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Cantine horror

Nei thriller e negli horror, lo scantinato è spesso il luogo più inquietante della casa. Piccolo excursus tra queste stanze da brivido più famose della storia del cinema.

05 aprile 2021
"Psycho".

"Psycho".

Circa un anno fa, in molti hanno fatto incetta di rotoli di carta igienica, preparandosi, è il caso di dirlo, al peggio. Non ci sono statistiche sul vano in cui abbiano stipato tutti questi rotoli, ma è lecito supporre che siano finiti in cantina, al sicuro e lontano dagli sguardi. E se nella vita reale la cantina è adibita a credenza o sala per hobby, nel cinema è spesso il teatro delle scene più terrificanti. La tensione sale quando il protagonista apre la porta e cerca l’interruttore della luce, apprestandosi a scendere, magari su gradini di legno scricchiolanti: l’immaginazione dello spettatore è sollecitata e rimanda a paure ataviche. «Associamo la cantina, soprattutto se molto buia, al nostro inconscio, a quello che c’è dentro di noi e che non conosciamo, e che quindi ci incute spavento – spiega lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Motta –. La paura del buio è quasi fisiologica, e la maggior parte delle persone la conserva per tutta la vita. D’altronde come si fa a non aver paura dell’inconscio? Può diminuire, ma solo se siamo capaci di ascoltare noi stessi e di dare una possibilità alle cose che stanno nell’inconscio di uscire allo scoperto».

"Get out".

La cantina, il lato oscuro della mente

Il cinema fa leva proprio su questo stato d’animo, come ci conferma Davide Staffiero, collaboratore acquisti fiction per la Rsi e presidente dell’associazione Altroquando, che promuove il genere fantastico in Ticino. «La cantina, essendo un locale nascosto, sotterraneo e buio, è potenzialmente inquietante, e un certo tipo di cinema di genere ha sfruttato ampiamente queste sue ­caratteristiche».

"Il silenzio degli innocenti".

Tra le tante pellicole, ci sono capolavori che hanno segnato l’immaginario collettivo, non solo quello degli appassionati di brividi. «Nei thriller sono numerose le cantine importanti: da Zodiac (2007), Man in the dark (2016)... Ma due sono da menzionare assolutamente. Innanzitutto, quella di Psycho (1960), che segna un momento fondamentale non solo nel film, rivelando l’identità e la vera natura dell’assassino, ma proprio nella storia del cinema. La seconda è quella de Il Silenzio degli innocenti (1991): la scena finale si svolge nello scantinato, dove scopriamo il pozzo in cui Buffalo Bill tiene prigioniera la sua ultima vittima. In entrambi i casi, la cantina diventa un rimando alle zone più oscure della mente del killer».

Altri tipi di brivido sono quelli che ci riservano gli scantinati nei film dell’orrore. «Ci sono costanti nel tipo di approccio alla cantina come luogo portatore di significati simbolici, ma nell’horror è il luogo dove avvengono le cose più indicibili, e a volte diventa una vera e propria bocca dell’inferno – precisa Staffiero – . Un esempio principe è La casa, il film di esordio di Sam Raimi (1981). Narra la storia di cinque ragazzi che trascorrono un weekend in una casa nei boschi. Tutto bene, finché trovano in cantina una registrazione e un libro che risvegliano i demoni…».

In "La casa", quello che doveva essere un simpatico weekend tra amici prende una brutta piega.

Non solo effetti speciali

E chi crede che thriller e horror siano solo sangue e splatter si sbaglia. Spesso considerati un genere minore, possono rivelarsi un efficace strumento narrativo per affrontare temi di società. «Proprio per il fatto di raccontare eventi soprannaturali e che non fanno parte della nostra quotidianità, si prestano benissimo a metafore. A livello base troviamo l’aspetto di intrattenimento, dovuto a situazioni ed effetti spettacolari, ma a un livello superiore ci possono essere messaggi forti, di critica sociale per esempio. Get out (2017) è un film dell’orrore in cui la cantina gioca un ruolo principale. Ma al di là dell’horror della trama, a dominare è la critica sociale: un giovane afroamericano è invitato a trascorrere un weekend dalla famiglia della fidanzata, “white liberal” estremamente accoglienti e tolleranti, tanto da risultare sospetti. Finché alla fine si scopre il vero motivo del loro comportamento… Un altro film da citare è Parasite (2019), che ha vinto l’Oscar lo scorso anno. I protagonisti sono una famiglia povera che vive in uno scantinato (in Corea è la condizione di vita reale di chi non può permettersi un alloggio vero e proprio). Si fanno assumere con l’inganno da una famiglia benestante ed è proprio dalla cantina della loro villa che prenderà le mosse il terribile finale».

In "Stranger things", Mike comunica con Eleven dal suo forte, in cantina.

La cantina-rifugio

Ma poiché il mondo è complesso, ci sono anche film in cui la cantina è un luogo rifugio. In Stranger things (2016), la serie horror di successo su Netflix, Mike, il ragazzino protagonista, chiama con il suo walkie talkie la sua amica Eleven tutte le sere, al riparo nel suo “forte” fatto di cuscini in cantina; in A quiet place (2018) i protagonisti si nascondono in assoluto silenzio in uno scantinato per rifugiarsi da mostri ciechi che si muovono seguendo i rumori. «Un film molto efficace – commenta Staffiero –. Anche nella Guerra dei Mondi (2005), c’è una celebre sequenza con Tom Cruise e la figlia braccati dai tripodi in cantina».

Lo scantinato-rifugio di "A quiet place".

Una chiave di lettura ci viene fornita da Alessandro Motta: «L’aspetto della cantina-rifugio ci fa pensare alla sicurezza del grembo materno. Per molti autori la nascita rappresenta il trauma originario e quindi la fonte di tutte le paure. Lo scopo dell’essere umano è lasciarlo per diventare indipendente, resistendo al desiderio di ritornarci. Ma a volte si cede. D’altronde non siamo robot e la crescita non va mai in una sola direzione, ma consiste di passi avanti e passi indietro».

La cantina da brividi oscarizzati di "Parasite".

A chi ha uno stomaco forte e voglia di scoprire cantine terrificanti, Staffiero suggerisce la visione di Martyrs (2008). «Un film di Pascal Laugier, uno degli alfieri della new wave horror francese. ­Inchioda alla poltrona e porta avanti un discorso molto interessante sulla rappresentazione e la comprensione della sofferenza, ma non è per tutti i gusti. Di sicuro lascia il segno» commenta senza “spoilerare” la trama.

Una terrificante sorpresa si cela nella cantina in "Man in the dark".

Un altro film che lascia il segno è Im Keller di Ulrich Seidl, presentato a Venezia nel 2014. Mostra perversioni e passioni che alcuni austriaci vivono nelle loro cantine. Il fatto inquietante è che si trat- ta di un documentario: la realtà a volte supera la fantasia. E voi, ora, ve la sentite di scendere in cantina a cercare i rotoli di carta igienica?