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Picnic, una storia di gusto e natura

La bella stagione mette voglia di pranzare all’aperto in famiglia o con gli amici. In montagna o in riva al fiume. Valori che Maura e Maurizio tramandano ai figli Enea e Noè.

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Viola Barberis
03 luglio 2020

La paternità del picnic è sempre stata il pomo della discordia tra inglesi e francesi. Se è vero che i contadini di mezzo mondo, tra un lavoro e l’altro nei campi, hanno sempre pranzato all’aria aperta, è anche vero che il picnic, come lo conosciamo oggi, non ha origini rurali. Risale a poco prima della Rivoluzione francese, quando i nobili volevano sfuggire alla vita monotona di corte, divertendosi attorno a lunghe tavolate di campagna.

La merenda all’aperto è stata resa popolare solo nell’Impero britannico sotto il regno della regina Vittoria, nella seconda metà del 19esimo secolo. E non solo perché “Sua Maestà” amava cenare countryside – in quel periodo vengono introdotti anche i cesti da picnic in vimini con stoviglie in porcellana e posate in argento –, ma anche per l’avanzare dell’industrializzazione, che rendeva le città sempre più affollate e sporche: un cambiamento di scenografia per respirare aria fresca era benvenuto.

Spuntino variato e colorato

La famiglia Zappella-Nessi di Locarno non deve fuggire da niente. A Maura e Maurizio, con Enea e Noè, semplicemente piace la natura: amano le uscite in barca sul lago come pure le scarpinate in montagna. E il pranzo al sacco. Per questa famiglia sportiva le occasioni da picnic sono talmente numerose, che il “repertorio” culinario è vasto. Anche perché, scherza Maura, i suoi uomini altrimenti reclamano!

Addentare un bel panino all'aria aperta è ancora più bello.

Infatti, tiene in serbo proposte variate, colorate, equilibrate a livello nutrizionale – di professione è dietista – e a prova di trasporto. «Le adatto anche al tempo di percorrenza. Quando so che camminiamo tanto, preferisco la frutta secca a quella fresca per portare meno peso». Non è il caso per l’odierno appuntamento fotografico: la meta è il lago Tremorgio, sopra Rodi-Fiesso. Si trova a 1.830 metri, ma è raggiungibile in teleferica. Mele, ciliegie e mirtilli, verdurine di stagione mondate e tagliate a mo’ di fingerfood, insalata di couscous e panini integrali. Tra le due fette di pane, prosciutto o bresaola con una foglia di insalata verde. La volta successiva, Maura potrebbe estrarre dallo zaino, accanto alle crudité, delle fette di torta di verdure, dei cubetti di frittata, un’insalata di quinoa o di farro. E da bere? Ognuno porta la sua borraccia d’acqua, per escursioni più impegnative, un tè fatto in casa, con un cucchiaio di miele e un pizzico di sale.

Maura, Enea, Noè e Maurizio si godono la vista sul lago Tremorgio, tra i più profondi laghetti alpini in Ticino.

Ma per la famiglia Zappella, soprattutto per i figli di 8 e 12 anni, il picnic non è fine a se stesso. Il loro entusiasmo dipende anche dalle possibilità di pescare: con qualche lancio di canna e al picnic ci prendono ancora più gusto. Già, il bello del pranzo al sacco è anche tutto ciò che vi ruota intorno: la camminata, la ricerca di erbe spontanee, il silenzio, l’ozio al sole, il vento che passa tra i capelli, i fiori alpini che permeano l’aria con il loro profumo, un libro da leggere sdraiati sulla coperta o la pesca per chi è munito di patente. «Siamo cresciuti con la passione dell’andar in montagna e ora ci piace trasmettere questi valori ai nostri figli. Al Tremorgio ci venivo già con mio nonno» racconta Maurizio.

Così impariamo che in questa regione si trova un minerale molto raro (la scapolite), che la vena bianca nella roccia verso il passo Campolungo è la dolomia saccaroide (che nasconde nei suoi sedimenti almeno 24 specie di rari cristalli) e che questo laghetto alpino non si è formato, come narra la leggenda, dall’impatto di un meteorite, ma da una conca glaciale. Apprendiamo pure che il Tremorgio è tra i più profondi laghi alpini del Ticino, in certi punti raggiunge i 90 metri. Qui si trovano le trote più vecchie, possono arrivare anche 15 o 20 anni. E mentre Maurizio spiega, Enea e Noè chiedono attenzione: «non avete sentito il fischio della marmotta?».

La pesca, un "valore aggiunto" ai picnic in montagna. Papà Maurizio introduce Noè (in primo piano) ed Enea.

Il lago invita alla pesca

Questione pesca. Enea e suo papà, che nel tempo libero presiede la commissione cantonale della gestione ittica dei laghi alpini, sono già saliti la sera prima e hanno dormito in capanna. Per il dodicenne nessuna levataccia è troppo dura pur di gettare l’amo in acqua. Così di buon mattino, papà e figlio erano già in riva al lago. La fortuna ha appagato Enea: un salmerino alpino di 34 cm ha abboccato. Quando li raggiungiamo a mattina avanzata, lo mostra con giusta fierezza. Non è quindi raro, che nei picnic della famiglia Zappella finisca alla griglia anche il pesce appena pescato. Anche se il sole oggi non era molto presente, o come dice la famiglia Zappella «la “speranzina” (intesa come il buco celeste nel cielo) oggi non si è affacciata per molto tempo», la domenica in famiglia con picnic in montagna e pesca ha messo tutti di buon umore. Il pranzo al sacco ha anche questo di bello.

 

Un dettaglio sulla varietà di vettovaglie a disposizione della famiglia Zappella-Nessi.


 

Trevor Appignani, Foodtruck TR3VOR.  

«I miei panini sono dei piatti»

Il valmaggese Trevor Appignani crea ogni settimana sandwich nuovi, che vende dal suo foodtruck e, al momento, come delivery. Le sue dritte.

Come “costruisce” i suoi panini?

Penso dapprima all’abbinamento dei sapori che vorrei ottenere, dopo decido l’ordine degli ingredienti. Di solito, la farciatura inizia con una salsa, subito a contatto segue la carne o il pesce, quindi le verdure, successivamente le foglie delicate di insalata, e in cima un po’ di salsa e qualche componente croccante. Mi piace mangiare il panino leggermente tiepido e gustare le diverse consistenze.

Come renderebbe un semplice panino e mortadella sfizioso?

Non uso gli insaccati, ma comunque, qui aggiungere una parte croccante, come sempre, che potrebbero essere i pistacchi, che richiamano quelli presenti nella mortadella, o biscotti al pistacchio sbriciolati. Poi un sapore più neutro, tipo una crema di patate, e qualche erba aromatica spontanea.

Il mondo dei panini conosce dei trend?

Non lo so, io non guardo gli altri. I clienti vengono da me per due motivi: il panino al tartare, l’unico che faccio tutte le settimane, e per le altre proposte che variano sempre. Cerco di dare il mio meglio e di stupire. Quando il cliente dice “mi hai sorpreso anche questa volta” mi fa piacere. Fondamentalmente i miei panini sono dei piatti e poi li riadatto a panino. Una volta ho fatto uno con le cozze e la maionese montata con l’acqua delle cozze… riesco a “paninizzare” ogni cosa.

Come impacchettare un sandwich a prova di trasporto?

Chiaramente sarebbe meglio mangiarlo appena preparato. Quello al tartare, in queste settimane, lo consegno “scomposto”, per avere un risultato ottimale. Comunque, non va mai messo nella plastica, altrimenti il pane si fa gommoso. Lo avvolgerei piuttosto nella carta da cucina o da forno.

 


 

Déjeuner sur l’herbe: Lo scandalo della verità

La passione per pic nic e affini è celebrata anche dall’arte, come nella grande tela del 1863 “Le déjeuner sur l’herbe” di Èdouard Manet, dipinto al centro di un clamoroso scandalo artistico, come spiega Benedetta Giorgi Pompilio, che cura la rubrica “Il Quadro” in Cooperazione. «L’opera, appena presentata al pubblico, scatena scandalo e sdegno. Vi sono riprodotte quattro figure in un momento di relax nei boschi fuori Parigi. Tra due gentiluomini in abiti borghesi spicca una donna nuda, ritenuta dai contemporanei “sconveniente”, perché è una figura reale, riconoscibile – è la modella Victorine Meurent. Non si tratta quindi di un pretesto mitologico o allegorico per la nudità idealizzata, come era stato per esempio il caso della Venere di Botticelli. Il quadro accresce a dismisura la notorietà di Manet, che influenzerà tutta la pittura successiva. Insomma, che se parli bene, che se parli male, l’importante è sempre… che se ne parli!».


 

La storia del picnic in pillole

1692 Il termine pique-nique fa la sua apparizione nel dizionario francese “Origines de la langue française de ménage”, la lingua dove la parola ha avuto origine.

18° secolo La nobiltà francese fa dei pasti nella natura un’arte di vivere. Vanno per la maggiore pranzi campestri all’aperto, con musica e danza.

Inizio 19° secolo Con l’introduzione del treno, il ceto medio esce dalla città la domenica, per scoprire la natura e mangiare insieme all’aperto.

Fine 19° secolo Invenzione inglese del classico cestino in vimini da picnic accessoriato di stoviglie in porcellana, posate in argento e una coperta.

20° secolo Il picnic si fa più democratico grazie alle prime vacanze pagate e alla diffusione dell’automobile (in foto).

21° secolo Il picnic si fa dappertutto, spiaggia e montagna. Diverse anche le proposte artistiche, come il “Bignik” organizzato nella Svizzera orientale: nel 2019 a Trogen/AR sono state riunite quasi 300mila tovaglie rosse e bianche, per un “big” picnic in comune.