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La stagione della selvaggina

La caccia vista da chi se ne appassiona, ma non imbraccia un fucile. Un grande interesse che nella famiglia Pronzini si tramanda da generazioni.

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melanie türkyilmaz, alain intraina, mad
09 settembre 2019

Yari Pronzini in Valle d'Arbedo, prima che aprisse la caccia in Ticino.

Punta il binocolo verso una radura e attende. Paziente e reattivo. Qualcosa si muove nell’erba alta: ne studia l’andamento, analizza le corna, controlla se è solo o in gruppo, misura la distanza che li separa. Yari Pronzini, 29enne di Lumino, è un cacciatore senza fucile, “uno sherpa” come si definisce scherzosamente lui stesso. È una fresca mattina di agosto, manca poco all’apertura ufficiale della caccia in Ticino e, come molti appassionati di arte venatoria, il giovane si prepara camminando su e giù per i boschi e cercando di avvistare qualche ungulato. Il suo territorio è la Valle d’Arbedo: «Di solito i cacciatori – spiega - hanno una zona dove sono soliti recarsi e, salvo casi rari, non sconfinano nelle aree altrui».

Di padre in figlio

Yari è cresciuto a “pane e dialetto”, con i racconti e le peripezie del nonno Romolo e del papà Stefano, appassionati cacciatori, che ogni autunno si avventuravano per boschi. Appena ha potuto si è perciò unito agli uomini di famiglia (oggi è il braccio destro del padre) e ha imparato a trascorrere giornate di silenzio nel bosco, aspettando che un cervo si facesse vedere. «Che pace – osserva mentre scruta l’orizzonte –. Immergersi nella natura, avere il tempo di stare soli, riflettere, non sentire rumori: il bello della caccia è proprio questo». Naturalmente non mancano i momenti adrenalinici, quando suo padre riesce a prendere qualcosa. «Sul momento siamo euforici e quasi non sentiamo la fatica di recuperare l’animale. Mentre scendiamo a valle per portarlo al controllo canticchiamo le canzoni trasmesse dalla radio e la sera ceniamo insieme ai nonni e agli zii con la frittura (vedi ricetta a lato)». Il recupero è eseguito manualmente se l’animale abbattuto è in un luogo accessibile e sicuro, altrimenti può essere recuperato grazie a un elicottero. «Nella Valle di Arbedo, come altrove in montagna, ci sono punti esposti, rocce e strapiombi. Conosciamo bene il territorio e non ci esponiamo a rischi inutili» assicura Yari. «Mi è successo di dover schivare un cinghiale. Sfortunatamente, si era infilato in un angolo chiuso e io per caso mi trovavo sulla sua via di fuga… I cinghiali diventano pericolosi quando hanno i cuccioli, sono feriti o si sentono intrappolati» precisa. Mentre ci spiega quanti particolari rivelano le corna degli ungulati, ad esempio sesso ed età, chiediamo come mai non abbia la patente di caccia: «Onestamente? Chi ha davvero la vocazione, la fa appena può. Io non ho ancora trovato la motivazione sufficiente per calarmi nello studio… Però, “mai dire mai”». Quest’anno Yari sarà ancora armato di solo binocolo. E speriamo che al momento dell’uscita di questo articolo – in pieno periodo di caccia – la famiglia Pronzini si stia gustando una frittura: il loro classico menu per coronare una giornata di successo.


Ricetta frittura di fegato

Per 4 persone ci vogliono

600 g di fegato*, sminuzzato
1 cipolla bianca, a strisce
1,5 dl di vino bianco
50 g di burro
sale e pepe

*di selvaggina oppure di vitello

Ecco come Fare

In una padella far imbiondire a fuoco lento le cipolle con metà del burro. Sfumarle con il vino bianco e cuocere finché sono morbide e dorate; metterle da parte. Nella stessa padella scaldare il resto del burro e rosolare il fegato per un paio di minuti. Aggiungere le cipolle, regolare di sale e pepe e servire.

Ideale con: riso in bianco.


Sapori tradizionali

Il camino acceso, la tovaglia dai colori tenui e una bottiglia di vino. Il sipario perfetto per una cena di selvaggina “come una volta”, dove gli attori principali sono un salmì di cervo con la polenta oppure una sella di capriolo con tagliatelle e salsa ai funghi. Da Coop i diversi tagli di cervo e capriolo sono in vendita al prezzo del giorno.