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L'inverno contadino

Una giornata tipo in un’azienda di contadini di montagna della Valle di Blenio in un anno cruciale per l’agricoltura, confrontata con la sfida dell’apertura dei mercati agricoli, della digitalizzazione e della tutela ambientale.

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mÉlanie türkyilmaz
20 gennaio 2020

Michele Togni lavora con la motosega per creare un nuovo prato, utile per la fienagione.

Cade a mucchi il fieno sulle mangiatoie. I fili verdi danzano nell’aria di un freddo mattino di gennaio. Il rapido forcone che smuove il foraggio è impugnato da Simona Bruni, classe 1968, contadina di montagna e allevatrice di Semione, in Val di Blenio. Sotto vi sono, una accanto all’altra, la Rita e le sue compagne, tutte vacche nutrici scozzesi, impegnate a consumare la loro colazione al 100% naturale. La stalla è moderna, spaziosa, a stabulazione libera, con tanto di impianto fotovoltaico sul tetto che eroga energia per l’illuminazione, l’impianto di essiccazione del foraggio, i frigoriferi e il climatizzatore del vicino negozietto self-service.

Oggi tocca al bestiame giovane uscire nel pascolo cintato. Saltella, corre, gioca. «Abbiamo scelto le vacche scozzesi perché si adattano e si accontentano dei pascoli magri delle nostre alture», spiega Ruth Togni, moglie di Michele, pilastro della comunità aziendale agricola biologica Scarp di Semione, che produce carne bovina e ovina, e di cui fa parte anche la sorella Simona Bruni, e i rispettivi figli, una squadra vivacissima di sei ragazzi dai 12 ai 19 anni, che dedicano il loro tempo libero ad aiutare i genitori.

Simona, nel frattempo, si è messa in spalla una pompa irroratrice a zaino. Una volta alla settimana, nei mesi invernali, sparge sulla lettiera dei “microrganismi effettivi e polvere di roccia”. «Li spruzziamo anche nell’ovile. Portano un naturale equilibrio e l’ambiente nelle stalle è più sano non solo per chi vi lavora, ma anche per gli animali, la cui salute è migliorata moltissimo». Ruth, dal canto suo, fa tesoro della sua esperienza da veterinaria per adottare metodi di cura omeopatici per gli animali. «E funzionano», assicura.

Michele Togni, 47 anni, allevatore e contadino da generazioni.

Davide Bruni, 17 anni, figlio di Simona, appassionato di enologia.

Ruth Togni, 49 anni, veterinaria, si occupa dell'amministrazione dell'azienda.

Il brindisi delle famiglie Bruni e Togni dà il via al pranzo domenicale.

La natura ci aiuta a riflettere

Sono le 10.30 del mattino e il sole fa capolino su Semione e il suo castello. Dorme la terra in gennaio. L’inverno impone il suo silenzio. Il fascino della natura ci avvolge. I dibattiti sull’agricoltura 4.0, la digitalizzazione e la lotta ai pesticidi appaiono così lontani. Eppure il cambiamento climatico sollecita una riflessione. Oggi, sulla Terra vivono 7 miliardi di persone. Nel 2050 saranno 9,7 miliardi. Secondo stime di Fao e Ocse, per far fronte all’aumento del fabbisogno alimentare, la produzione agricola mondiale dovrebbe aumentare del 70% rispetto a quella attuale. Se si considera che a inizio Novecento un contadino nutriva cinque persone e oggi 155, nel 2050 dovrà produrre cibo per 264 persone.

La sfida è immensa. In quale direzione si muove la Svizzera? La Confederazione, con la sua Politica Agricola 22+ punta sugli allevamenti estensivi, su più benessere per gli animali, ma anche su più mercato e concorrenza. L’azienda biologica Scarp, nel suo piccolo, sta cercando di adattarsi ai tempi e mira a raggiungere l’autosufficienza nella produzione di foraggi. «In questo modo non dovremmo più acquistare i quantitativi che ci mancano, dando così un nostro piccolo contributo all’ambiente. Anche se questo passo comporterà la rinuncia a diversi capi di bestiame», spiega Michele, che si dice dispiaciuto di una certa stigmatizzazione nei confronti dei produttori di carne. «Il nostro impegno a migliorare il benessere degli animali è continuo. Inoltre, cerchiamo di sensibilizzare i nostri clienti verso un consumo più consapevole della carne, suggerendo di non scegliere soltanto le parti pregiate, ma a rivalutare tutti i pezzi, in modo da evitare gli sprechi». Meno animali da reddito significa meno introiti, per un’attività che «senza l’aiuto della Confederazione, chiuderebbe domani». I contadini della valle, spiega Michele, sono confrontati con la corsa all’acquisto dei terreni agricoli, iniziata qualche anno fa con la nuova politica agraria della Confederazione, che premia una gestione più rispettosa delle risorse. «Da una parte è positivo il fatto che con l’agricoltura estensiva si promuova la biodiversità. Ma dall’altra c’è il rischio di una concentrazione di proprietà in poche mani, che può compromettere l’esistenza delle piccole aziende di montagna, oltre a esacerbare gli animi», continua Michele, che ha rilevato l’attività da suo padre, a inizio anni Novanta.

Simona Bruni, allevatrice della comunità aziendale agricola Scarp, in compagnia delle sue Highlander.

Le attività d’inverno

Saliamo in località Valà, dove Michele, motosega in mano, prima di iniziare l’abbattimento di una pianta su una motta per creare un nuovo prato per la fienagione, ci elenca le sue mansioni invernali: «Tagliare legna, pulire i prati, raccogliere le foglie e il fieno di bosco per lo strame, spargere il letame sui prati, potare la vigna, occuparsi degli animali e assistere alla nascita dei vitelli e degli agnelli, oltre alle macellazioni, la lavorazione e lo smercio della carne e i lavori legati alla piccola attività turistica. I ritmi sono meno concitati rispetto alla bella stagione, quando la fienagione impegna tutti i giorni di bel tempo e gli animali sono sugli alpeggi di pian d’Alpe e della val Camadra».

Il pomeriggio è dedicato alle pecore. Centoquaranta capi adulti e una cinquantina di agnelli brucano sui pascoli di Lodrino della zona dei grotti. Tra pochi giorni verranno portati in stalla per i parti. Il gregge è costantemente sorvegliato da due cani: Luna, un pastore maremmano, e Caïd, un cane da montagna dei Pirenei. «Nell’estate del 2009 un lupo ha ucciso sull’alpe venti delle nostre pecore», ricorda Michele con un po’ di amarezza. Il capitolo “lupo” è molto dibattuto e lacera gli animi degli allevatori ticinesi, che si dividono se affidarsi ai cani da protezione. Certo, la vita dei contadini non è affatto semplice. Non solo perché si possono permettere due o tre giorni di vacanza all’anno. Gli allevatori di ovini, oltre alle difficoltà dovute al mercato (nel 2000 si contavano in Ticino 17.770 capi, nel 2016 12.249), devono fronteggiare la zoppina, malattia ovina che provoca sofferenza agli animali e perdite di guadagno.

Sono una settantina i capi bovini della comunità aziendale agricola Scarp.

La potatura della vigna e il pranzo

L’azienda Scarp è anche vino e le speranze per il futuro sono riposte in Davide Bruni, che ha ereditato la passione per l’enologia da papà Enrico, marito di Simona. È Davide che si occupa della potatura delle 2.500 piante di vite della Scarp, che all’anno produce in media 2.000 litri di vino tra rosso e bianco. «Ho iniziato a potare quando avevo 13 anni», dice il 17enne che, dopo l’apprendistato di viticoltore a Mezzana, vuole diventare enologo alla Scuola Universitaria Changins di Nyon (VD).

Per il pranzo domenicale siamo invitati all’agriturismo Scarp. La calorosa accoglienza delle famiglie Togni e Bruni si manifesta subito con un brindisi di benvenuto.

Poi, via con le libagioni: carni ovine e bovine, innaffiate da un ottimo Merlot. Dopo il caffè, mentre i ragazzi giocano a carte, gli adulti discorrono del mondo che cambia. Alla discussione partecipa anche Marika, 55enne zurighese che a Semione ha ritrovato il sorriso dopo un burn-out professionale. «Grazie a queste due famiglie, che mi hanno accolto nella loro azienda, sono rinata. A fine gennaio torno a casa nell’Oberland zurighese e mi rifaccio una nuova vita come organizzatrice di escursioni nella natura».


Ma quali privilegi?

Sem Genini

Sem Genini Segretario agricolo cantonale

Segretario agricolo cantonale.

Il centro studi liberale Avenir Suisse è tornato a chiedere una riforma radicale del settore agricolo, ritenuto “privilegiato”.

Se Avenir Suisse vuole chiudere l’agricoltura e importare dall’estero, basta che lo dica chiaramente, senza tirar fuori numeri e rapporti che non stanno in piedi. Lo vada a dire alle 51.000 famiglie contadine quanto sono privilegiate con i redditi che si ritrovano. Lo scopo di Avenir è chiaro: fare di tutto per aprire i mercati, compreso il Mercosur, sparando a zero sulla nostra agricoltura.

Siamo nell’epoca del libero mercato e della libera circolazione...

Sì, ma spesso solo a parole, poiché anche nell’Unione Europea sono moltissime le produzioni agricole sovvenzionate. Libero mercato e libera circolazione vogliono anche dire maggiore sfruttamento delle risorse naturali e degli animali, più pesticidi, antibiotici e ormoni, più camion e navi cargo. E questo secondo lei si concilia con la difesa del clima?

Le due iniziative contro pesticidi e antibiotici, su cui si voterà forse in novembre, potrebbero dare più valore ai prodotti agricoli svizzeri?

No, distruggerebbero il settore primario svizzero, perché sono troppo radicali. Gli stessi produttori bio si troverebbero in difficoltà. Se si producesse solo bio, in linea generale, i prezzi accordati ai produttori scenderebbero, perché non vi sarebbe più il valore aggiunto del bio che lo distingue dal convenzionale, mentre i costi di produzione rimarrebbero molto alti.

Non stimolerebbe una produzione più consapevole e sostenibile?

In Svizzera non abbiamo molto spazio e le superfici agricole diminuiscono continuamente. Ciò vuol dire che se non produciamo noi determinati prodotti, dovremmo importarli, con tutte le conseguenze negative per la nostra economia e il clima. D’altra parte, non tutti acquistano prodotti locali e i miliardi spesi dai “turisti” degli acquisti dimostrano che la strada è ancora lunga. Noi promuoviamo un consumo più consapevole e i nostri prodotti regionali.