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LE DIGHE DEL TICINO

Dighe di tutti noi

Fra il 2035 e il 2048, lo sfruttamento delle acque della Valle Maggia e della Valle di Blenio tornerà in mano pubblica. Un’occasione per riflettere su quanto sentiamo nostre le tante dighe del canton Ticino.

FOTO
PARIDE DEDINI
05 luglio 2021
La diga del Luzzonevista dall'alpe di Predasca.

La diga del Luzzonevista dall'alpe di Predasca.

«In natura, l’elemento più forte è l’acqua. Se le si lascia tempo a sufficienza, l’acqua smonta le montagne, trasforma il territorio», riflette l’architetto Jachen Könz, quando lo incontriamo nel suo studio di Lugano. «È in questo contesto che si inseriscono le dighe».

Sul territorio ticinese, le dighe sono più di venti. A livello nazionale, con circa 3.700 GWh all’anno, pari al 10% del totale, il Ticino è il terzo produttore di energia idroelettrica del paese, superato solo da Vallese e Grigioni. Non si tratta di numeri di poco conto. La Strategia energetica 2050 della Confederazione, approvata dalla popolazione in votazione popolare nel 2017, prevede di puntare sulle energie rinnovabili. Ma non solo. Fa parte del pacchetto anche la dismissione completa delle centrali nucleari presenti sul territorio svizzero. Ciò che rischia di creare un ammanco di energia, soprattutto nei mesi invernali, quando i consumi aumentano.

Per la sua tesi di Bachelor Supsi, il fotografo Paride Dedini ha preso spunto dalla sua storia famigliare: a causa della costruzione della diga, la nonna ha dovuto abbandonare la propria casa di Vogorno. Qui: Antonio Pesenti, che ha lavorato alla costruzione della diga di Contra.

Un gruppo di turisti osserva altri turisti mentre fanno bungee jumping dalla diga della Verzasca.

In effetti, il limite delle “nuove rinnovabili”, in particolare delle energie eolica e solare, è che non sono programmabili. Se non c’è vento, le pale non girano. E se non c’è sole, i pannelli fotovoltaici non hanno nulla da trasformare. In questo senso, «l’unica “batteria” di grosse dimensioni, conosciuta e utilizzata da decenni, è il bacino idroelettrico», spiega Sandro Pitozzi, capoufficio dell’Ufficio dell’energia del Cantone Ticino. «In questi bacini possiamo accumulare acqua nei mesi estivi e utilizzarla in quelli invernali».

Costruire nuove dighe, però, è problematico. «In Ticino i grossi corsi d’acqua sono in gran parte già sfruttati», spiega ancora Pitozzi, di formazione ingegnere specializzato nella costruzione di impianti idroelettrici. «Per aumentare produzione e capacità, si punta quindi sull’ottimizzazione degli impianti esistenti, laddove è ambientalmente sostenibile, tecnicamente fattibile ed economicamente realizzabile». Per questo, si sta pensando anche di alzare alcune dighe già presenti sul territorio. La prima indiziata in tal senso è la diga del Sambuco, in Val Lavizzara.

Una questione di scala

Il più grande cambiamento in vista per le dighe ticinesi è però un altro. Fra il 2035 e il 2048 scadranno le concessioni per lo sfruttamento delle acque della Valle Maggia e della Valle di Blenio, il quale potrà quindi tornare in mano pubblica. La recente decisione del parlamento cantonale in questo senso è, secondo Pitozzi, «un passo fondamentale verso una maggiore garanzia di approvvigionamento, ciò che andrà a beneficio di tutta la popolazione». Non da ultimo perché, con il no all’Accordo quadro con l’Ue e la conseguente mancanza di un accordo sull’energia elettrica, la sfida è anche quella di «evitare una dipendenza dall’estero troppo marcata».

Famosa in tutto il mondo grazie alla scena d'apertura del film "Goldeneye" con protagonista lo 007 James Bond, la diga di Contra attira turisti da ogni dove.

Un turista in attesa di lanciarsi.

Concretamente, tutti gli impianti coinvolti, oggi gestiti da Ofima e Ofible, per l’80% in mano ad aziende d’Oltregottardo, verrebbero in futuro gestiti dall’Azienda elettrica ticinese, che «avrà più massa critica e potrà gestire le acque in maniera ottimale, mantenendo le competenze in Ticino e in particolare nelle zone periferiche», specifica ancora Pitozzi.

ATTIVITÀ ALL'APERTO

Su, giù e attorno alle dighe

Gli amanti dell’arrampicata sportiva ne saranno sicuramente già a conoscenza: con i suoi 160 m, la parete della diga del Luzzone, in Valle di Blenio, ospita la via d’arrampicata artificiale più lunga del mondo. Più recente e con diversi livelli di difficoltà, la possibilità di arrampicare sulla diga del Sambuco, in Valle Maggia. Per chi invece da una diga preferisce buttarsi, c’è il bungee jumping, che in Ticino si può praticare sulla diga della Verzasca, dalla quale si è lanciato anche James Bond nel film “Goldeneye”. Se invece preferite scoprire le dighe con maggiore tranquillità, vi segnaliamo “La via dell’acqua”, in Val Morobbia: si tratta di un percorso didattico di circa 8 km (durata: circa 3,5 ore) che racconta della costruzione e del funzionamento degli impianti idroelettrici legati alla diga della Carmena.

Ma quanto le sentiamo davvero nostre, queste dighe? Fino a che punto fanno parte della nostra identità territoriale? «Una diga viene inserita nel paesaggio con una certa logica. In un luogo che, da un punto di vista topografico, presenta già una caratteristica di chiusura», nota Jachen Könz, che si interessa da tempo a come le grandi infrastrutture si inseriscono nel paesaggio. «Per questo le dighe, a dispetto dell’imponenza, sono quasi sempre ben integrate nel paesaggio».

Del resto, la grandezza è relativa, come sottolinea l’architetto di origine engadinese: «Il territorio montano in cui si inseriscono le dighe ha una propria scala. A dipendenza della prospettiva, si trasforma e ha una sua tridimensionalità. Mentre noi, nella nostra vita quotidiana, siamo tuttora ridotti alle due dimensioni. Inoltre una diga, per quanto grande e massiccia, crea un lago, il cui volume è 100 volte quello del beton. Qual è l’impatto più pesante dei due?».

Come il bottone di una camicia

Per chi non ha mai conosciuto certi paesaggi alpini senza i loro laghi artificiali, è difficile considerare quegli specchi d’acqua come uno strappo artificiale nel tessuto naturale. «La verità è che per noi un lago è una bella cosa, che consideriamo naturale anche quando viene formato da una diga», continua Könz. «Ci rendiamo conto di questa artificialità solo quando è vuoto. E poi bisogna rendersi conto che la diga è solo un tassello di un sistema molto più grande, ovvero l’impianto idroelettrico nella sua interezza. La diga è come il bottone di una camicia, rispetto all’intera rete».

Natura e artificio. Qui lo specchio d'acqua del lago artificiale del Luzzone, inserito nel contesto naturale.

Arrampicata sportiva sulla parete artificiale della diga del Luzzone.

Un operaio si arrampica sulla roccia naturale per mettere in sicurezza la strada che porta alla diga di Zöt.

D’altronde, Jachen Könz ha le idee molto chiare su quale sia il reale impatto dell’uomo sulla montagna. «Le dighe, nella maggior parte dei casi, si trovano sopra i 2.000 metri d’altitudine, in un territorio in cui l’uomo fino a ieri non era presente. Ci sono delle eccezioni, soprattutto in Ticino, per esempio in Val Verzasca, dove sono stati inondati campi e villaggi. Però le dighe, di principio, sono presenti in un territorio che era frequentato solo dagli scalatori e da qualche cacciatore. Il territorio, nonostante la presenza delle dighe, di fatto è rimasto lo stesso, non è cambiato».

Se a livello ottico, insomma, l’impatto delle dighe esiste ma è estremamente relativo, ciò che è cambiato, secondo Könz, «è il sentimento con cui le persone si recano in questi luoghi, resi accessibili da strade e teleferiche», ma anche da materiali, tecnologie e accorgimenti che tengono lontani il freddo e la fame e che ci permettono di allertare i soccorsi in brevissimo tempo. «Chi andava in montagna ne conosceva i pericoli. Oggi non è più così. Il fatto di trovare una costruzione è rassicurante. Per questo, un po’ provocatoriamente, io sarei per l’intervento radicale di togliere le strade d’accesso a questi territori. Ma in fin dei conti, anche questo sarebbe un intervento molto relativo. Non percepiamo più questo spazio come selvaggio. E questo fatto ha avuto un impatto molto maggiore sul territorio e sulla percezione che abbiamo di esso, rispetto alla costruzione di una diga».

Non solo energia

Oggi le dighe sono diventate mete turistiche, segni della capacità dell’uomo di erigere monumenti, come le cattedrali o le piramidi. «La differenza», ci spiega Jachen Könz, «è che la diga non vuole essere un segno. La diga vuole sbarrare, punto e basta. Però diventa un segno. È innegabile: quando ci si trova nei pressi di una diga come Grande Dixence, in Vallese, la più alta d’Europa, vengono i brividi. Anche se questo non era nelle intenzioni dell’ingegnere che l’ha progettata».

Le dighe (qui sopra quella del Sella, sul passo del San Gottardo) sono solo una parte di un impianto idroelettrico.

Una turbina Pelton in disuso alla partenza della funicolare del Ritom.

All’architetto, grande amante della montagna, le dighe piacciono. Alcune più di altre. In particolare quella dell’Albigna, in Val Bregaglia. «La trovo straordinaria, è come un balcone. Da una parte la valle che scende, dall’altra il lago. È molto emozionante». Già, perché una diga la si può godere da due prospettive diverse: osservandola da lontano oppure standoci sopra, magari con l’intenzione di buttarsi nel vuoto.

Le dighe, infatti, sono ormai diventate anche aree di svago. Ospitano percorsi d’arrampicata o strutture per il bungee jumping, così come sentieri didattici. «Queste attività devono essere svolte secondo le regole, rispettando le norme di sicurezza e ambientali e in accordo con i gestori dell’impianto. E devono essere organizzate da professionisti del settore», chiarisce Sandro Pitozzi. «Ma se le dighe possono essere usate anche per scopi diversi da quelli originari, ben venga. Le rende ancora più parte del territorio».