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Il destino

Santo Piazzese intervista Pietro Leveratto sul suo romanzo d’esordio “Il silenzio alla fine”, un noir storico-politico.

20 dicembre 2020

Musicista, docente al Conservatorio Santa Cecilia, già autore del saggio “Con la musica” (Sellerio) - con note e storie per la vita quotidiana - lei ora tira fuori, con passo da romanziere puro, un noir storico-politico che ha l’andamento di un vecchio blues: una vocazione tardiva?

Una storia e la presunzione di pensare che sarei riuscito a raccontarla. Poi è venuto il difficile: cercare le parole giuste e costruire una cornice realistica alle vicende ha significato quattro anni di lavoro. Il musicista che sono da sempre, più vecchio dello scrittore che sono diventato di recente, ha dato una mano guidando la forma e pretendendo che le frasi avessero un ritmo efficace.

L'AUTORE

Pietro Leveratto

Pietro Leveratto (Genova, 1959) ha pubblicato per Sellerio “Con la musica. Note e storie per la vita quotidiana” (2014) e “Il silenzio alla fine” (2020).

Da dove arriva “Il silenzio alla fine”? Qual è la genesi?

Accettare o meno il destino: si può modificare ciò che possiamo conoscere solo quando è troppo tardi e del quale ci sfuggono le regole? New York, le sue notti senza sonno e le strade dove risuonano cento lingue mi è sembrata anche il posto giusto per riflettere sugli anni ’30 dello scorso secolo, i prodromi della Shoah, del Gulag, del conflitto sociale come condizione inevitabile.

La figura del Maestro Andrea Bergallo evoca per diversi aspetti quella di Arturo Toscanini…

Sì, Toscanini, antifascista e direttore dal gesto pieno di fuoco, mi ha ispirato per disegnare la figura di Bergallo. In quegli anni la scena musicale statunitense era popolata da artisti europei emigrati per ragioni politiche – basti pensare ai numerosi musicisti di religione ebraica – o per le possibilità che offriva il mercato del nuovo mondo, dove incontrare gente che aveva scelto la zona d’ombra della vita non era difficile.

Nel romanzo, a pagina 126, c'è un cameo struggente: in uno “speakeasy” di Harlem, una donna senza nome canta un amore finito e la solitudine con una voce densa quanto una crema di latte… È Billie Holiday? O magari no?

Non nego che l’idea di far incontrare il Maestro David Weissberg con Billie dalla voce che tocca il cuore mi aveva solleticato, ma due personalità pericolosamente inclini al “cupio dissolvi” sarebbero state devastanti l’uno per l’altra. Così, a malincuore, ho lasciato Billie nei libri di storia del jazz.