Quando l'abito fa il ribelle | Cooperazione
X

Argomenti popolari

COSTUME
ANTICONFORMISMO

Quando l'abito fa il ribelle

Difficile conciliare lo stile dei genitori con quello dei figli adolescenti. Ma un equilibrio si può trovare. Diventa più facile, con i consigli della consulente d’immagine Antonella Marzo Cantarelli.

FOTO
Shutterstock
12 aprile 2021
La moda è una questione di stile e non soltanto di tendenze imposte.

La moda è una questione di stile e non soltanto di tendenze imposte.

Crop top, jeggins, shorts, ankle boots e poi grunge, gothic, hipster, punk rock, hip hop, street style, vintage, bon ton, boho chic, urban style e sporty chic solo per citarne alcuni. A qualcuna di queste parole riusciamo a dare una definizione o il nostro cervello ci viene in aiuto abbinando un’immagine, altre ci suonano come una lingua straniera. Solo per i ragazzi non hanno misteri. Sono i termini che usano per descrivere i loro outfit. Capi di abbigliamento e relative richieste vorticano come impazziti nella testa dei genitori e dei loro figli adolescenti.

Quante discussioni infuocate a casa nostra per un paio di jeans strappati! Inutile negarlo: gli adolescenti e la moda sono un tema che incendia le discussioni in famiglia. Forse proprio perché oggi i ragazzi possono sperimentare variazioni di look, vediamo abbinamenti che ci fanno strabuzzare gli occhi o che ci fanno temere cistiti e congestioni a raffica.

Ma come possiamo orientarci in questo mondo? Ci risponde Antonella Marzo Cantarelli, consulente di immagine. «In questa fase della vita, per i ragazzi l’abbigliamento e gli accessori servono principalmente per ottenere l’approvazione sociale del gruppo e rafforzare quindi l’appartenenza a quella collettività. Un abbigliamento particolare comunica al mondo da che parte si schierano, senza doverlo esprimere a parole.

Poi c'è anche la voglia, e in fondo anche la necessità tipica dell’età, di andare contro le scelte dei genitori e questo proprio perché sono alla ricerca della loro identi- tà. Mi piace sempre ricordare che l’esse- re umano, nel corso della sua vita, si veste in tre modi. Il primo è come piace alla mamma, il secondo è come piace al gruppo… e per finire troviamo il terzo, che ci permette di vestirci come piace a noi. Ci si arriva dopo un percorso, una maturazione, che implica aver trovato una maggior consapevolezza di sé».

Il valore delle cose

Vogliono tanto esprimere la loro personalità ma poi sembrano tutti dei cloni. Come se lo spiega? «È vero. Visti con i nostri occhi da adulti, sembrano tutti uguali, tanto da far fatica a riconoscere i propri figli all’uscita da scuola. Ma questa uniformità non significa mancanza di personalità – come spesso rimproverano i genitori. Loro la personalità la stanno costruendo, per cui uniformarsi significa semplicemente “fare parte di qualcosa”». Ma allora, in questo periodo dove tutto deve essere sperimentato e discusso, bisogna chiudere gli occhi e lasciarli fare? «Assolutamente no. Ai genitori spetta il non facile compito di mettere dei paletti e di insegnare a dare valore alle cose. Se per esempio il ragazzo abbina un paio di pantaloni da jogging neri, con una maglietta blu, bisogna fargli notare che blu e nero cozzano». Non rispettare il loro abbinamento può essere interpretato come una mancanza di considerazione. Ma i giovani non badano al fatto che anche la moda ha i suoi codici. Per esempio, andare ad un funerale indossando un piumino rosso fuoco è fuori luogo, a qualsiasi età. Non pensiamo mai al fatto che uscendo di casa mettiamo una maschera che ci permette di adattarci alla situazione e all’ambiente che ci circonda. Se vado ad un colloquio di lavoro in banca, molto probabilmente indosserò giacca e cravatta, ma sicuramente non mi vestirò nello stesso modo se il colloquio l’ho in una giovane azienda di informatica.

Quante volte ci siamo sentiti a disagio perché, pur essendo vestiti con un abito adatto a noi, abbiamo avuto l’impressione di essere troppo eleganti in un’occasione informale o viceversa? «A nostre spese abbiamo imparato che ogni ambiente o situazione ha il suo codice ed è quello che dobbiamo trasmettere anche ai ragazzi. Loro vogliono trasgredire e provocare, ma spetta ai genitori il compito di mettere un limite all'eccesso».

È sempre stato così difficile conciliare nella moda le diverse generazioni? «Sicuramente la trasgressione è il pepe di ogni epoca. Basti pensare a Luigi XIV, noto come il Re Sole, che fu il primo ad usare la moda come mezzo di comunicazione. I nobili che premiava facendoli partecipi della sua vita a Versailles, potevano indossare dei capi di abbigliamento che erano preclusi agli aristocratici che non erano suoi cortigiani. Allora, i giovani nobili del tempo, per trasgredire, introdussero la moda di tagliare qua e là i loro vestiti».

E allora anche quei jeans strappati, ai quali avevo ridotto i buchi con un lavoro certosino di rattoppo e che avevano causato le ire funeste di mia figlia, assumono un significato diverso… A noi sembrano un fenomeno attuale, ma nascono negli anni '60 come segno di emancipazione e noncuranza nei confronti del perbenismo e venivano indossati prevalentemente dagli hippy e, in seguito, dai punk. Si ripresentano negli anni '90 come dichiarazione di ribellione e li ritroviamo oggi, in veste rock n’ roll, spogliati forse del loro sapore originale di anticonformismo e di denuncia, portati sapientemente da cantanti, modelle e fashion blogger. Il segreto sta tutto in quegli strappi e nei compromessi. Nella stoffa, come nel rapporto con i genitori.


Alcuni consigli utili:

  • Dare delle regole, ma essere pronti ai compromessi
  • Cercare il dialogo. Perché vuoi indossare questo capo? Cosa ti piace? Da dove arriva questa idea?
  • Riflettere insieme su cosa vuole esprimere il loro modo di vestire
  • Per le situazioni speciali scegliere capi adatti rispettando lo stile del ragazzo: in tuta sì, ma più glamour