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RITRATTI
GIACOMO SALVI

Nel segno della pace

Giacomo Salvi, classe 1987, originario del Mendrisiotto, ha fatto carriera nell’esercizo svizzero. Attualmente fa parte del contingente di Swisscoy in missione in Kosovo.

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12 marzo 2020

Giacomo Salvi in Kosovo: «La popolazione è parecchio accogliente, i paesaggi sono splendidi e la zona è ricca di cultura».

Sostiene di avere avuto un’infanzia speciale, piena di spostamenti. «E per questo ho imparato ad apprezzare la diversità». È Giacomo Salvi, classe 1987, originario del Mendrisiotto, nato a Zurigo e cresciuto tra Lugano e il Malcantone. Un ragazzo che ha fatto carriera nell’esercito svizzero. «Raggiungendo il ruolo di istruttore militare». E che attualmente fa parte del contingente di Swisscoy (abbreviazione di Swiss Company), impegnato nel mantenimento della pace in Kosovo. «Più precisamente, lavoro nella regione di Prizren».

Un dossier caldo

Di recente il Consiglio federale, nonostante lo scetticismo di alcuni, ha ribadito come l’impegno dell’esercito elvetico in Kosovo sia ancora necessario. Non solo. Ha anche chiesto di prolungare la missione, attiva dal lontano 1999, fino al 2023. E di aumentare gli effettivi, da 165 a 195 militari. Perché se da una parte la situazione ormai appare tranquilla, sembra che le tensioni tra serbi e kosovari non si siano placate completamente. Le Camere affronteranno il dossier prossimamente.

Discorsi politici che, al momento, non turbano Giacomo. «In Kosovo ricopro il ruolo di team commander, mi occupo di coordinare il lavoro dei miei osservatori. Abbiamo un contatto diretto con la popolazione, vogliamo capire le preoccupazioni e i problemi della gente. Cerchiamo di identificare i fenomeni che possano potenzialmente destabilizzare e generare insicurezza nella regione, per poi annunciarli al Comando della Kosovo Force (KFOR, forza militare internazionale guidata dalla NATO)». Lavorare per Swisscoy, secondo Giacomo, significa mettere in pratica anni di studi, esercitazioni e sacrifici. Sempre al servizio delle persone, indipendentemente dalla loro religione, cultura o lingua. «Abbiamo l’obiettivo di creare stabilità, sicurezza. Nel periodo in cui frequentavo le scuole di Lugano, sono cresciuto con i figli dei rifugiati delle guerre nell’ex Jugoslavia». Ricordi che fanno riaffiorare storie di vita e sofferenza. «Io non dimentico determinate cose. È uno dei motivi che mi lega particolarmente a questa missione».

L’amore per il volo

Laureato in economia e commercio all’Università di Varese, single, Giacomo si definisce come una persona positiva e senza pregiudizi. «Amo la corsa a piedi, la lettura, e attualmente studio per ottenere la licenza di pilota privato di aerei. Certo, forse per raggiungere questo specifico traguardo dovrei effettivamente rimboccarmi un po’ di più le maniche. Ho sempre avuto interesse per il volo. Il servizio militare l’ho svolto presso la scuola reclute di Payerne, come soldato d’aviazione. In seguito ho frequentato l’Accademia Militare presso il politecnico di Zurigo. Prima di partire per il Kosovo ero ufficiale alla Piazza d’Armi di Moudon, dove tornerò quando avrò terminato la missione. “Abito” ormai da anni nel Canton Friborgo, ma le mie radici rimangono a Morbio Inferiore. È lì che vive la mia famiglia». Poi torna a parlare della sua avventura in Kosovo, che si concluderà tra qualche settimana. «Sarei pronto a ripartire di nuovo. Il Kosovo è un Paese piccolo, poco conosciuto, ma con un’infinità di tradizioni. La popolazione ha molta fiducia nel nostro lavoro e nella nostra imparzialità. Abbiamo una grande responsabilità. Nella regione in cui vivo la cucina è ottima, la popolazione è parecchio accogliente, i paesaggi sono splendidi e la zona è ricca di cultura. Ha un grande potenziale turistico».

Senza confini

Nostalgia della Svizzera e del Ticino? Solo relativamente. Anche perché Giacomo, che per questioni famigliari (legate al lavoro del papà) ha anche trascorso una parte della sua adolescenza a Torino, è ormai un uomo di mondo. Senza più confini. «La nostalgia – sostie- ne – può essere riferita a un luogo o a un tempo. A volte però bisogna semplicemente non pensarci e cogliere l’attimo, apprezzando quello che si ha sul posto e nel momento attuale. In ogni caso, per farmi sentire un po’ meno lontano da casa, ho sempre a disposizione i nostri colleghi italiani, con i quali è un piacere scambiare due parole e collaborare». Giacomo torna, infine, a parlare della sua infanzia. «È stata particolare, decisamente. Non troverei un’altra maniera per descriverla. Tutti quei cambiamenti avrebbero potuto destabilizzarmi. Invece, hanno avuto l’effetto opposto su di me. Mi hanno reso più forte. Più aperto verso il prossimo. Se oggi faccio parte della missione di Swisscoy è anche grazie alle peripezie che ho affrontato da piccolo».