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Obiettivo sopravvivenza

Tra i boschi di Breno, nel Malcantone, si svolge il Kids Survival Camp. Un progetto singolare e di prevenzione contro il bullismo che punta sul gioco e sull’arte di arrangiarsi.

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SANDRO MAHLER
26 luglio 2021
La corda sospesa tra due alberi, la polvere colorata per distrarti: il miglior modo per fidarsi di se stessi e degli altri. Nessuno ti lascerebbe cadere.

La corda sospesa tra due alberi, la polvere colorata per distrarti: il miglior modo per fidarsi di se stessi e degli altri. Nessuno ti lascerebbe cadere.

Cercare l’acqua in un fiume secco, scavando ai lati. Accendere il fuoco con un acciarino. Costruirsi una capanna con i rami trovati nel bosco, creando un campo base. «Qui si impara ad arrangiarsi con quello che si trova», sostiene Asia, 12 anni, capitana della squadra rossa, quella delle volpi. «Ogni scelta viene condivisa con i propri compagni. La forza del gruppo è la forza del singolo», le fa eco Pietro, 13 anni, membro del team dei verdi, quello dei gechi mimetici.

Ci troviamo tra i boschi di Breno, nell’Alto Malcantone. È qui che dal 2019, nel corso dell’estate, si svolgono le settimane di sopravvivenza ideate dal trainer Andrea Abbiendi, 32 anni. «L’idea di questo campo è nata mettendo insieme alcune riflessioni su bambini che avevo seguito durante vari incontri nelle scuole. Notavo il desiderio dei piccoli di stare insieme, ma allo stesso tempo la fatica di interagire per uno scopo comune. Mi sono confrontato con esperti di educazione, di pratiche sportive e di tecniche di sopravvivenza. Ho messo insieme quelli che ritengo i principi fondamentali del Kids Survival Camp, integrando gioco, scoperta e collaborazione». A un certo punto la capanna dei gechi crolla. Le volpi si fermano e corrono in loro aiuto per cercare di rimetterla in sesto. «A me piace il fatto che se uno fa fatica a fare qualcosa, viene sempre aiutato», dice Oliver, 7 anni, mentre trascina un ramo.

Costruire una capanna è un lavoro che stimola manualità e ingegno. Se crolla si ricostruisce tutti assieme.

Ogni squadra ha anche un addetto al diario di viaggio. Ce ne parla Natasha, 11 anni, che ricopre questo ruolo. «Su un quaderno vengono trascritte le cose che funzionano o che non vanno nella squadra. I problemi che emergono. A fine giornata poi ci si riunisce e si cerca di mettere a posto le cose, per migliorare ancora di più». Ancora Abbiendi: «Qui i ragazzi devono esprimere al meglio le proprie potenzialità. Ciascuno può cercare e trovare il proprio talento. Nell’osservare la natura, nel costruire, nell’affrontare le prove fisiche, nell’ascolto del compagno in difficoltà».

Fondamentale diventa conoscere le caratteristiche ambientali e i potenziali pericoli del luogo in cui ci si trova. Tante le suggestioni. Ci si interroga ad esempio su come orientarsi se ci si dovesse perdere in un bosco, con il sole che sorge a Est e tramonta a Ovest a fare da risorsa. E su come distinguere una pianta commestibile e medicinale da una nociva. Su come costruire una trappola o lanciare un segnale d’emergenza.

In cerchio per imparare a fare il fuoco in tutta sicurezza.

Arriva anche il momento del fuoco, attività che come tutte le altre si svolge in totale sicurezza. «Vedete – indica Abbiendi –, lo spazio per le fiamme è delimitato da alcuni sassi in cerchio. Facciamo qualcosa di concreto e di pratico. Ma è anche un modo metaforico per discutere su come arginare l’aggressività. Se si butta legna sul fuoco e se nessuno lo blocca preventivamente coi sassi può espandersi. È quanto può accadere quando c’è una lite e ci si mette a incita- re i contendenti, anziché calmare le acque».

Nella natura selvaggia

C’è chi come Max, 13 anni, è ormai un veterano del campo di sopravvivenza e ammette candidamente: «Vengo tutte le estati. Mi piace avere le schegge nelle dita. Vuol dire che si muovono tanto le mani. Questa è una settimana in cui posso diventare un po’ selvaggio». Altri come Liza, 10 anni, evidenziano i momenti più divertenti e giocosi. «Come quello della staffet- ta sulla corda (una specie di mini zip line, alta poche decine di centimetri da terra). È una simpatica sfida tra squadre. Bisogna attraversare una doppia corda sospesa tra un albero e un altro, mentre i membri della squadra avversaria ti buttano addosso polvere colorata, di quella che non inquina e non fa male». «Se un bambino è insicuro – conclude Abbiendi –, si fa un tifo sfrenato per lui. Si cerca di sostenerlo insieme. Ogni momento è finalizzato ad accrescere l’autostima. La sopravvivenza nel bosco è importante quanto quella nella vita di tutti i giorni».

www.kidssurvivalcamp.ch