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10 maggio

Viva la mamma

Domenica è la festa della mamma. La tradizionale giornata di maggio dedicata a queste donne speciali rischia di essere sottotono. Quattro testimonianze di madri che traggono il meglio dalla situazione attuale.

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sandro mahler
04 maggio 2020
Nonna Stefania, mamma Claudia e la piccola Alice:  in casa Valli il confinamento è iniziato già prima che venisse raccomandato.  Si sono organizzate per restare isolate tra loro.

Nonna Stefania, mamma Claudia e la piccola Alice: in casa Valli il confinamento è iniziato già prima che venisse raccomandato. Si sono organizzate per restare isolate tra loro.

Domenica è la festa della mamma in decine di paesi. Se l’usanza risale all’antichità, nella sua forma moderna la tradizione affonda le sue radici negli Stati Uniti di inizio Novecento. All’origine della ricorrenza ci fu Anna Jarvis, che volle onorare il ricordo di sua madre, scomparsa nel 1905 e che in vita si era distinta per le sue opere caritative.

Fu il presidente Wilson ad ufficializzare la festa nel 1914, fissando la ricorrenza alla 2a domenica di maggio. Ma c’è anche chi festeggia le mamme l’ultima domenica di maggio o la prima domenica di giugno (come in Francia e in diversi paesi africani) e chi quest’anno l’ha già festeggiata (come nel Vicino Oriente il 21 marzo).

E se ci sono giovani mamme che in queste settimane sono rimaste a casa con i figli che non potevano frequentare la scuola, ci sono adulti che la loro madre non la vedono da settimane, seguendo le ­raccomandazioni delle autorità di distanziamento sociale.

Per milioni di figli e di mamme sarà quindi una festa sottotono quella che sta per avvicinarsi. Forse potremmo allinearci al calendario argentino e riportare i festeggiamenti alla terza domenica d’ottobre. Nel frattempo consoliamoci e guardiamo il ­video – disponibile su youtube – di Christopher Ibrahim, lo studente in ingegneria di Beirut che, ­assieme a due amici, ha avuto l’idea di organizzare un servizio di consegna di rose a domicilio con un drone. Non rimpiazzeranno un abbraccio, ma i sorrisi di queste mamme affacciate ai balconi mettono allegria.

Dal canto nostro, vi invitiamo a un piccolo allegro tour ticinese con la storia di quattro mamme che ci hanno raccontato per telefono la loro personale esperienza di maternità, con un’attenzione particolare al momento che stiamo vivendo.

E in questo spirito, a tutte le mamme, un grande augurio da parte di Cooperazione! 


«La mia vera opera d'arte»

Claudia Valli, 43 anni, mamma di Alice, 5 anni,  nail designer, organizzatrice d’eventi, Mendrisio.

È una voce allegra e squillante quella che risponde al telefono. «Tutti mi dicono che faccio delle opere d’arte (si riferisce al suo lavoro di nail designer con cui ha partecipato anche a campionati a livello mondiale, ndr). Ma la mia vera opera d’arte è Alice – esclama felice –. Il suo arrivo per me è stato qualcosa di bellissimo, ha riempito la mia vita di gioia. Viviamo molto serenamente la nostra condizione di famiglia monoparentale. Forse mi aiuta anche il fatto che io sia molto spirituale» ci racconta. Oltre che per allegria, Claudia spicca per determinazione, sia quando parla della sua professione sia come mamma. «Diventare mamma non è sempre stata una mia ­priorità. Anzi da giovane ero un’anti-­mamma. Poi all’improvviso, dopo i trent’anni, l’orologio biologico ha iniziato a ticchettare». Nelle settimane di confino forzato, Claudia ha dovuto interrompere la sua attività a stretto contatto con le clienti, ma si è data da fare dietro le quinte, prendendo la situazione con ­filosofia, cercando di trarne il meglio. «Con Alice abbiamo potuto passare tanto tempo insieme, me la sono goduta tantissimo. Cosa faremo per la festa della mamma? Niente di particolare, qui non esiste la festa della mamma, è sempre festa! Alice mi onora ogni giorno con dei regalini: disegni, fiorellini, sassolini. Pensa che poco tempo fa mi ha chiesto di comprarle dei post-it a forma di cuore. E adesso mi scrive messaggini affettuo- si» conclude felice Claudia.


«Ora faccio la nonna»

Stefania Valli, 63 anni, mamma di Claudia e nonna di Alice, casalinga, Vacallo.

I genitori educano, i nonni viziano. E i figli cosa fanno? Di sicuro in casa Valli portano il sorriso...

Anche Claudia esprime profondo affetto verso sua madre, pure se in modo scherzoso. «Ora è “nonna” più che “mamma”». Stefania è una nonna giovane; già giovane era diventata madre. «Mi sono sposata a vent’anni, una cosa comune ai tempi, e qualche mese dopo sono rimasta incinta. La maternità non mi ha cambiato molto la vita. Mio marito allora lavorava per una multinazionale, io avevo già lasciato la mia professione per seguirlo nelle sue trasferte. Ero incinta quando abbiamo fatto due volte il giro del mondo… Forse eravamo più incoscienti e la gravidanza, pur essendo anche allora una cosa importante e bella, era presa con più naturalezza, senza tanta enfasi: non ci facevamo tutti i problemi che si fanno le donne oggi». Stefania è fiera di sua figlia, come lo è di sua madre, che pure era stata piuttosto assente in quel ruolo: «Era una donna molto forte. Staffetta partigiana, in prima linea coi sindacati e i movimenti femministi, è stata insignita del titolo di cavaliere della Repubblica. Ma sebbene lontana dalla famiglia, ci ha trasmesso grandi valori e una buona educazione. Io ho capito veramente cosa vuol dire essere mamma guardando mia figlia crescere Alice. È una bravissima madre, più di quanto lo sia stata io. Quando ero giovane, essere mamma significava nutrire, educare, aiutare nei compiti i propri figli, un ruolo in qualche modo limitato, non si faceva tanta attenzione alla psiche dei bimbi. Qualche tempo fa ho letto una frase che mi ha segnata: «I bambini devono essere felici, non farci felici». Forse anche questa è una differenza di paradigma. Io adesso faccio la nonna e cerco di rendere felice Alice». Allora è vero, come scherzosamente ci ha anticipato Claudia, che «I genitori educano, i nonni viziano?». Dall’altro lato della cornetta scoppia una risata: «In effetti, sento spesso dire a mia figlia “mamma, basta!"; in verità, non penso di esagerare». Ma si tradisce poco dopo, quando le chiedo cosa vorrà fare appena l’emergenza Covid-19 sarà passata. Senza esitare un secondo ci confida con una gioia che fatica a contenere: «Portare Alice al mare per 15 giorni, è la nostra tradizione. Lì faremo la nostra “via crucis”: gelato, giostre e zucchero filato».


«Ho sempre sognato di diventare mamma»

Nana Buvoli, 34 anni, mamma di Alexander, 3 anni, e Liv, 2 mesi, Collaboratrice Rsi nel dipartimento Programmi & Immagine, Ponte Brolla.

Nana si occupa della piccola Liv, mentre con Alexander ama dedicarsi allo yoga e alla pittura.

«Ho sempre sognato di diventare mamma, sapevo che sarebbe successo, ma lo vedevo come un futuro lontano. Poi, quattro anni fa, ero in vacanza con mio marito, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito che era il momento giusto». Alexander oggi ha tre anni e una sorellina di 2 mesi. Infatti, il primo marzo scorso, all’Ospedale della Carità, proprio prima che la struttura venisse dedicata ai pazienti Covid-19, è nata Liv. «Vedevamo cosa succedeva in Italia, ma non eravamo consapevoli delle dimensioni che la malattia stava prendendo. L’atmosfera era ancora tranquilla, anche grazie alla levatrice. In più è stato un parto veloce, che mi sono davvero goduta nonostante il grande dolore. Sono entrata in ospedale alle 6 e alle 15 ero a casa: a causa delle restrizio- ni delle visite, mio figlio sarebbe potuto venire solo dopo le 15:30 e mi mancava troppo» ricorda Nana. «Certo, il “confino” non è facile, soprattutto per Alexander, che vorrebbe abbracciare i nonni. Io poi speravo di poter vedere mia mamma, che vive in Brasile: sarebbe dovuta arrivare in questi giorni... A parte questo, noi quattro stiamo vivendo una realtà nostra: ci alziamo al mattino e decidiamo cosa fare nella giornata. Ed è la prima volta che abbiamo trascorso la Pasqua insieme: mio marito, che è ristoratore, lavora sempre durante le feste». Ogni tanto Nana interrompe la conversazione per rispondere al piccolo che richiama la sua attenzione. «Diventando mamma sono diventata molto più sensibile ed empatica. Anche verso mia mamma. Da un lato è come se si fossero invertiti i ruoli, dall’altro è anche diventata la mia migliore amica». Cosa sogna per il suo futuro? «Viaggiare, magari trasferirci in un altro paese, in modo che i figli possano conoscere un’altra cultura e imparare un’altra lingua. Ma la vita è perfetta, le cose succedono quando devono capitare, probabilmente un giorno con mio marito ci guarderemo e capiremo che è arrivato il momento».


La ricchezza della vita in campagna

Nives Giussani, 38 anni, mamma di Ian, 9 anni, Amanda, 5, e madre affidataria di un bimbo di 5*, infermiera e contadina, Faido.

*Il piccolo non appare per tutelarne la privacy.

Nella famiglia Giussani, si amano le passeggiate nella natura, un'occasione per stare insieme e discutere.

«Siamo una famiglia che parla tanto. Mio figlio Ian una sera mi ha chiesto di fare il giro del paese “così parliamo un po’» racconta Nives Giussani, il cui affetto per i due figli biologici Ian e Amanda e il figlio affidatario, è evidente. «I è formidabil – esclama sognante in dialetto –. Ian si diverte a fare sorprese e poi trascina i fratellini. L’altra sera ho finito il turno alle 20 e a casa ho trovato la tavola imbandita con doppie portate, doppi bicchieri. “Ho apparecchiato come piace a te” mi ha detto (e io sotto sotto ho pensato: sarà il doppio di stoviglie da lavare)» e scoppia in una risata. Eppure la maternità, per Nives non è sempre stata rosa e fiori. «Tutti dicono che diventare madre è un’esperienza bellissima. Io e mio marito volevamo un bambino, ma l’arrivo di Ian mi ha stravolto la vita. Fino a tre settimane prima del parto, lavoravo, poi d’un tratto mi sono ritrovata a casa con il bambino, che piangeva da mattina a sera. Credevo mi mancasse l’istinto materno. Ho superato la crisi parlandone apertamente. Infatti, poi non vedevo l’ora che Amanda nascesse e in seguito abbiamo anche deciso di prendere in affidamento un bimbo, oggi parte integrante della famiglia». Data la difficoltà di far combaciare i turni in ospedale con l’accudimento di tre figli piccoli, Nives ha lasciato la corsia e ha iniziato a lavorare nella azienda agricola del marito. «Per i bambini è una ricchezza: vedono gli animali nascere e morire, si preparano su tanti temi importanti senza accorgersene. In questo periodo di confino ci aiutano volentieri e noi abbiamo più tempo per loro». Ma con l’emergenza Covid-19, Nives risponde all’appello delle autorità e torna in corsia. «E sai cosa? Sto riconsiderando di tornare a lavorare!”». Però, intanto, c’è un desiderio più modesto che vorrebbe vedersi esaudire: «Uscire a cena in compagnia ed essere servita e riverita» sorride. Prima che accada, probabilmente, le capiterà ancora di trovare la tavola imbandita a festa. E pace per tutte quelle stoviglie in più da governare!