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RADIOFONIA

Passione radiofonica

Il 13 febbraio si celebra la Giornata internazionale della radio. L’occasione giusta per incontrare quattro conduttori e capire cosa vuol dire fare radio oggi, fra Spotify e YouTube.

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Sandro Mahler
03 febbraio 2020

Rossana Tanzi, specialista in scienze forensi con l'hobby della radio, nello studio di Radio Gwendalyn.

«Adesso che abbiamo gli smartphone, uno potrebbe chiedersi: perché non ascoltare musica solo da Spotify e da YouTube?», riflette Rossana Tanzi, conduttrice per hobby a Radio Gwendalyn e grande appassionata di radiofonia. «Ma la peculiarità della radio è che non puoi saltare i brani. Non puoi dire: “Questo l’ho già sentito” o “Questo non mi interessa”. Devi scoprire se ti interessa».

«Al contrario», continua Rossana, «sulle piattaforme online è tutto molto controllato. Pensi di poter ascoltare tutta la musica del mondo, ma in realtà ascolti solo ciò che un algoritmo ha deciso che ti piace. E la differenza è abissale. Alla radio sai che una persona si è presa il tempo di scegliere i brani che ora stai ascoltando. Magari a te non piacciono, però ti raccontano il mondo musicale di quella persona. Ecco perché la radio sopravvive, nonostante la presenza di modi più comodi di ascoltare musica».

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo Fabio Simesuc e Gabriele Merlo, animatori di Rete Tre. «Il punto forte della radio», afferma Fabio, «è che è fatta da persone in carne e ossa, che ti propongono musica e ti possono raccontare retroscena interessanti». Inoltre, secondo Gabriele, «come ascoltatore ci saranno sempre dei momenti in cui avrai bisogno di sentire una voce umana».

Anni ’20: All’inizio le radio erano composte da tre elementi distinti: antenna, ricevitore e altoparlante. Ed erano ancora una cosa per pochi.

1931: Dopo un periodo di sperimentazione, nasce la Società svizzera di radio-diffusione, creata sul modello della britannica Bbc.

1933: Alla Conferenza di Lucerna vengono stabilite le frequenze per l’Europa e il Mediterraneo. Sulla “scala parlante” compare anche Monte Ceneri.

Anni ’50: Il transistor permette una progressiva miniaturizzazione e design più fantasiosi.

Medium vecchio, vita nuova

La radio ad ogni modo resta molto seguita nel nostro paese. Secondo un rapporto di Mediapulse del 2018, nella Svizzera italiana l’87,3% della popolazione l’ascolta quotidianamente, per una media di 117 minuti al giorno. Quanto ai giovani, il 93% di chi ha fra 12 e 19 anni ascolta musica più volte alla settimana. Anche se, secondo uno studio della Zhaw di Winterthur, solo uno su due lo fa tramite la radio. Ma se oggi c’è la musica in streaming a far concorrenza alla radio, «prima c’erano i vinili, le cassette, i cd», fa notare Gabriele. «È sempre stato così, in realtà».

D’altronde, la forza della radio sta anche nella sua capacità di adattarsi. Di cose ne sono cambiate dal 24 dicembre 1906, data della prima trasmissione d’intrattenimento della storia, quando dalle coste del Massachusetts Reginald Fessenden inviò nell’etere la propria voce e un assolo di violino, prima di concludere con un passaggio della Bibbia e gli auguri di buon Natale (un episodio raccontato da Massimo Cirri, animatore di Radio Rai 2, nel suo libro Sette tesi sulla magia della radio). Ma considerate le varie metamorfosi che ha subito nel corso della sua lunga storia, cosa vuol dire fare radio oggi?

Abbiamo provato a chiederlo a Gabriele e Fabio, che negli ultimi due anni si sono occupati insieme di Bandzonair, programma storico del canale giovane della Rsi, dove vengono presentati cantanti e band emergenti della Svizzera italiana. Un programma che i due animatori hanno trasformato, adattandolo al nuovo contesto.

Un primo cambiamento è stato quello di chiedere agli artisti di esibirsi live. Il secondo, di cominciare a produrre anche dei video riassuntivi della puntata. «Entrambi abbiamo la passione per il video making», spiega Fabio. «Abbiamo così deciso di filmare le puntate con tre videocamere e di coinvolgere gli artisti in prove di abilità e giochi, oltre che intervistandoli».

L’idea è di produrre un video che possa essere una carta da visita per loro, qualcosa che gli artisti possano usare per farsi conoscere e per promuovere la propria musica.

«Per noi la difficoltà è che spesso ospitiamo musicisti non abituati a parlare in un microfono», dice Gabriele. «Sono magari un po’ timidi, poco chiacchieroni. Dobbiamo quindi metterli a loro agio, farli divertire. E per questo lavoro spesso ci ringraziano. La sfida, per noi, è di rendere interessante la trasmissione, anche se in studio abbiamo un gruppo alle prime armi invece di – che so? – i Foo Fighters».

Gabriele Merlo (a sinistra) e Fabio Simesuc hanno trasformato "Bandzonair", programma storico di Rete Tre.

Il bello della diretta

In questo senso l’identità di Rete Tre viene loro incontro. Da una parte infatti si chiede qualità. Ma dall’altra viene lasciato spazio per un po’ di sperimentazione, in particolare la sera. «Provi una nuova cosa. Riascolti ciò che è andato in onda. E ti rendi conto di cosa funziona e cosa no», spiega Gabriele.

Ma per l’appunto, quanto è importante riascoltarsi, quando si fa radio? «Tanto», risponde subito Fabio, che poi ci riflette e ribadisce il concetto: «Tanto, perché mentre sei in diretta non ti rendi conto di tutto quello che accade. Ad esempio, che si poteva evitare di dire una certa cosa, che si poteva tagliare una certa parte o che il gioco lo si poteva fare in modo diverso. Aiuta anche a conoscersi meglio: riascoltando un passaggio capisci magari che l’altro voleva ancora dire qualcosa, mentre tu lo hai interrotto per mandare in onda un brano musicale».

Insomma, l’affiatamento gioca un ruolo fondamentale. E di questo ne sa qualcosa Giorgio Fieschi, per decenni conduttore del programma della Rsi Galassia sessanta e ora «del (quasi) programma di archeologia musicale Non ho l’età su Radio Ticino».

Giorgio Fieschi, dopo una lunga carriera alla Rsi, ora conduce "Non ho l'età" su Radio Ticino.

«Chi può contare sull’affiatamento con il collega di microfono o di regia è molto fortunato». E nel caso di Giorgio Fieschi, il pensiero va subito a Sergio Savoia, compagno di mille puntate. «Non avevamo la stessa età, non ci conoscevamo, abbiamo due caratteri diversi. Non avevamo niente in comune, se non la passione per la musica. Eppure con Sergio è stata un’esperienza felicissima. Diventava quasi una sfida: uno metteva un mattone, allora l’altro due, quindi il primo rispondeva con tre». Ma l’affiatamento non basta, per riuscire a trasmettere la giusta energia all’ascoltatore. Ci vuole anche il brivido che dà essere in onda e sapere che qualcuno, in quel preciso istante, ti sta ascoltando. «La diretta ti obbliga a essere come sei. E se non senti un minimo di tensione prima che ti venga aperto il microfono, non sei bravo. Me lo disse Sergio Ostinelli una volta e aveva ragione. Anche se poi, quando sei in onda, vai come un trax. Perché sai che non hai il paracadute. La diretta è anche una grande scuola, perché ti obbliga a sapere le cose, a stare attento, ad ascoltare».

E ad ascoltare Giorgio Fieschi parlare di radio, si ha accesso senza filtri a questa sua grande passione. Dobbiamo portare il discorso sull’evoluzione tecnologica del mezzo, per vedere affiorare anche la sua parte più riflessiva. «Oggi come oggi sono i social e il web a fare la radio. È bellissimo, ma non è più radio. Adesso a fare i programmi è spesso l’ascoltatore, non tu dietro al microfono. Personalmente, però, ne ho un po’ piene le scatole dei “Raccontateci come avete trascorso la giornata”».

Autoradio: Il motore a scoppio è fonte di interferenze. Per questo le autoradio, come questa degli anni ’50, devono sempre essere schermate.

Anni ’60: La radio entra in sempre più case e lo fa con l’alta fedeltà, che garantisce una migliore qualità del suono.

Anni ’90: Un’ulteriore miniaturizzazione introduce la portabilità, spesso a scapito della qualità del suono.

1998: Fine della filodiffusione, una particolarità elvetica sin dal 1931. Spazio quindi al web, alle app e al Dab+.

Un hobby nell’etere

Il digitale ha comunque avuto il merito di aprire la possibilità di fare radio a molte più persone, anche solo per hobby. I costi si sono abbassati e si è tornati per certi versi a qualcosa di simile al fenomeno delle radio libere degli anni Settanta, seppur via web e Dab+. In Svizzera, l’Unione delle radio locali senza scopo di lucro (Unikom) ne censisce 24 fra Svizzera tedesca e francese, alle quali si aggiunge, nella Svizzera italiana, Radio Gwendalyn, presente dal 2005.

E con la piccola radio culturale di Chiasso collabora Rossana Tanzi, di professione specialista in scienze forensi per la polizia scientifica a Bellinzona: «Csi: Ticino», la definisce lei sorridendo. Ora conduce Mediterraneo, un viaggio musicale tra Europa del Sud e Nordafrica. Ma la passione per la radio le è nata da bambina e l’ha portata avanti al liceo, grazie a Nettune, il network di radio studentesche promosso proprio da Radio Gwen.

«Quella di Radio LiMe – dall’abbreviazione di “Liceo cantonale di Mendrisio” – è stata un’esperienza bellissima. Abbiamo incontrato tante persone diverse, dai giornalisti della Rsi al drammaturgo Flavio Stroppini, che ci aveva proposto un workshop sul radiodramma. Col tempo il nostro gruppo è diventato una grande famiglia, tant’è che una volta abbiamo persino dormito in radio. I programmi li facevamo rigorosamente in diretta. Buona la prima. E spesso non era buona, la prima! Però è sempre stato molto divertente».

Ad ascoltare chi fa radio oggi, la sua magia non pare essere scomparsa. È so- lo cambiata, come tutto. E salta fuori quando meno te l’aspetti, magari nel racconto di un viaggio in bici. «Avevamo attaccato una piccola radiolina di plastica al manubrio», racconta Rossana Tanzi. «Prendeva malissimo, ovviamente. Mentre attraversavamo i pascoli si sentiva crrrccrr – musica – crrrccrr – musica. Tra l’altro le condizioni di viaggio erano state terribili. Sole cocente e pioggia, diluvio, freddo, cose». Restava però una certezza: quella radiolina gracchiante attaccata al manubrio a tenere compagnia.