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Il confusionario

Marco Vichi sul suo nuovo giallo “Un caso maledetto”: il commissario Bordelli va in pensione? Un po’ di Decameron?

08 febbraio 2021

Il tuo commissario “seriale” si chiama Bordelli. C’è una ragione specifica, nella scelta di questo cognome?

Cercavo un “nomen omen”, che significasse la vita un po’ sgangherata di questo commissario. A quei tempi abitavo per metà dell’anno a Parigi, e in francese “bordellico” vuol dire anche confusionario. Poi, da una ricerca, mi accorsi che questo cognome non esisteva (in Italia ci sono tanti Casini, ma non Bordelli), e così mi convinsi che avevo trovato il cognome che cercavo.

Che uomo è Bordelli? E che poliziotto?

È un uomo un po’ malinconico, che ama e anzi ha bisogno di stare anche da solo. Ma la sua ironia compensa quel lato del suo carattere. Come poliziotto, ha un senso morale ben solido che spesso entra in conflitto con la Legge, ma lui si prende la responsabilità di seguire il proprio cammino.

Il ritratto

Marco Vichi

Nato a Firenze nel 1957, l’autore ha pubblicato una serie di nove romanzi con il commissario Bordelli, tutti editi da Guanda. Con “Morte a Firenze” ha vinto il Premio Giorgio Scerbanenco 2009 per il miglior romanzo noir italiano.

“Un caso maledetto” (ed. Guanda) è ambientato nel 1970 a Firenze. Come mai per i casi del tuo commissario hai scelto proprio quel tempo?

Non è stata una scelta fatta a tavolino. Quando ho cominciato a scrivere di Bordelli, nel 1995, pensavo che lui vivesse in quegli anni. Ma a pagina tre il commissario si volta verso di me e mi dice: «Ehi Vichi, a me gli anni Novanta non mi piacciono, perché non mi mandi trent’anni indietro?». Non vedevo l’ora. Per me gli anni Sessanta sono mitologia.

Alla fine di questo caso Bordelli va in pensione. È un’uscita di scena definitiva? Il suo vice Piras sembra promettente, come possibile successore…

Il commissario va in pensione solo nei romanzi, ma continuerà a raccontarmi storie. Me lo ha promesso.

Nel romanzo ci sono diverse storie “laterali” lungo la storia principale. Il tutto sa un po’ di Decameron. È un tributo dei tuoi geni fiorentini a un genio fiorentino?

Da lettore, le storie nelle storie mi sono sempre piaciute, fin da bambino. Sono finestre che si aprono su mondi inaspettati, lontani dalla trama principale. E così, da scribacchino, ho cercato di fare lo stesso. Boccaccio? Mi ha copiato…