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La lingua dei più piccoli

Entrare nell'universo delle parole è una delle maggiori conquiste della vita. I bambini iniziano a parlare da soli. I genitori devono solo sapere come accompagnarli in questo percorso.

09 aprile 2018

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TESTO: SUZI VIEIRA

Quando il proprio figlio raggiunge l'anno di età, i genitori si confrontano con la classica domanda: “ha iniziato a parlare?”, magari anche seguita da aneddoti eclatanti di precocità nel linguaggio oppure mutismo relativi ai figli di amici o conoscenti. E se il pargolo non parla ancora, è facile che i genitori si lascino prendere dall'ansia e da mille interrogativi: “È normale che nostro figlio non parli ancora? Come possiamo aiutarlo?” «Con tanta calma e sangue freddo», risponde Mireille Brigaudiot, docente e ricercatrice in scienze del linguaggio. Quando si parla di bambini così piccoli «non è mai il caso di preoccuparsi»,  precisa la specialista. Prima o poi tutti i bambini imparano a parlare, a meno che non vi siano problemi neurologici o fisiologici gravi. «Si può parlare di ritardo linguistico solo se un bambino di due anni produce meno di 50 parole», riferisce da parte sua lo psicolinguista Pascal Zesiger, direttore del LaboBébé, il centro dell'Università di Ginevra che studia lo sviluppo del linguaggio dei bambini a partire da 1 anno. «Attenzione, però, questo non significa che il bambino avrà dei problemi più avanti, né che dovete precipitarvi dal logopedista! Ma solo che il pediatra deve chiarire alcuni punti ed escludere il rischio di sordità o di ipoacusia. Se un bambino si sviluppa senza difficoltà e cresce in un contesto adeguato, non vi è motivo di preoccuparsi; basta monitorare la situazione e rifare il punto dopo sei mesi».

A ognuno il proprio ritmo
La comunicazione comprende tutto ciò che consente lo scambio con gli altri; la componente orale è solo un elemento fra tanti. Vi sono, infatti, anche tutti gli aspetti non verbali. «Un bambino che fa “mmm mmm” e guarda il passeggino quando la mamma gli propone di andare al parco, non ha alcun deficit, anche se non dice nemmeno una parola», conferma Mireille Brigaudiot. Ogni bambino segue il suo ritmo. E i genitori non possono né accelerare né ritardare il momento in cui inizierà a parlare. Tutt'al più possono accompagnarlo in questo percorso. L'acquisizione del linguaggio è una formidabile conquista cognitiva. E i nostri piccoli ce la fanno da soli. Ma come arrivano a padroneggiare un crescente volume di vocaboli e la grammatica complessa della nostra lingua? Ebbene, sin dalla nascita il neonato ha l'udito fine ed è capace di distinguere quasi tutti i suoni delle lingue a cui è esposto. A poco a poco inizia a individuare la presenza di regolarità in tutto ciò che sente. A 5 mesi riconosce già alcune parole, come il suo nome, mamma e papà, o i nomi delle parti del corpo citati più spesso dai genitori durante il rituale del bagnetto o del cambio del pannolino. Ma solo tra i 18 e i 24 mesi passa a una velocità di apprendimento superiore ed entra nella fase della cosiddetta «esplosione lessicale». «In questa fase, che va da 2 a 5 anni, spiega Pascal Zesiger, il bambino apprende in media un nuovo vocabolo per ogni ora in cui è sveglio, vale a dire dieci vocaboli al giorno, ossia 3.500 all'anno!». In questo periodo subentra anche la grammatica. Il piccolo inizia ad abbinare le parole: non si accontenta più di 
dire «biscotto», ma aggiungerà «voglio biscotto» seguendo un ordine corretto delle parole, benché i suoi enunciati non siano ancora completi. «Il cucciolo d'uomo è un eccellente rilevatore di regolarità» precisa il direttore del LaboBébé e aggiunge: «Grazie a questa capacità saprà scoprire le regole che gli consentono di strutturare il suo linguaggio». Il bambino non impara ripetendo, come un pappagallo. «Gli errori che commette dicendo per esempio “ho aprito la porta” – anche se non l'ha mai sentito – dimostrano che ha già intuito un sistema regolare e che tenta di applicarlo autonomamente. Certo, sbaglia forma (il verbo aprire è irregolare), ma questo fatto dimostra che il giovane parlante impara comprendendo la struttura del linguaggio con cui è confrontato».

L'intonazione delle parole
Vuol dire che i genitori non rivestono alcun ruolo in questo processo di apprendimento? Certo che no! «Sin dalla nascita, il bambino si orienta prevalentemente verso gli esseri umani che lo circondano», dice Pascal Zesiger e spiega: «È molto sensibile al linguaggio con cui le persone che lo circondano si rivolgono espressamente a lui. Se mettiamo una radio accanto alla culla, il bambino percepisce ciò che sente come un rumore di fondo e non come una serie di parole». È quindi essenziale che i genitori parlino al loro bambino. Tutto nasce da questa complicità e dal modo particolare in cui i grandi si rivolgono ai loro piccoli, ossia parlando lentamente, facendo frasi brevi e potenziando l'intonazione. Secondo Mireille Brigaudiot, le madri sembrano essere maggiormente portate ad interpretare e completare spontaneamente la minima sequenza di sillabe dei piccoli, attribuendo un senso ai suoni e riconducendolo ad un'esperienza. «Ad esempio, creano un collegamento fra il gatto che passa e ciò che il bambino ha visto in un libro il giorno prima, ripetendo il verso dell'animale…». La specialista conclude: «ogni volta che la mamma riformula quello che ha detto il bambino, crea un riferimento a qualcosa di noto. Questo permette al bambino di mettere insieme piccoli brandelli di mondo».

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IL DATO
Tra il cinque e il sette per cento dei bambini della stessa età presenta disturbi del linguaggio orale o scritto, ossia in media un bambino per fascia di età. Solo la metà di questi bambini sarà affetta da disturbi durevoli. Gli altri compenseranno il ritardo linguistico prima dei 3 o 4 anni di età. L' 1 – 3% dei bambini è colpito da disturbi gravi, detti disfasie.