a matrimoni inaspettati con formaggi erborinati, salumi speziati, pesce affumicato, dolci… Insomma, vince negli abbinamenti dove la maggior parte dei vini fallisce». Delle 6 mio di bottiglie all’anno prodotte a Marsala, 1 mio nasce da Florio che, controtendenza rispetto alla massa, si concentra sulle tipologie di alta qualità. «Solo il 10% del nostro Marsala è Fine, cioè quello “da cucina”. Il 90% delle nostre etichette va dalla categoria Superiore (oltre 24 mesi di invecchiamento) al Vergine, il re dei Marsala». L’etichetta VecchioFlorio matura quasi 3 anni in botti di legno. «È ideale con la fondue di formaggio, servita a 8 °C se si è abituati ad accompagnare la fondue con vino bianco, a 14 °C se si preferisce il vino rosso».

Figlio dell’ossigeno

Il Marsala non è bianco né rosso, ma color oro, ambra o rubino. Nasce dalle uve autoctone della costa marsalese e dell’arido entroterra. Il vino base è addizionato di alcol e talvolta tagliato con la “concia”, una miscela con mosto cotto. Le aggiunte determinano dolcezza e gradazione alcolica, sempre superiore ai 17°. Grazie al lungo affinamento in caratelli di legno, a contatto con l’aria non si deteriora dopo essere stato stappato come un classico vino e può essere conservato praticamente per sempre. Un vino senza tempo, come la cittadina dove nasce.


Stefania Auci Autrice del bestseller "I leoni di Sicilia"(Casa Editrice Nord).

È di origine trapanese e da 15 anni vive a Palermo, dove è docente di sostegno. Il suo ultimo libro – il più venduto in Italia nel 2019 – narra le vicissitudini dei Florio dell’Ottocento, un’umile famiglia di origine calabrese divenuta tra le più potenti casate siciliane.

Quale è stata la scoperta più curiosa a proposito dei Florio?

Il tonno*! La tecnica era già stata proposta in Francia, ma senza successo.

C’è un personaggio al quale si è affezionata di più?

Direi Vincenzo Florio, così forte, invasivo, unico… D’altronde, un po’ come tutta le persone di questa famiglia complessa e straordinaria, per la quale nutro un grandissimo rispetto.

Dopo aver parlato dell’ascesa dei Florio, nel prossimo libro dovrà parlare del declino dell’impero, che effetto le fa?

È inevitabile, ma dalla fragilità emerge il lato più umano.

Beve Marsala o lo usa in cucina?

Il Marsala fa parte della nostra cultura, come vino a fine pasto, ed è la base dello zabaione. Io bevo molto poco, però, in occasione del lancio del libro, il Marsala ha accompagnato ogni portata della cena ed è stata una splendida scoperta.

*L’industria conserviera del tonno sott’olio fu un’idea di Vincenzo Florio.