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Note di musica viva

Molte sagre e feste di paese non potranno avere luogo. Ma per le bandelle, questo non è un buon motivo per lasciare gli strumenti nella custodia. Lo dimostrano un anniversario, un'iniziativa social e la pubblicazione di un libro.

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Sandro Mahler
22 giugno 2020
Fondata nel 1962, la Bandella di Tremona si è ricostituita nel 2016 , per approdare anche sul web.

Fondata nel 1962, la Bandella di Tremona si è ricostituita nel 2016 , per approdare anche sul web.

TESTO Patrick Mancini

Concorso

Vinci una copia del libro

Cooperazione mette in palio 5 copie di “Note di bandella”, edito dal Cde, con i contributi di Aldo Sandmeier, Emanuele Delucchi e Johannes Rühl. Condizioni di partecipazione: vedi impressum. Termine d’invio: 29 giugno 2020, ore 16:00.

Ulteriori informazioni qui: https://www.cooperazione.ch/bandelle

Niente spartito, musica “a orecchio”, e tanta allegria. La Svizzera italiana riscopre una delle sue grandi tradizioni, quella delle bandelle, nel periodo più impensabile. Poco male se l’emergenza Covid-19 ha fatto saltare parecchie sagre previste nei prossimi mesi. Il movimento è più vivo che mai. E lo dimostra l’exploit sui social della Bandella di Tremona durante il lockdown. «Era un periodo in cui non potevamo trovarci – sottolinea Flavio Baracchi, 64 anni, che suona il basso tuba –. E quindi abbiamo deciso di portare comunque il nostro spirito nelle case della gente, attraverso il web».

Figli (anche) del Carnevale

Operazione riuscitissima, che ben si abbina alla recente uscita del libro "Note di bandella", pubblicato dal Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona (si veda l’intervista a fianco). E c’è pure chi celebra giubilei importanti. Come ad esempio la Lipa Band di Minusio, che proprio in questo anomalo 2020 taglia il traguardo dei 30 anni di storia. «Io sono la più giovane del gruppo – rivela Sheila Mileto, classe 1980 –. La nostra bandella è nata da una costola della filarmonica locale; all’epoca si voleva fare qualcosa di specifico per il Carnevale. Col tempo però ci siamo staccati da questa logica e ci esibiamo in ogni genere di evento». Tromba, trombone, clarinetto, bombardino, corno. Strumenti tipici da bandella che sfilano per le vie del Locarnese. Sheila suona il tamburo. «La cosa bella è che si lascia molto spazio all’intuito – riprende Sheila –. Uno inizia a suonare e gli altri lo seguono a ruota. La regola più importante è non avere uno spartito. Ma questo non significa che non sappiamo suonare. Al contrario. L'improvvisare sul momento rappresenta uno dei motivi per cui è difficile coinvolgere i giovani. Non c’è più l’abitudine a non leggere le note, si preferisce andare sul sicuro e seguire una partitura, come si fa in una guggen. In ogni caso, per quanto ci riguarda, cerchiamo sempre nuove leve, anche perché da noi l’età media è piuttosto alta; negli ultimi anni sono scomparsi un paio di membri storici della bandella. Il nostro resta però un gruppo unito. Ci sono, ad esempio, Bruno, 76 anni, e Fiorenzo (75), presenti sin dalla nascita della Lipa Band. Poi c’è Davide, classe 1972, che fa il cassiere e fa parte della bandella dal 1996. Senza contare il mitico Silvano, 84enne, attivo dal 2002. Non sono neanche l’unica donna, ce ne sono altre tre».

Questione di dimensioni

Antonio Pisoni, 70 anni, fa da coordinatore per la Lipa Band. Uomo carismatico, rivela qualche aneddoto. «Si chiama "bandella" perché solitamente i membri sono pochi. Di base tra i 5 e gli 8 elementi. Quindi è una questione di dimensioni. La bandella è nata per portare gioia alla gente; suoniamo soprattutto musica popolare. A me piacciono molto i brani di Vittorio Castelnuovo, che ha composto oltre 100 canzoni diventate patrimonio ticinese. Famosissime quelle realizzate al tempo della Seconda guerra mondiale». E il termine Lipa, invece, a cosa si riferisce? «La “lippa” è un vecchio gioco che si praticava da queste parti, con due pezzi di legno, uno più grande e uno più piccolo, il lippino, con le estremità a punta. A terra si tracciavano un cerchio e un ovale, dove veniva riposto il lippino. Col legno più grande si colpiva quello più piccolo, cercando di farlo saltare più lontano possibile. Come potete intuire, dietro a ogni bandella c’è una tradizione. La bandella è storia».

Trent'anni quest'anno: la Lipa Band di Minusio è nata nel 1990 «per portare gioia alla gente».

Priorità al folklore

Chiedetelo a quelli della Bandella di Tremona, creata nel 1962, tra gli altri, proprio da Cinzio “Noti” Baracchi, padre di Flavio. Si è sciolta una decina di anni fa, per poi ricostituirsi nel 2016. «La voglia di stare insieme è fondamentale – sottolinea Flavio Baracchi –. Lo spirito è quello del divertimento, del mangiare e del bere in compagnia. Frequentiamo anche i grotti, ad esempio. Tutti noi suoniamo già anche nella Filarmonica di Tremona, siamo un po’ polivalenti. Con la banda “normale” studi la parte ed esegui i pezzi, è più impegnativo. La bandella presuppone, invece, un po’ più di spensieratezza, che non significa superficialità. A predominare è l’aspetto folkloristico». L’unico ad avere militato anche nella vecchia Bandella di Tremona è Giorgio Ferrari (64), uno che ha pure avuto la fortuna di andare negli Stati Uniti. «È stato in occasione dei 200 anni della fondazione degli Usa – ricorda lo stesso Ferrari, che suona il bombardino –. Portare una piccola bandella del Mendrisiotto a Washington, in California, in South Carolina, a rappresentare la Svizzera, è stato un grandissimo onore. Ero un ragazzino di 20 anni». La Maslana, Viva Tremona, Besasc (Besazio) Vegia, Mascèla, Mi La Do Mi. Walzer, marce e mazurke. «Eseguiamo una cinquantina di pezzi quasi a occhi chiusi – riprende Baracchi –. E sottolineo il “quasi”. Ogni tanto qualcuno stona, ma ci sta, fa parte della tradizione. Anche se c'è chi critica questo aspetto. Tante canzoni non hanno neanche un autore ben preciso. Per adattarsi a una bandella, un brano deve avere un’armonia semplice, deve essere orecchiabile e avere pochi accordi. La Bandella di Tremona è stata rimessa in piedi per ridare alla comunità una sua tradizione. Io ricordo mio padre che, tra gli anni ’60 e ’80, ascoltava la radio e riconosceva al volo ogni singola bandella già dalle prime note. Detto ciò, a me non piace l’effetto nostalgia. Se oggi la gente vuole altro, non possiamo forzare la realtà. Sarebbe probabilmente improponibile far suonare una bandella per una serata intera durante una festa campestre. Al contrario, si possono prevedere singoli momenti. I giovani vogliono i deejay? Diamoglieli! Noi possiamo continuare a esistere ugualmente, senza pestare i piedi a nessuno».

L’estate che verrà

Un gruppo di complessivamente otto persone. Senza una gerarchia ben precisa. «Non ci siamo arrugginiti in questi mesi – ironizza Ferrari –. E all’orizzonte comunque si profilano buone notizie. Sembra che si stia riprendendo con gli eventi, dopo il brusco stop di questa primavera. Ho approfittato del lockdown per trascrivere e adattare una ventina di pezzi, mi piacerebbe lasciare un certo bagaglio alle generazioni future. Non ne faccio una tragedia, se quella del 2020 non sarà un’estate come le altre. Piano piano si tornerà alla normalità». Sheila Mileto, invece, è leggermente amareggiata per i numerosi eventi soppressi. «Avremmo voluto festeggiare i nostri 30 anni in ben altra maniera. Ma c’è un aspetto che caratterizza la nostra bandella, e che ci accomuna anche alle altre: non ci arrendiamo mai di fronte alle difficoltà. Se non potremo suonare in occasione di grandi eventi, lo faremo in quelli piccoli. La festa è sempre festa».


«Non siamo gli ultimi dei Mohicani»

La pubblicazione "Note di bandella" traccia storia e presente di questo patrimonio musicale della Svizzera italiana. Ne abbiamo parlato con Emanuele Delucchi, co-autore del libro.

TESTO Sebastiano Marvin

Emanuele Delucchi suona il clarinetto nei Chilometro Zero, con i quali ha registrato un CD.

Da dove viene il suo interesse per la musica delle bandelle?

Mio bisnonno e mio prozio facevano parte della bandella di Arogno, che suonava alle feste, al Carnevale. E mio papà è musicista. Così ho cominciato anch’io a suonare. Poi a Zurigo, con altri studenti ticinesi, abbiamo formato la Bandèla Végia. In Svizzera interna ho anche scoperto la Neue Volksmusik, un movimento che punta a valorizzare il patrimonio della musica popolare.

C'è un repertorio tipico?

Il repertorio delle bandelle è come un fiume con tanti affluenti. Una parte importante è rappresentata dalle canzoni folkloristiche scritte negli anni '60 e ’70. Ma esisteva un repertorio anche prima. Vi rientrano le musiche da ballo delle orchestrine di fine Ottocento, brani mandolinistici e arie d’opera. E col tempo si sono aggiunti anche brani di musica leggera. La particolarità è che questo repertorio viene spesso tramandato oralmente da un suonatore all'altro. Un esempio significativo è quello di una marcia che ad Arogno è conosciuta come Marcia di zanétt, come vengono chiamati i bambini che partecipano al Carnevale locale. La Bandella di Bedano la chiama però La nümar vün, la numero uno. Questo perché si tratta del primo brano insegnatogli da un clarinettista di Arogno, che si era trasferito nella regione.

Nel libro lei analizza però tre "serie di libretti". La musica delle bandelle è dunque anche scritta.

La maggior parte delle bandelle oggi suona a urégia. Ma non c’è una regola. Alcune bandelle suonano cunt i librétt. E poi, anche chi ha sempre suonato senza spartito è cosciente che “persa la memoria, persa la musica”. Così spesso si mette a trascrivere ciò che sa.

Per concludere, lei come vede il presente e il futuro delle bandelle?

È difficile fare previsioni, ma chi suona nelle bandelle non si sente certo l'ultimo dei Mohicani. Ci sono molti giovani che suonano, un esempio sono I Bagiöö. E con Chilometro Zero, progetto di cui faccio parte, l'anno scorso siamo stati invitati al festival Alpentöne, che ha commissionato a dei compositori contemporanei la scrittura di nuovi pezzi. Certo, il ruolo sociale della bandella non è più quello di un tempo. Ma questa evoluzione testimonia la vitalità della tradizione, che quindi non credo sia in pericolo di estinzione.