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Modi di dire da leccarsi i baffi

Il cibo è una parte importante della nostra vita e si ritrova in numerose espressioni idiomatiche. Nelle prossime pagine vi invitiamo a scoprire locuzioni più o meno appetitose nelle quattro lingue nazionali e in dialetto ticinese.

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IVAN ART, CHRISTIAN DEMARTA
04 gennaio 2021

Per indicare un’azione faticosa e inutile, in italiano si ricorre all’espressione “portare acqua al mare” (cfr. pag. 25 per alcune varianti dialettali). In francese, invece, si porta l’acqua ai fiumi (“Porter de l’eau à la rivière”), mentre in tedesco la legna nei boschi (“Holz in den Wald tragen”), e in romancio il vino in Valtellina (“Manar vin in Vuclina”). Ma capita anche che un’opera faticosa porti i suoi frutti. È il caso del libro “Quattro piccioni con una fava”, uscito quest’autunno nelle edizioni Salvioni, che invita a scoprire il multilinguismo elvetico attraverso il prisma delle espressioni idiomatiche. Il progetto è partito due anni fa su impulso di Nicole Bandion, fondatrice e responsabile delle iniziative «+ italiano» (2011-2019) dell’USI. «Nell’ambito delle settimane della Svizzera italiana, l’iniziativa itinerante per far conoscere l’italiano nei cantoni d’oltralpe, abbiamo messo a confronto la lingua e cultura svizzera italiana con quelle dei vari cantoni ospitanti. In collaborazione con classi di arti visive, sono stati illustrati elvetismi, falsi amici e modi di dire in italiano, tedesco, e francese. Da lì, l’idea di aggiungere il romancio, e fare una raccolta curata da illustratori e da linguisti provenienti dalle quattro regioni linguistiche».

I LIBRI

Espressioni nelle lingue nazionali e in dialetto ticinese

“4 piccioni con una fava – Espressioni idiomatiche a confronto nelle 4 lingue nazionali” (Ed. Salvioni), in vendita da Coop City, all’Ipermercato Canobbio e da Coop Serfontana a fr. 35.-. Vola bass 5: dàgan ‘na féta!” di Cristian Demarta (ed. e-dizioni) tra pochi giorni in vendita da Coop City, all’Ipermer-cato Canobbio e da Coop Serfontana
a fr. 22.–.

Il volume – quadrilingue – passa in rassegna decine di modi di dire in tutte le lingue nazionali, raggruppandole per significato, mostrando di volta in volta come facciano capo a immagini molto diverse tra loro. Per ogni modo di dire viene proposta un’illustrazione, la traduzione letterale e la spiegazione, con tanto di equivalente nella lingua rispettiva, dove possibile. Nonostante le sue 277 pagine, è un libro facilmente godibile, grazie a testi sì scientifici, ma divulgativi e concisi. «Anche se le spiegazioni sono condensate in un paio di frasi, per ogni espressione idiomatica è stata fatta una ricerca completa. La sfida più grande per me è stata scrivere testi brevi e divulgativi non rivolti a un pubblico di linguisti» racconta Laura Baranzini, dottoressa in linguistica italiana e ricercatrice all’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana, che ha curato le locuzioni in italiano. Nonostante il lavoro certosino, per alcune locuzioni non si è trovata una spiegazione plausibile al cento per cento. «Ce ne sono tanti legati ad aneddoti o eventi particolari che hanno segnato la storia della spiegazione – osserva la ricercatrice –. Quindi in ogni dizionario si ritrovano le stesse informazioni, ma spesso sono false o non corroborate da alcuna prova». Un esempio? La locuzione (intraducibile) “fare alla romana”.

Ed è curioso notare che molti modi di dire fanno riferimento agli alimenti e alla cucina. «Spesso la metafora va a cercare il campo metaforico in qualcosa di famigliare per spiegare concetti più astratti e complicati. Quello del cibo è un ambito importante della nostra vita e quindi si presta bene alla costruzione di metafore» sottolinea la linguista. Se abbiamo stuzzicato la vostra curiosità, voltate pagina, ché si sa: “l’appetito vien mangiando”…

Essere alto come un soldo di cacio

Le mele sono l’unità di misura non solo per designare l’altezza dei puffi (due) ma anche per descrivere affettuosamente la piccola statura dei bimbi, almeno in francese (“être haut comme trois pommes”). In tedesco, si parla invece di tre formaggi (“Dreikäsehoch), con riferimento all’antica usanza di misurare scherzosamente l’altezza di alcuni oggetti con delle forme di formaggio. Restiamo in ambito caseario anche in italiano, ma, come sottolinea Laura Baranzini, «non si tratta di formaggio svizzero: “cacio” è infatti la variante centro-italiana di formaggio».

Non sono cavoli tuoi

Come scrive il Consigliere federale Ignazio Cassis nella prefazione al libro, «Se qualcosa non ci riguarda, io parlo di cavoli, i Consiglieri federali Berset e Parmelin parlano di cipolle (“ce n’est pas nos oignons”), mentre le Consigliere Amherd, Keller-Sutter e Sommaruga e il Consigliere federale Maurer tirano in ballo la birra (“Das ist nicht unser Bier”)”. Il romancio si distingue per una forma più “colta” “Quai nun es teis amulain” (“non è la tua tavola pitagorica”). In italiano, il cavolo è diventata una forma eufemistica per designare l’organo sessuale maschile e, come sottolinea Laura Baranzini, è usato in diverse espressioni: «Sia nei contesti in cui significa “affare” (“fatti i cavoli tuoi”) sia in contesti in cui significa “oggetto di scarso valore” (“non vali un cavolo”)».

Essere alla frutta

Per descrivere uno stato di esaurimento, psichico o fisico, o una situazione che sta per fallire si usa l’espressione “essere alla frutta”. «È molto carina perché chiara e connotata culturalmente – osserva Laura Baranzini –. Si riferisce alla sequenza fissa del menu tipico della tradizione italiana. Arrivare alla frutta vuol quindi dire essere giunti alla conclusione del pasto. Metaforicamente significa avvicinarsi a un culmine, ma sempre con valenza negativa».

Essere innamorato cotto

In francese si è innamorati “pazzi” (“être fou amoureux”), in tedesco lo si è fin sopra entrambe le orecchie (“bis über beide Ohren”) e in romancio “come un gatto” (esser inamuro scu ün giat”). In italiano lo stato di innamoramento totale è reso con una metafora culinaria. «Da una parte si indica che si è raggiunto il culmine della preparazione in cucina, quindi metaforicamente l’innamoramento totale. Dall’altro, una cosa che cuoce, di solito diventa molle, si intenerisce, perde nerbo e struttura. Queste accezioni si trovano anche nelle espressioni “cadere come una pera cotta” o in quella dialettale “A som scià cott”» spiega Laura Baranzini.

Avere le fette di salame sugli occhi

I gemanofoni, quando non vedono un’ovvietà (in senso proprio e figurato), è perché hanno le fette di pomodori sugli occhi, in riferimento, pare, ai semafori, per indicare quegli automobilisti che non si accorgono quando il segnale passa dal verde al rosso. La versione italiana prevede invece i salumi, che variano dal prosciutto al salame. Non si sa con certezza l’origine, ma come sottolinea Laura Baranzini «in entrambi i casi si tratta di qualcosa di largo e piatto che si può mettere per coprire gli occhi, quasi a mo’ di benda. E probabilmente la scelta tra le due varianti dipende dal tipo di salume più familiare e varia quindi di regione in regione».

In bocca al lupo

Particolarmente curiose e fantasiose sono le espressioni che si utilizzano per augurare buona fortuna. Nessuno vorrebbe finire in pasto a un lupo, l’animale che per antonomasia incute terrore sin dalle fiabe per bambini. Così come nessuno, volendo augurare del bene, augurerebbe “collo e gambe rotti” (“Hals- und Beinbruch”), “merda” (“merde!”) o di “baciare la naiade” (una creatura che vive in fondo all’acqua, dalla locuzione romancia “Bütscha la ritscha”). «È curioso notare che si tratta di espressioni scaramantiche: si augura una situazione che fa paura e che non è piacevole, in realtà sperando che non si verifichi. Infatti, la risposta in italiano è “crepi”, che viene a chiudere il rito scaramantico» commenta la nostra linguista.

Non vale un fico secco

In svizzero-tedesco, per esprimere il basso valore di un oggetto, si dice che “non vale un centesimo” (“Das isch kän Rappe wärt”) riferendosi alla più piccola unità monetaria. Prima del 1850, quando ancora non esisteva un’unica moneta in Svizzera, la locuzione ricorreva a diverse valute. In italiano l’espressione è più “saporita” e meno immediata, perché sono i fichi ad essere tirati in ballo. Pur essendo frutti apprezzati dall’antichità, erano associati alla vita povera, data la loro facile reperibilità. L’aggettivo “secco” rende poi ancora più esplicita l’insignificanza di questo frutto comune. In Bassa Engadina invece, si parla di polenta calda (“Quai nu vala üna pulenta choda”, ossia “non vale una polenta calda”).


Dialetto goloso

Il nostro dialetto è ricco di colorite espressioni idiomatiche. Lo sa bene Christian Demarta, che ha da poco sfornato il quinto volume della sua “saga”, “Vola bass”. E anche qui le immagini culinarie non mancano.

Abbiamo visto nelle pagine precedenti che non è quasi mai possibile tradurre letteralmente delle espressioni idiomatiche, dato che hanno riferimenti culturali diversi. La cosa curiosa, è che a volte la stessa difficoltà si pone anche tra l’italiano e il dialetto. Se “tirá fö i castégn dal fögh” (“togliere le castagne dal fuoco”) è di comprensione immediata; meno chiari risultano modi di dire come “dá un cafè cola pidria” (“dare un caffè con un grosso imbuto”, per dire “dare una sgridata solenne”) o “guardá sü l’ass di formagín” (“guardare sull’asse dei formaggini”, ossia “essere strabico”, perché per farli maturare, i formaggini si conservavano su ripiani in alto, costringendo a sollevare gli occhi per osservarli).

Per spiegare questi modi di dire, anche gli specialisti devono condurre ricerche accurate, come hanno fatto per noi Giovanna Ceccarelli e Antea Mattei del Centro di dialettologia e di etnografia, passando in rassegna alcune espressioni tratte dall’ultimo libro di Christian Demarta “Vola bass 5: dàgan ‘na féta”. «Una caratteristica di queste espressioni è che spesso affondano le loro radici in usanze concrete del passato; in alcuni casi l’immagine è ancora attuale e quindi facilmente comprensibile, in altri il riferimento non è più così chiaro. Il fascino nel cercare le loro origini sta nel fatto che invitano a scoprire usanze che risalgono anche a diversi secoli fa. Si tratta di locuzioni che fanno capo a una civiltà contadina, in parte scomparsa. Ma il dialetto è una lingua viva e anche ora, probabilmente, stiamo inventando nuovi modi di dire basati sulla nostra quotidianità» analizza Giovanna Ceccarelli.

Dagan ‘na féta

In italiano, per invitare qualcuno a smetterla, si esclama “Dacci un taglio”. La stessa espressione la si trova anche in dialetto, che però propone pure una variante più “concreta” e gustosa, ossia “Dagan ‘na féta” (“dacci una fetta”), che dà anche il titolo al  quinto volume dedicato alle espressioni dialettali di Christian Demarta. «Si tratta di un bonario monito a smetterla di sfornare “Vola bass", ma - come già successo con il terzo volume che analogamente aveva come titolo "Mòcala lì" - sono "un po' dür d'orégia" e raramente dò retta ai miei stessi consigli» spiega l’autore del libro. Per fortuna, penseranno i lettori.

Ta méti a pan e pessitt

Anche per esprimere l’idea di punire qualcuno si usa un’immagine “culinaria”. In italiano la persona messa in castigo, viene metaforicamente nutrita a pane e acqua, come i carcerati. L’espressione si trova anche in dialetto, che propone però anche in questo caso una versione più saporita: “Ta méti a pan e pessitt” (“ti metto a pane e pesciolini essiccati”). Secondo Giovanna Ceccarelli «potrebbe esserci un’allusione alla morigeratezza imposta dalla Quaresima, quando veniva richiesta una certa sobrietà anche nei comportamenti alimentari».

Ligá i can coi lüganigh

Un tempo la carne era un alimento costoso e solo una persona estremamente ricca si sarebbe potuta permettere di spendere e spandere, per esempio “legando i cani con delle luganighe”. «Il modo di dire affonda le sue radici nel Decameron – ci spiega Antea Mattei –. In una delle novelle, l’autore inventa la località di Bengodi, dove ci sono montagne di parmigiano, fiumi di vino e vigne legate con salsicce». L’immagine viene ripresa anche da narrazioni cinquecentesche relative al paese di Cuccagna, fino a diventare un’espressione idiomatica, in italiano e in dialetto.

Ta sétt dré a pesá i póm?

Non sempre l’origine di un’espressione è immediatamente riconoscibile, come nel caso di “Ta sétt dré a pesà i pom?”. «Abbiamo cercato nei dizionari lombardi e valtellinesi, dove “pesá i póm” significa sonnecchiare. Probabilmente all’origine c’è l’immagine della stadera il cui piatto, una volta caricato con i prodotti da pesare, pende decisamente da un lato fino a quando non si provvede a far scorrere lo stilo graduato fino al raggiungimento dell’equilibrio fra il piatto e lo stilo – spiega Giovanna Ceccarelli –. È perlomeno curioso il fatto che esistano altre espressioni imperniate sulle mele che indicano stati di profondo torpore o rapimento, come per esempio, a Lugano, “ná in di póm”, che significa “andare in estasi”, o il francese “tomber dans les pommes” (“perdere conoscenza”)».

Dagh sü al vérd ai cücümar

Le espressioni dialettali ticinesi usate per descrivere un’azione di dubbia utilità ma di sicura perdita di tempo non mancano, e sono una più fantasiosa dell’altra. Non vogliamo qui disquisire sulla ragione di tanta abbondanza. Limitiamoci a riportare alcune locuzioni che hanno lo stesso significato, menzionate da Antea Mattei: «A Semione si dice “métt l’unguént süi paracár” (“spalmare la pomata sui paracarri”); a Chironico “butè aqua su pai mú” (“buttare acqua sui muri”), a Rovio “lavá la facia a l’asan” (“lavare il muso all’asino”), ad Auressio “fá la barba ai frèi” (“fare la barba ai frati”); a Soazza “portá légn al bósch” (“portare legna al bosco”); a Losone “fá cèr ai mòrt” (“far luce per i morti”); a Canobbio “métt la bròca in la pignata” (“mettere la brocca nella pignatta”); mentre nel Mendrisiotto uno stolto e perditempo è chiamato “güzzabinís”, letteralmente “colui che aguzza i confetti”».