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Caro italiano, ti scrivo

Usi e Supsi si stanno muovendo per aiutare gli studenti a migliorare le proprie competenze di scrittura. L’occasione per verificare con quattro di loro a che punto è la nostra relazione con la lingua scritta.

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SANDRO MAHLER
02 ottobre 2018

Giulio e Mathilde, studenti del secondo anno, nella biblioteca dell'Usi a Lugano.

«Se uno studente scrive ‘‘qual è’’ tre o quattro volte in modo corretto e poi una volta gli scappa l’apostrofo, quello è un errore di distrazione. Una rilettura avrebbe sicuramente eliminato l’errore».
A dirlo è Luca Cignetti, professore di didattica dell’italiano presso il Dipartimento formazione e apprendimento della Supsi, il quale è anche responsabile di un progetto di ricerca denominato SCRiPSIt, volto a individuare le difficoltà che incontrano gli studenti nella scrittura delle loro tesi.
Fra quelli evidenziati dallo studio, la revisione lacunosa del testo è uno dei problemi principali. Ma non è il solo. A differenza di quanto accadeva in passato, «gli studenti che entrano oggi all’università hanno competenze di scrittura non ancora mature. Quindi anche all’università è importante insegnare a scrivere».
Non è insomma un caso, se la scorsa primavera l’Usi ha pensato di introdurre un laboratorio di scrittura, rivolto agli studenti della Facoltà di Scienze della comunicazione.

Da sinistra a destra, Andrea, Gaia, Mathilde e Giulio, nel parco del campus universitario.

Una questione di familiarità

Sul campus universitario di Lugano, in occasione della ripresa dei corsi accademici, incontriamo Andrea, Gaia, Mathilde e Giulio, quattro studenti iscritti al secondo anno. Sono fra i primi a be- neficiare del nuovo corso offerto.
«Se ci penso, non è che abbia imparato a scrivere andando a scuola», esordisce Giulio. La cultura della scrittura uno «deve farsela con l’esperienza personale». Inutili, quindi, i corsi di scrittura? Dipende, come fanno capire gli stessi studenti.

«Anche all’università è importante insegnare a scrivere»

Luca Cignetti

Il laboratorio a cui partecipano è importante «non tanto per le basi», quanto piuttosto per la specificità dei testi su cui si trovano a lavorare: il comunicato stampa, l’articolo, il blog.
Anche per quanto riguarda la tesi di Bachelor, a preoccuparli non è tanto il dover scrivere decine e decine di pagine, quanto piuttosto la poca familiarità con quel tipo di lavoro e quel tipo di scrittura. «Non è il nostro mondo», sintetizza Andrea.
Del resto, proprio dal progetto SCRiPSIt emerge chiaramente una necessità in particolare: quella di permettere agli studenti di confrontarsi e familiarizzarsi con il giusto registro linguistico, vale a dire con le espressioni e i termini più opportuni da utilizzare in una tesi di laurea.
I testi scientifici, inoltre, hanno una loro particolare struttura, che spesso gli studenti non conoscono in maniera abbastanza approfondita. Il problema, più che nelle loro conoscenze della lingua italiana, risiede nel fatto che arrivino a scrivere la tesi senza essersi confrontati a sufficienza con il mondo della ricerca scientifica e con le sue regole, anche redazionali.
Per gli studenti è importante «avere dei modelli, come possono essere degli articoli di ricerca», spiega Luca Cignetti. «Ma anche una tesi scritta bene – e ce ne sono – può essere un buon modello da studiare, per vedere come è stata organizzata».

L’influenza dei social media

Parlando di registri, però, ci si può anche chiedere quale sia l’influenza di smart- phone e social media sul modo di scrivere delle giovani generazioni. Finora, nella nostra chiacchierata, li abbiamo nominati solo per ciò che sono: strumenti di uso quotidiano.
«L’influenza di tali tipi di scrittura», quelli mediati da dispositivi elettronici, osserva ancora Luca Cignetti, «è inferiore a quanto ci si potrebbe aspettare. In generale c’è, da parte degli studenti, la consapevolezza che esistono diversi ambiti di scrittura».
Gaia conferma, dice di non avere alcun problema a passare da un registro all’altro. «È come se fosse codificato dentro di me». Andrea parla invece di repertori diversi. «Abbiamo un repertorio per i social, diverso da quello di WhatsApp e diverso da quello delle email».
D’altronde, oltre ad adattare il nostro modo di scrivere al contesto in cui ci ritroviamo a farlo, anche il registro nel quale si comunicano determinate cose cambia col tempo.
Un esempio viene direttamente dalle istituzioni. Il classico opuscolo rosso di spiegazioni del Consiglio federale, che anticipa ogni votazione popolare, gode ora di una nuova veste, non solo grafica. Il rifacimento tiene «meglio conto delle nuove abitudini di lettura». E la sua «novità principale consiste nel fatto che i capitoli ‘‘In breve’’ forniscono tutte le informazioni per i lettori “frettolosi”».
Andrea, Gaia, Mathilde e Giulio lo sfogliano. Discutono della sua organizzazione, dei cambiamenti apportati. Ma più in generale delle loro abitudini di lettura.
Per Gaia, «se l’articolo è più lungo di un tot, uno dice ‘‘no, non lo leggo’’. O lo scorre velocemente e basta». Ma anche l’aspetto visivo è importante, secondo Andrea. Paragrafi troppo lunghi non invogliano a leggere. Mathilde ci tiene però a puntualizzare una cosa. «Quando si è veramente interessati – o quando è importante, come in questo caso per le votazioni – si legge con più attenzione».
Su quest’ultimo punto sono tutti d’accordo. Annuiscono in sincrono, con decisione. Più che una cattiva abitudine, la lettura superficiale e veloce di un testo sembra essere una strategia di difesa. Di fronte alla valanga di informazioni scritte che ci investe ogni giorno, si è naturalmente sviluppata la tendenza di farsi prima di tutto un’idea del contenuto, per poi decidere se leggere il testo per intero.

Altri tipi di competenze

In fin dei conti, conclude Luca Cignetti, «ci sono difficoltà su vari livelli rispetto al passato. Ma ci sono anche competenze che prima c’erano molto meno». Un buon esempio, secondo il professore della Supsi, è la conoscenza delle lingue straniere.
Mathilde legge sia in italiano sia in francese, la sua lingua madre. Anche se adesso, «avendo due bimbi, è impossibile trovare il tempo per le letture di piacere». Giulio ha appena letto, in inglese, «un libro non ancora disponibile in italiano». Gaia, se può, legge nella lingua di Dante, ma anche in inglese e francese: «le lingue che so, cerco di esercitarle». Mentre Andrea, che propende piuttosto per il giornalismo, segue in particolare quotidiani britannici e statunitensi.
Insomma, tutto evolve. Ma forse, più che cambiare, il nostro rapporto con la lingua scritta si è semplicemente adattato al nuovo contesto – sociale e tecnologico – in cui ci troviamo a comunicare.
Così, mentre ci apprestiamo a concludere la nostra chiacchierata, l’eterna scritta “Scemo chi legge” attraversa lo schermo di uno dei loro computer. Qualcuno borbotta il nome di un compagno. Poi gli scrive un messaggio fintamente stizzito su WhatsApp.