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Le croci delle nostre montagne

Viviamo in una società laica, eppure i crocifissi sono molto presenti nelle nostre valli e in cima alle vette. Da quelli in ricordo di una persona scomparsa, a quelli che segnalano la conquista di una cima. Alla vigilia della Pasqua, breve excursus su questo simbolo, dalle croci sommitali alle vie crucis.

FOTO
ELY RIVA
28 marzo 2021
Crocifisso  all'Alpe di  Spluga, Valle  di Giumaglio.

Crocifisso all'Alpe di Spluga, Valle di Giumaglio.

Le nostre montagne sono costellate di croci e crocifissi. Alcuni ricordano la conquista di una vetta, altri hanno un carattere puramente religioso, alcuni sono stati collocati in ricordo di una persona scomparsa, altri vai a capire perché. Qualche anno fa, una guida alpina friborghese sradicò alcune croci e per questo venne condannato. Il suo gesto ebbe però il merito di aprire il dibattito sul senso di apporre simboli religiosi in cima alle montagne. «Quelle esistenti fanno parte del nostro patrimonio storico-culturale – precisa Maren Kern di Mountain Wilderness –. Ma siamo molto critici se si tratta di nuove croci, soprattutto se sono grandi e visibili da lontano. Nel 2012 e nel 2017 siamo riusciti a fare opposizione a due progetti nel Canton Uri, anche perché la giustificazione religiosa oggi non regge più».

Dai testi ai paesaggi

Pur vivendo in una società laica, quelle croci (alcune per lo meno) sono vestigia della nostra storia e del millenario connubio tra montagna e religiosità, come ci spiega Simona Boscani Leoni, professoressa alle Uni di Berna e Losanna: «Le montagne svolgono un ruolo religioso centrale in tutte le culture. L’Olimpo, avviluppato da nubi bianche e inaccessibile agli umani, era la dimora degli dei. E nel mondo cristiano, il percorso verso Dio è sempre descritto come un’ascesa. Ritroviamo questo aspetto anche nella letteratura, per esempio in una lettera di Petrarca, in cui narra della sua ascesa al Monte Ventoso, che prende la dimensione di un percorso di introspezione nei confronti di sé stesso e della propria fede. Pensiamo anche alla Divina Commedia, dove Dante segue un percorso di purificazione e di riflessione verso il Paradiso, salendo sulla montagna del Purgatorio, in una marcia verso l’alto».

Il nostro stesso paesaggio è plasmato da questa simbologia: «Pensiamo alla diffusione delle abbazie benedettine dedicate a San Michele: dal Mont-Saint-Michel in Francia, alla Sacra di San Michele in val di Susa – sottolinea la professoressa –. Sono costruite in cima a luoghi impervi, come a testimoniare una volontà di avvicinarsi a Dio. Lo stesso di può dire dei Sacri monti nella vicina Lombardia: si tratta di cappelle che si articolano formando un percorso, in cui la fatica della salita fisica si associa al processo di purificazione e di preghiera».


Croce dell’Adula (3.401 m. s.l.m)

«È la croce situata più in alto in Ticino e fu benedetta il 1° agosto del 1935» spiega Ely Riva. Nella foto si vedono anche bandiere tibetane, che evocano ben altre vette. «Le montagne dell’Himalaya sono piene di simboli religiosi: dagli stupa (monumenti che ricordano il corpo di Buddha) alle bandiere di cinque colori con impresse diverse preghiere e che sono appese nei luoghi più esposti al vento, per far giungere le preghiere il più velocemente possibile a Dio».


Croce di Pecianett (2.662 m. s.l.m)

«Durante la Quaresima del 1900, il vescovo Vincenzo Molo ricordò alla popolazione ticinese l’esortazione papale di “piantare croci sulle alture” in onore di Cristo – ci spiega Ely Riva –. Il Convento dei Cappuccini di Faido discusse la proposta e decise di costruirne una in cima al Pecianett, da dove si gode di un’eccellente vista e da dove la croce sarebbe stata visibile da lontano. La croce venne trasportata a pezzi da un gruppo di robusti montanari e inaugurata il 25 settembre 1901».


Croce sul Pizzo dell’Uomo (2.663 m. s.l.m)

«Reinhold Messner è categorico – commenta Ely Riva –. Secondo lui: “le montagne sono già un simbolo del divino, non hanno bisogno di emblemi religiosi”. Io sono credente e quindi mi vanno bene le piccole croci, perché invitano a un momento di riflessione e di preghiera, poco importa la confessione. La montagna rimane un luogo dello spirito e del silenzio, dove prima o poi ognuno incontra il suo Dio».


Il pastore protestante a caccia di croci

Nel 2018, durante 5 mesi di congedo sabbatico, Etienne Jeanneret, pastore protestante a Ginevra, appassionato di montagna e fotografia, ha scalato 58 cime provviste di croci, che ha documentato sul suo sito internet.

Cosa rappresenta per lei la montagna?

È legata a una simbologia biblica molto forte: Mosé incontra Dio e riceve le tavole della legge proprio quando sale sul Sinai. Anche Elia, nel vecchio testamento, incontra Dio sotto forma di soffio tenue sulla montagna. Nel nuovo Testamento c’è poi l’episodio della tra- sfigurazione di Gesù: è su una montagna che avviene la rivelazione che mostra che lui è il figlio di Dio. Per quanto riguarda la mia esperienza, la cosa curiosa è che più salivo, più Dio si faceva vicino. C’è quindi anche la dimensione dello sforzo: per arrivare all’essenziale bisogna rinunciare al comfort. Lo stesso si può dire per la fede: non ti casca addosso se stai seduto in poltrona.

E i crocifissi che vi si trovano? Aggiungono qualcosa?

Come pastore protestante, per me la croce è il simbolo del cristianesimo per eccellenza. Rappresenta i momenti chiave: la morte e la resurrezione di Gesù. Se sono in montagna, luogo privilegiato per un incontro con il divino, e in più vi trovo un crocifisso, allora quel luogo rappresenta la possibilità d’incontro con il divino per eccellenza.

Eppure molti crocifissi non hanno una connotazione religiosa, alcuni sono stati piazzati da gruppi di amici per i motivi più vari…

In effetti, la croce ha perso in parte il suo significato da quando si è iniziato a piazzarla sulle cime. Inizialmente si mettevano delle croci vicino a un pascolo, un rifugio di montagna, per chiedere protezione. Quando si è iniziato a piazzarle sulle vette, sono diventate simbolo di qualcosa che è stato vinto e il senso si è in un certo modo capovolto. Ed è vero che, chiedendo agli escursionisti sul mio cammino, solo uno mi ha accennato al valore cristiano della croce. L’aspetto curioso è che, pur vivendo in una società laica, le cime sono associate a questo simbolo e la gente di montagna vi è molto affezionata.

Da dove viene l’usanza di installarle sulle cime?

La prima croce in vetta fu posta nel 1799. E poi, con la conquista delle Alpi e con l’avvento del turismo alpino, questa usanza si è diffusa. Ma la stragrande maggioranza dei crocifissi è stata piantata da inizio Novecento e soprattutto nei dieci anni che hanno seguito la Seconda Guerra mondiale. Credo che ciò sia dovuto a una ricerca spirituale in quel particolare momento della storia europea, come se si fosse sentita una necessità di spiritualità e di riconciliazione tra i popoli, con un simbolo che non conosce frontiere.

Nelle sue quasi 60 ascensioni, ce ne sono state di memorabili?

Ne ricordo due per ragioni diverse. La prima è quando sono arrivato sulla cima del Linleu, in Vallese. Ero molto affaticato. La croce lassù è molto grande e massiccia, e osservandola ho avuto questa rivelazione: la parte verticale della croce ci collega al cielo, ma la traversa, ci dice: «Sei salito, hai fatto un grande sforzo, ma qui ti devi fermare: il cielo appartiene a qualcun altro». Mi ha ricordato i miei limiti: posso fare tutti gli sforzi che voglio, ma arrivato in cima non posso andare oltre.

E l’altra?

L’arrivo in cima al Cervino, perché era una montagna che sognavo da tempo. Ci sono salito con una guida a cui avevo parlato del mio progetto. Arrivati in cima ci siamo fermati per un momento di meditazione e poi abbiamo condiviso del pane, un gesto semplice, ma carico di significato. Ancora oggi, a distanza di anni, non sono in grado di descrivere cosa provai lassù. Ma è stata un’esperienza molto intensa, il coronamento di qualcosa di molto forte.