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INTERVISTA

«Il virus non ha gambe»

Il Consigliere federale Alain Berset è sotto pressione. Eppure si è preso il tempo per incontrare noi giovani apprendisti Coop e parlare di mascherine, smartphone e del suo giorno libero perfetto.

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Peter Mosimann
03 novembre 2020
«Bonjour, ça va?»:  il consigliere federale Alain Berset all'incontro di due settimane fa. E poi: «Ora potete togliervi la mascherina».

«Bonjour, ça va?»: il consigliere federale Alain Berset all'incontro di due settimane fa. E poi: «Ora potete togliervi la mascherina».

Consigliere federale Berset, con che frequenza fa il tampone per il Covid-19?

Non a scadenze regolari. Del resto il tampone va fatto solo se ce n’è motivo. Per quel che mi riguarda, finora ne ho avuto bisogno due sole volte: la prima quando qualcuno in seguito rilevato positivo è stato con me a una riunione, anche se si trovava seduto a cinque, sei metri di distanza. La seconda quando uno dei miei famigliari ha manifestato sintomi. Qualcuno di voi ha già fatto il tampone?

Sì, e ad esser sinceri è stato un tantino fastidioso. Si è mai chiesto da dove viene il virus?

Domanda interessante. E dal punto di vista internazionale anche molto importante. Ho letto qualche ipotesi a riguardo. Ad ogni modo ora come ora per noi non è importante da dove viene il virus ma il fatto che adesso circola qui ed è anche molto difficile da trattare.

Oggi in tanti posti indossare la mascherina è la norma. In primavera invece era diverso. Non eravamo obbligati a portarla. Perché?

A marzo-aprile avevamo chiuso molte attività, ad eccezione dei negozi di alimentari. Sono molto riconoscente del fatto che l’approvvigionamento di beni di uso quotidiano abbia sempre funzionato in modo impeccabile. Dal momento che scuole, ristoranti, cinema e tutto il resto erano chiusi, in quel periodo le mascherine non servivano tanto alla popolazione quanto semmai al personale sanitario e ad altre persone esposte, che infatti le indossavano. Avevamo però anche detto che, dal momento in cui avremmo riaperto, la mascherina sarebbe diventata indispensabile dove non fosse stato possibile rispettare il distanziamento fisico. Tanto per fare un esempio, dal 27 aprile è diventata obbligatoria dal parrucchiere. Io non ho bisogno di andarci, ma altri sì (ride). La situazione poi si è calmata ma le discussioni sulla mascherina sono rimaste. Ai primi di luglio l’abbiamo resa obbligatoria anche sui mezzi di trasporto pubblico in tutta la Svizzera. A questa sono poi seguite altre misure.

Cosa le è riuscito bene e cosa meno durante la pandemia?

Se c’è una cosa che mi è riuscita male è dormire… Se dovessimo tracciare ora un bilancio della prima ondata, probabilmente non sarebbe così negativo. Forse abbiamo fatto bene a introdurre come prima misura il divieto delle grandi manifestazioni. Sicuramente è servito molto. Forse siamo stati meno bravi nell’esitare troppo a chiudere le frontiere. Tracciare un bilancio adesso però è prematuro. Siamo ancora nel pieno dell’emergenza. È arrivata la seconda ondata e la Svizzera è messa male. Adesso dobbiamo di nuovo prestare massima attenzione al rigoroso rispetto delle regole ogni giorno. La fase più difficile deve ancora venire.

Qual è la prospettiva per l’inverno?

È difficile dirlo. Abbiamo imparato molto dalla prima ondata in primavera. E questo non può che giocare a nostro vantaggio. Quello che invece non depone a nostro favore è che siamo tutti un po’ stanchi di questa pandemia. Il che rende più difficile tenerla a bada. Tutto dipende da noi. Il virus non ha gambe. Non è qui a darci la caccia per contagiarci. Sono le persone a muoversi e a fargli da vettore. Se manteniamo le distanze, come stiamo facendo noi adesso, ci mettiamo al sicuro. Dove non è possibile farlo, dobbiamo indossare la mascherina. Purtroppo, sento molte persone lamentarsi e dire: «Uff, non ho più voglia di stare sempre attento a tutto ovunque». È un atteggiamento che mi preoccupa, perché rischia dimetterci nei guai. Ma se tutti collaborano, le cose possono di nuovo migliorare.

Quindi la pandemia ci darà del filo da torcere ancora per molto?

L’inverno non sarà facile. Prima o poi speriamo arrivi anche un vaccino. Ma non risolverà tutto. È irrealistico pensare che in un colpo solo si possano vaccinare otto milioni di persone. Ci vorrà tempo. È chiaro però che un vaccino migliorerebbe la situazione.

Sguardi attenti durante l'intervista, ma Alain Berset riconosce: «Siamo tutti stanchi per questa pandemia».

Sente anche la pressione?

Certo che sì. Ci sono stati momenti in marzo-aprile dove sentivo la pressione anche dal punto di vista fisico. Per diverse settimane ho lavorato ininterrottamente tra le 12 e le 18 ore al giorno, sabato e domenica inclusi. Ero arrivato quasi al limite delle mie forze. Ma in quella situazione era inevitabile.

Che cosa farebbe oggi se non fosse diventato Consigliere federale?

Il macchinista. Mi sarebbe piaciuto, ma non sono certo se ne sarei stato all’altezza. Poi ho scelto un’altra strada, ho lavorato nella ricerca e nell’amministrazione.

Che consiglio si sentirebbe di darci se volessimo diventare Consigliera o Consigliere federale?

Non credo che ce lo si possa porre come obiettivo da giovani e avere anche la garanzia di farcela. Progettare a tavolino da giovani la propria vita nei minimi dettagli è il modo migliore per diventare persone infelici. Dobbiamo restare aperti alle sorprese che la vita ci riserva. Quel che di sicuro aiuta è interessarsi al dibattito politico e impegnarsi per una causa, nello sport, in un’associazione o altro. Da cosa nasce cosa, finché un giorno ti ritrovi per caso a ricoprire il ruolo di Consigliere federale. Forse oggi sarei più felice se fossi un macchinista; chi può dirlo?

A quanto pare le hanno assegnato il dipartimento sbagliato. Avrebbe dovuto dirigere quello dei trasporti.

È vero. Peccato però sia già occupato (ride).

Le capita di parlare con la sua famiglia della sua routine di Consigliere federale?

Di rado, anche se non ho mai messo un muro tra la mia attività e la mia famiglia. Devo però dire che sono felice se a casa posso parlare d’altro. Ad esempio di musica o di film.

«Dobbiamo restare aperti alle sorprese che la vita ci riserva».

Alain Berset

Come deve essere il suo giorno libero perfetto?

Per il momento mi accontento di poco. Per prima cosa il giorno libero perfetto inizia senza sveglia. Segue una giornata tranquilla a casa, che inizia con un cappuccino che mi preparo io. Poi magari passo un po’ di tempo con la famiglia, andando per esempio a teatro o a mangiare una pizza. Tutte cose semplici che mi aiutano a staccare dal tran tran del lavoro. Per rilassarmi mi piace anche suonare il pianoforte. Purtroppo, devo ammetterlo, faccio troppo poco sport. Ma non riesco a fare diversamente.

Si sente un modello per i suoi figli riguardo all’uso dello smartphone?

Oh, questa sì che è una domanda cattiva! Perché con i miei figli cerco di trovare un modo per non farli diventare troppo dipendenti dal telefonino. Non è affatto facile, anche io lavoro tantissimo con il cellulare. E infatti loro mi dicono: «Beh, nemmeno tu ci dai il buon esempio». Allora, io rispondo in maniera poco convincente: «Sì, ma io col telefonino ci lavoro, voi no». Si tratta sempre di trovare un equilibrio; non esiste una soluzione semplice. Ma ci stiamo lavorando.

Per lei il telefonino è più una maledizione o una benedizione?

Quando avevo la vostra età il telefonino non esisteva ancora. Quindi so benissimo come si sta senza. Forse sono stato fortunato a crescere senza questa diavoleria.

Perché?

Credo si rischi di diventare dipendenti da tutti i messaggi e le notifiche che arrivano. Se non li leggi hai l’impressione che ti stai perdendo qualcosa. Ti distrae anche dalle altre cose della vita, forse più importanti. Per questo è utile chiedersi che cosa significa per la vita famigliare se tutti sono sempre perennemente attaccati al cellulare.

Quindi è più una maledizione che una benedizione!

Naturalmente ci sono anche vantaggi. Ci si può informare rapidamente ed entrare senza problemi in contatto con altre persone. Ai miei tempi si utilizzavano ancora i vecchi telefoni a disco. Quei telefoni via cavo sui quali non digitavi i numeri su una tastiera ma li componevi girando un disco combinatore. Se volevi chiamare un amico dovevi sperare che in quel momento fosse a casa. Altrimenti non riuscivi a rintracciarlo. Ve l’immaginate? Un altro mondo rispetto a ora. Ultimamente il telefonino è diventato troppo invadente per me. Allora ho deciso di silenziare le notifiche push. Lo consiglio vivamente a tutti!

Adesso un paio di domande secche. Iniziamo: birra o vino?

Tutte e due.

Economia o ambiente?

Anche qui tutte e due! Scusate, dobbiamo trovare un equilibrio. Una buona società ha bisogno di un’economia che rispetti l’ambiente.

Biden o Trump?

Quale rappresentate ufficiale della Svizzera preferisco astenermi dal giudizio. Lascio alla vostra fantasia politica la risposta.

Ora, le chiediamo di finire queste frasi: Se potessi tornare indietro nel tempo…

Beh, molto probabilmente farei il macchinista.

La mia perla di saggezza preferita è…

…vivi e goditi ogni giorno… carpe diem.

Quando vado a fare la spesa a Berna…

…posso farla senza che nessuno mi fermi. I bernesi sono abituati a incontrare i Consiglieri federali. A proposito: durante la chiusura di marzo-aprile è capitato spesso di lavorare fino a notte fonda. Siccome a Berna i negozi sono aperti solo fino alle sette, di sera spesso nel bel mezzo della riunione mi è capitato di dire: «Ora, per favore, facciamo una pausa, devo fare la spesa e nutrirmi anch’io».

In un’isola deserta porterei…

… se deve essere un oggetto, direi un pianoforte, meglio se a coda. Ma solo se l’isola è grande abbastanza.

I miei figli non ne possono più di sentirsi ripetere la seguente frase …

… Tiens-toi droit! Stai dritto!


Il ritratto

Alain Berset (Fribourg, 1972) è dal 2012 a capo del Dipartimento federale dell’interno. Ha un dottorato in scienze politiche ed economiche all'Università di Neuchâtel. È sposato e padre di tre bambini.