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INTERVISTA

Saper parlare è importante

Alle scuole dell’obbligo ticinesi si preferisce la prova scritta all’interrogazione orale quale strumento di valutazione. Nel mondo del lavoro è però sempre più la preparazione orale a fare la differenza. Intervista ad Andrea Rocci, professore di linguistica all’Usi.

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SANDRO MAHLER
16 agosto 2021
Andrea Rocci: «Sapersi esprimere oralmente aiuta i ragazzi a integrarsi nella società e nel mondo del lavoro».

Andrea Rocci: «Sapersi esprimere oralmente aiuta i ragazzi a integrarsi nella società e nel mondo del lavoro».

La capacità di esprimersi oralmente in modo chiaro e convincente sta diventando una necessità sempre più sentita. «Le macchine fanno sempre più cose, di conseguenza l’interazione personale diventa un valore aggiunto, che farà sempre di più la differenza». Così afferma Andrea Rocci, professore ordinario e direttore dell’Istituto di argomentazione, linguistica e semiotica all’Università della Svizzera italiana.

Nelle scuole obbligatorie ticinesi ci vorrebbero più interrogazioni orali?

Premetto che l’attenzione data a questo aspetto dipende dalle tradizioni culturali di ogni Paese. La cura del sistema scolastico ticinese per le materie scientifiche e per le lingue è ammirevole. Sarebbe necessario, però, chiedersi se non fosse opportuno parificare l’italiano a materie come la matematica e il tedesco, per le quali si è sentito il bisogno di differenziare il livello nella scuola media, e dare all’interrogazione orale lo stesso valore della prova scritta.

Perché è importante l’interrogazione orale?

Perché sapersi esprimere oralmente aiuta i ragazzi a integrarsi nella società e nel mondo del lavoro con gli strumenti che permettono loro non solo di sopravvivere, ma di crescere e prosperare.

Spesso in Ticino si diffida di chi ha un buon eloquio, anche perché si tende ad associarla a una caratteristica degli italiani e tale abilità viene spesso considerata alla stregua di una retorica senza consistenza e concretezza.

Sì, si tende a pensare che sotto la glassa invitante del saper parlare ci sia una torta dal sapore indigesto dell’incompetenza. Ma bisognerebbe superare questa diffidenza e non considerare retorica e competenza in contrasto tra loro. Dal mondo antico di Aristotele fino al Rinascimento la logica si insegnava e si imparava attraverso la parola, attraverso uno scambio dialettico orale che esercitava e migliorava la propria capacità di ragionamento, insieme a quella espressiva. È soltanto con Cartesio, dal Seicento, che si afferma il pensatore solitario, che stacca il tempo del ragionamento e del pensare da quello del comunicare e interloquire. La formazione all’orale è anche la formazione al ragionamento.

Nel mondo della comunicazione istantanea con emoji e video brevi, quanto è importante l’ars retorica nel mondo del lavoro?

È importante e sta assumendo sempre più importanza. Le faccio un esempio. Riguarda un’ex allieva e ora collega che ha avuto un percorso accademico brillante e durante la sua carriera fu assunta da Amazon come language engineer – ossia specialista dell’interfaccia vocale. La selezione è durata una giornata intera. Otto ore di colloqui orali a ritmi serrati sui temi più disparati. Anche nell’ambito tecnologico, tecnico e informatico è sempre più importante la preparazione orale. Saper ragionare, interloquire e dibattere sono tutte qualità importanti.

«Retorica e competenza non sono in contrasto tra loro»

 

Non si rischia però di coltivare uno strumento demagogico?

No, questo rischio non lo vedo. Non è coltivando l’ignoranza dell’arte della parola che ci si difende dalla demagogia. “Rem tene, verba sequentur”, ossia “possiedi l’argomento e le parole seguiranno da sé”, insegnavano i latini. La persona deve conoscere le questioni e i fatti, deve “possedere” l’argomento per potere esprimersi e avere la capacità di farlo. Già nel IV secolo a. C. si metteva in guardia Aristotele dallo scrivere libri sulla retorica, in quanto questa sarebbe stata usata per cattivi fini. Lui rispondeva: anche chi studia medicina impara ciò che fa bene e ciò che fa male. Anzi, se noi abbiamo delle persone capaci retoricamente e abili nel dibattito e attente alle sfumature, meglio sapranno cogliere gli inganni e difendersi dalla trappola della demagogia.

Però i ceti popolari spesso questi strumenti per difendersi non li hanno...

Il popolo prova a difendersi con la diffidenza. Attenzione, già Aristotele insegnava che la retorica destinata al popolo non doveva essere troppo raffinata, perché la reazione che si genera è quella della diffidenza: mi sta imbrogliando. Il sospetto che si nutriva nei confronti di chi era bravo a parlare esisteva già ai suoi tempi. La diffidenza generica, però, non aiutava il popolo allora e non lo aiuta oggi. In ogni caso, non è con meno educazione che si migliora la situazione.

Per gli antichi greci il bravo oratore era colui che nascondeva la sua preparazione retorica…

Quantomeno colui che non la ostentava inutilmente. Anche perché erano molto importanti la chiarezza e l’appropriatezza alla situazione. Gli antichi greci ritenevano importante tenere conto delle abitudini e della cultura e avere rispetto dell’opinione comune – la doxa. Non si possono convincere le persone facendo semplicemente l’originale e l’anticonformista. Anche se voglio cambiare l’opinione comune, non posso non tenerne conto – riconoscendole un valore nella misura in cui è corretta.

Poi c’è l’aspetto dell’eleganza, del sapere usare le parole rare...

Sì, infatti Aristotele invitava a non abusarne, perché altrimenti si diventava ridicoli. Bisogna avere grande parsimonia nell’usarne.

Saper parlare aiuta ad avere più successo nel mondo del lavoro anche in Ticino?

Certo. Nel mondo anglofono si parla di character skills. Ossia di abilità legata alle proprie caratteristiche personali e comportamentali, che diventano sempre più importanti in un mondo in cui le macchine fanno sempre più cose e molte delle nostre attività quotidiane avvengono online, senza più interazioni personali. L’interazione personale diventa così un valore aggiunto, talvolta un lusso, che farà sempre di più la differenza tra un servizio che meramente funziona e un’esperienza di qualità, non solo piacevole, ma addirittura capace di cambiarmi in meglio.

Saremo costretti ad imparare la magniloquenza e ad essere degli adulatori servili?

No, niente servilismi. Non bisogna coltivare un eloquio raffinato o grandiloquente a tutti i costi. L’importante è parlare in modo preciso, scegliere con attenzione le parole. E le si scelgono bene quando si è attenti alle cose, alle situazioni. Alla realtà con tutte le sue sfumature. Non c’è niente di più concreto del parlare bene. Alla parola bisogna ridare la vita, strappandola alla vaghezza.

Si può imparare a saper parlare, ad avere una buona retorica?

Sì. Leggere tanto aiuta, così come aiuta anche esercitarsi ad ascoltare. Bisogna imparare a leggere ponendosi le domande giuste, tenendo conto del contesto e degli scopi, e ad affinare le proprie capacità critiche. Un esempio americano: il discorso dell’”I have a dream” di Martin Luther King del 28 agosto 1963. Si trattava di una manifestazione per l’uguaglianza, ma lui ha parlato di libertà, evitando di insistere sul primo concetto. Pensiamo al contesto in cui parlava: forse in piena guerra fredda voleva comprensibilmente evitare di essere equiparato a un comunista, cosa che gli avrebbe creato non pochi problemi. Leggere o ascoltare i grandi oratori aiuta, purché ci poniamo le domande giuste: perché ha detto così in quella situazione?

Per imparare ad avere una buona retorica, il professor Andrea Rocci consiglia di «leggere tanto e di esercitarsi ad ascoltare».


Il ritratto

Andrea Rocci è professore ordinario e direttore dell’Istituto di argomentazione, linguistica e semiotica, co-dirige il Master of European Studies in Investor relations and Financial Communication (ESIR), programma offerto da USI in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano.