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IL SORRISO

Quei dottori che portano il sorriso

Il primo venerdì di ottobre ricorre la Giornata mondiale del sorriso. L’occasione per ricordare l’importanza che il buon umore può avere sulle nostre vite e sul suo aspetto terapeutico. Incontro con la “Dottoressa Sogni” della Fondazione Theodora.

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STEFANO SPINELLI
28 settembre 2020
Claudia Aldini  porta un po' di spensieratezza nelle corsie degli ospedali ticinesi, nelle vesti della Dottoressa Tiramisù della Fondazione Theodora.

Claudia Aldini porta un po' di spensieratezza nelle corsie degli ospedali ticinesi, nelle vesti della Dottoressa Tiramisù della Fondazione Theodora.

«Cosa è per me il sorriso?», si fa un attimo seria e d’un tratto si ravviva la scintilla nei suoi grandi occhi azzurri. «È l’espressione più sincera del nostro cuore, un’esplosione di generosità, un’energia che portiamo dentro di noi e che può essere attivata in ogni momento». E Claudia Aldini di sorrisi se ne intende. Oltre ad aver fondato il Circo Fortuna – il cui slogan è “da oltre 20 anni movimento, improvvisazione, gioia, creatività, individualità” – , dieci anni fa è entrata nel team dei “dottori Sogni” della Fondazione Theodora, che portano negli ospedali un soffio d’allegria tra i giovani pazienti.

«È sempre stato un mio desiderio poter aiutare gli altri, e con i bambini ho una speciale connessione. È una grande soddisfazione potermi rendere utile e regalare sorrisi e momenti di gioia a questi giovani – ci spiega Claudia Aldini, che lavora negli ospedali di Bellinzona e di Lugano, così come all’Otaf, nelle vesti della “dottoressa Tiramisù” –. Da tre anni abbiamo introdotto a Bellinzona il programma di accompagnamento chirurgico: accogliamo i bambini al loro arrivo in ospedale, li seguiamo nei preparativi, li accompagniamo fino alla sala dell’anestesia e siamo presenti al loro risveglio. Sono momenti molto stressanti per loro: se sono agitati e piangono, rischiano di congestionarsi il naso e respirare con difficoltà, vivere male l’esperienza e avere un risveglio più complesso. Con il nostro intervento, in collaborazione con il personale medico e il supporto dei genitori, riusciamo a calmarli e distrarli per un po’ dal pensiero della malattia e dell’intervento. In alcuni ancora rari casi, siamo anche riusciti ad evitare ai piccoli pazienti l’utilizzo del dormicum, una premedicazione somministrata prima dell’anestesia».

Una questione di scelta

Insomma, che le risate e l’allegria facessero bene, è piuttosto intuitivo, ma che fossero così efficaci è sorprendente. «Nelle camere degli ospedali si può sentire una certa tensione e dopo il nostro passaggio si avverte che qualcosa è cambiato, che l’atmosfera è più distesa. Per me la parola chiave è “scelta”– commenta Claudia Aldini –. Credo che la felicità sia una questione di scelta. Poniamo il caso del bambino all’ospedale: deve farsi operare o subire un prelievo, su questo non ha scelta. In compenso, lo si può aiutare a scegliere come affrontare la situazione. Vuole rinchiudersi nel suo dolore e magari passare ore angosciose d’attesa, o trascorrere questo tempo nel buonumore? Il mio compito sta nel connettermi con la parte sana del bambino, ascoltarlo, entrare nel suo mondo e dolcemente provare a trascinarlo nel mio, per esempio con una storia, con degli effetti di magia o con Squitti, il topolino di peluche che mi accompagna nelle visite».

Ma non deve sempre essere facile portare allegria in momenti difficili, anzi a volte potrebbe apparire fuori posto. E un sorriso, contrariamente a un farmaco, non si può prescrivere… «È vero, ma paradossalmente, più la situazione è critica, più do del mio meglio. Ricordo ancora un’adolescente straniera alla quale il dottore aveva appena comunicato che la sua era una malattia incurabile e che le sarebbero rimasti pochi mesi. Il traduttore era un omone grande e grosso. Ho improvvisato seguendo il suo modo di fare e sono stati momenti indimenticabili: la ragazza e sua madre sono state eccezionali e malgrado la situazione hanno cominciato a ridere e a partecipare in modo attivo al gioco. È stato magico, quasi a dimostrazione che anche in un momento tragico si può assaporare a fondo e godere la vita» spiega con gli occhi lucidi di emozione, che si trasformano di nuovo in uno sguardo sorridente. «Non lo faccio apposta, i miei occhi sono così, molto espressivi – sembra quasi giustificarsi –. La mascherina? Sì, è un po’ un handicap, ma me la cavo con la mimica e con il tono della voce» spiega Claudia Aldini. E se non siete ancora convinti del potere del sorriso, girate pagina e scoprite cosa racconta la scienza. Non avrete più scuse per scegliere da che parte stare…


I benefici dello humour

Da anni, Andrea Samson, professoressa alla Facoltà di psicologia d’UniDistance Suisse e all’Istituto di pedagogia curativa dell’Università di Friburgo, si dedica allo studio dello humour e alla sua capacità di regolare le nostre emozioni.

Perché ha deciso di dedicarsi allo studio dello humour?

Già per il master mi ero dedicata all’umorismo e al momento di decidermi sul dottorato, il mio supervisore – un ricercatore ma anche un cartoonist – mi chiese: “scegli il tema del “decision making” o dello “humour”? (Sorride). Mi ha subito stimolato, perché lo humour allora (era il 2006) non era ancora stato molto analizzato in una prospettiva scientifica. Quello che mi interessa in modo particolare ora è lo humour come strategia per regolare non solo le proprie emozioni ma anche quelle degli altri.

A quali conclusioni è giunta con il suo dottorato sull’effetto delle barzellette sulle varie parti del cervello?

Nel cervello non c’è un centro deputato all’umorismo, ma piuttosto una rete di varie aree legate a processi diversi. Per apprezzare una battuta sono necessarie competenze sociali, cognitive ed emotive: bisogna capire la prospettiva dell’altra persona, cogliere il contesto e la battuta finale (in cui c’è sempre un’incongruenza da risolvere). Infine c’è la valutazione della barzelletta: la trovo divertente o no?

Ma capita anche di ridere a battute poco divertenti. Che cosa sono il riso e il sorriso?

Entrambi sono legati a emozioni positive e possono esprimere gioia o essere una strategia di comunicazione sociale. A volte si ride a una battuta non perché sia particolarmente divertente, ma per fare piacere a chi la racconta (come per esempio i dipendenti che ridono a una barzelletta, non necessariamente divertente, raccontata dal proprio capo). Allo stesso modo un sorriso non sempre esprime gioia, può essere una testimonianza di gentilezza o di educazione verso l’interlocutore. In questi tempi, con la mascherina che copre la bocca, il sorriso di gioia si può notare dagli occhi e dal timbro della voce, ma il sorriso per gentilezza non si decifra dallo sguardo. E questo manca un po’ (sorride all’altro capo del telefono)…

Questo ha delle implicazioni?

Non per adulti o giovani adulti, che possono esprimere le emozioni con i gesti, la voce. Ma mi chiedo, invece, l’impatto che questo avrà sui bambini piccoli che si stanno sviluppando e imparano ad esprimere le emozioni osservandoci. Se il bambino è attorniato tutto il tempo da persone che portano la mascherina, imparerà allora a concentrarsi sulla voce o forse sui gesti? E che conseguenze avrà questo a lungo termine? Non lo sappiamo.

Lei parla anche di humour come strategia per regolare le emozioni. Cosa intende?

Se qualcuno ha vissuto un episodio imbarazzante o spiacevole, un’altra persona per sollevarla potrebbe fare una battuta. Certo, può succedere che la battuta sia inopportuna e peggiori la situazione, ma può anche darsi che riesca a creare un’atmosfera più positiva. Quello che mi interessa in questo caso è la capacità dello humour di diventare una strategia di regolazione delle emozioni, ossia di aiutare la persona a cambiare prospettiva o a distrarla dalla situazione spiacevole.

Durante il lockdown c’è stato un bombardamento di battute generalizzato, soprattutto sui social. È dovuto alla regolazione delle emozioni che ha menzionato?

Anche. Diciamo che ho individuato tre fenomeni: ci sono state situazioni assurde che si prestano naturalmente al riso, e hanno favorito il fiorire di battute come quelle legate all’acquisto in massa di carta igienica. Il secondo fenomeno è quello di chi non prendeva sul serio la situazione, dicendo che si stava esagerando. Il terzo elemento è quello di chi non negava la gravità e l’eccezionalità della situazione ma ha deciso di riderci sopra: da un lato per distrarsi e dall’altro per osservare la situazione da un altro punto di vista. In questo senso sì, si tratta di una funzione di regolazione delle emozioni.

Ci sono persone che non reagiscono allo humour?

Non so se ci siano persone che non reagiscano mai. Quello che è certo è che ci sono tratti di carattere che rendono più ricettivi allo humour. Alcune persone sono di predisposizione più allegre, altre di natura più seria. Ci sono anche persone con disturbi depressivi o con grandi angosce che sono meno ricettive all’umorismo. Ma ci sono anche aspetti cognitivi che entrano in gioco: qualcuno potrebbe non avere gli strumenti per decifrare una barzelletta. Inoltre, c’è chi ha problemi di competenze sociali: magari afferra una barzelletta semplice, basata su giochi di parole, ma non quelle che implicano di comprendere un punto di vista che non sia il proprio.

Lo humour si può anche imparare...

Sì. Quello che abbiamo notato è che i bambini, crescendo, sviluppano la loro capacità di apprezzare barzellette e scherzi sempre più complessi. Iniziano per esempio con il ridere quando un adulto chiede un oggetto e loro glielo negano. Oppure quando un adulto si copre gli occhi con una mano e chiede “Dov’è il bebè?”. Si inizia con questi piccoli giochi incongrui che poi diventano man mano più complessi e implicano i tre fattori di cui parlavo prima: quello cognitivo, sociale ed emotivo.

Perché sorridere e ridere sono salutari?

Sappiamo dalla ricerca che le emozioni positive sono una risorsa a lungo termine. Ci sono molti studi di psicologia positiva (che si occupa dello studio del benessere personale, incentrato sulla qualità della vita, ndr) che mostrano come le emozioni positive possano contribuire a una maggiore resilienza e a una migliore gestione delle emozioni. Inoltre, aiutano ad avere migliori relazioni con gli altri e contribuiscono allo sviluppo della creatività e dei processi cognitivi.

Le emozioni positive non si possono prescrivere. Si possono allenare?

Sì, ci sono diverse terapie e strategie che cercano non solo di diminuire le emozioni negative, ma anche di aumentare quelle positive, come per esempio lo yoga della risata o la meditazione mindfulness. E ci sono anche tante piccole pratiche applicabili nella vita quotidiana.

Per esempio?

Prendendo coscienza delle cose positive di cui siamo riconoscenti, magari aiutandosi con un diario. Si tratta di saper prestare attenzione a momenti preziosi. Per esempio, assaporare coscientemente un cioccolatino invece di mandarlo giù in un boccone (sorride). Oppure fare piccole cose che ci fanno stare bene.

Nel suo ambito di ricerca, quali sono i progetti in cantiere?

Sto lavorando con persone che hanno disturbi dello sviluppo o una disabilità intellettiva. Oggi mancano studi sullo humor e sul ridere come strumenti per aiutare le persone con disabilità ad affrontare situazioni difficili. Un altro aspetto al quale sono interessata è l’introduzione dello humour e delle emozioni positive per rafforzare le competenze emotive dei bambini a scuola. Per questo progetto sviluppiamo delle attività per ridere e giocare insieme.