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CULTURA
700° DI DANTE

Faccia a faccia

Quattro scrittori, “firme” di Cooperazione, raccontano in modo scanzonato e sincero il loro rapporto con il “Sommo Poeta”: ricordi personali, l’Inferno e la terzina più significativa.

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ANDREA DE CARLI
08 marzo 2021

Ah, la lingua siciliana…

Santo Piazzese

Nato a Palermo nel 1948, è l'autore della "Trilogia di Palermo" (ed. Sellerio), con il biologo-detective La Marca e il commissario Spotorno.

Al liceo, il mio professore di lettere era innamorato di Dante. Eppure, il Poeta era all’origine di una sua afflizione ricorrente: l’imporsi del Dolce Stil Novo dei toscani come lingua nazionale, al posto del siciliano, che pure l'aveva preceduto, come idioma che si faceva strada nel campo delle lettere. Guinizelli, l’iniziatore, e lo stesso Dante, infatti, erano attivi a partire dalla seconda metà del XIII secolo. I siciliani Jacopo da Lentini e Ciullo d'Alcamo li avevano preceduti di alcuni decenni. Fu proprio Dante a riconoscerne il primato e a coniare la definizione di “Scuola siciliana”.

Cosa sarebbe accaduto se il siciliano fosse diventata la lingua nazionale? Sarebbe cambiata la Storia? Come che sia, il mio professore era riuscito a trasmettermi, anche se in forma attenuata, il suo stesso rimpianto per la faccenda della lingua. Ma, sopra tutto, mi aveva contagiato lo stimolo ad accostarmi a Dante non solo per dovere scolastico ma per il piacere del testo. L'introduzione a un universo solo semi-esplorato, in cui avrei gradualmente imparato a consolidare i miei amori e le mie antipatie. Resisto alla tentazione di spacciare il Paradiso come la mia cantica preferita. Invece, come la quasi totalità delle persone con cui mi è capitato di confrontarmi, ho una predilezione per l’Inferno. Ancora più “popolare” la mia preferenza per i personaggi. Non c’è partita: Canto V, Paolo e Francesca:

… la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

All’epoca, era la cosa più erotica nella quale mi fossi imbattuto. L’immaginario scatenato. L’immaginario di un liceale.


La "civitas"

Gianni Biondillo

Nato a Milano nel 1966, architetto e scrittore, è l'autore della serie con l'ispettore Ferraro e di vari saggi (ed. Guanda).

Devo al mio fraterno amico Marco l’opportunità di non aver perduto Dante nella mia vita. Ovviamente l’ho studiato come tutti a scuola. Lo studiavo perché dovevo. Ero un adolescente pieno di ricci in testa e di brufoli in faccia. Ciò che volevo era una chitarra e una ragazza. Poi, appunto, Marco mi regalò un’edizione critica bellissima per Natale. Avevo ventun anni, studiavo al Politecnico e avevo chitarra e ragazza. Mi mancava Dante, forse. Lessi avidamente le migliaia di pagine leggere come carta velina, con attenzione, sottolineando versi e note. Chi lo sa, forse perché non era più un obbligo scolastico era diventata una conquista, una sfida con me stesso. Non riaprivo quell’edizione della Commedia da tempo. Oggi, per scrivere queste righe l’ho fatto, inebriandomi di ricordi e di bellezza poetica: la crudeltà dell’Inferno, la malinconia del Purgatorio, la filosofia del Paradiso. E quella terzina (Paradiso, VIII, 114-116) sull’importanza di appartenere a una civitas – città e consorzio sociale –, anche oggi che la rete sembra farci regredire a branchi di selvaggi.

Ond’elli ancora: “Or dì: sarebbe peggio/ Per l’omo in terra, se non fosse cive? /”Sì” rispuos’io; e qui ragion non cheggio”.


Quel libro bordeaux

Flavio Stroppini

Nato a Gnosca nel 1979, è autore di teatro, radiodrammi e narrativa. Insegna presso la Scuola Holden di Torino.

Quando ero bimbo, per casa girava una minuscola “Divina Commedia” in pelle color bordeaux, edita da G. Barbèra Editore. All’interno un foglietto la commercializzava come “Il più piccolo Dante leggibile a occhio nudo”. Quando penso a Dante mi catapulto lì, alla mia infanzia, e ritrovo quel librino rosso che mi irretiva con il titolo “Divina Commedia” e mi respingeva con quell’incedere così complicato. Volevo perdermi nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso ma dopo la prima terzina (Nel mezzo del cammin…) abbandonavo e tornavo a Mompracem o nel Klondike. Restava la curiosità per quei versi che aprivano mondi che non ero pronto a capire: selve oscure, peccati, diritte vie smarrite e virtù. Arrivai a farci i conti più tardi, quando l’adolescenza inizia a chiamare le sue rivoluzioni. Così un’estate iniziai a fare sul serio e, nonostante le cattedratiche nozioni scolastiche, precipitai in quel mondo. E continuo a farlo, talvolta maledicendo il Poeta, per il suo politicare, per aver mutilato Fra Dolcino nella “Bolgia dei seminatori di Discordia”, ma continuo a visitarlo e a specchiarmi in tutte quelle umanità.

Purtroppo, “Il Dante più piccolo del mondo” è disperso. Dante, fortunatamente no.


Tra Francesca e Beatrice

Elisabetta Bucciarelli

Vive e lavora a Milano. Con "Ti voglio credere" (Kowalski-Coloradonoir) ha vinto il Premio Scerbanenco 2011 per il miglior noir italiano.

Dante è stata un lettura obbligatoria al liceo. Ho amato l’Inferno con la curiosità dei giovani verso le trasgressioni. Due personaggi sono rimasti impressi nel mio immaginario di ragazzina e su entrambi le mie riflessioni continuano: Francesca e Beatrice. Di Francesca fragile e carnale ho sentito subito il richiamo. L’adolescenza cerca gli specchi e in quel momento l’idea di cedere a un amore o al contrario di resistervi, era un tema incontenibile. Ricordo un tempo lungo passato a decifrare il verso 103 del V canto: Amor ch’a nullo amato amar perdona. Dopo aver risposto in modo adeguato alle interrogazioni, fornendo la parafrasi di Natalino Sapegno che scioglieva il verso con: L’amore che non permette a nessuna persona amata di non ricambiare, mi permisi di proporre la mia visione: L’amore che non permette a nessuno di non amare la persona amata. Insomma, l’Amore comanda sempre, ma non come dice Sapegno, bensì come il cuore e i sensi vogliono. Il Sommo, per me, aveva lasciato un margine al lettore, considerandolo capace di entrare nel verso con precisione e sensibilità. Il dibattito non interessò alla mia professoressa che era una fan di Beatrice. Figura inarrivabile e perfetta, agli antipodi di Francesca. Ma quella donna paradisiaca, luce e faro che conduce in salvo, scoprii presto fosse una presenza reale nella vita di Dante, che non poté mai avere da lei ciò che realmente desiderava. Mi convinsi (potere dei professori!) fosse quello il modello cui aspirare e fu l’inizio dei miei guai. E non mi trattenni dal chiosare l’ennesima interrogazione affermando che forse Dante avrebbe rischiato volentieri di finire nel V canto al posto di Paolo. Non ricordo il voto, ma forse è meglio così.