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SPECIALE FAMIGLIA

Diamo tutti una mano

A sempre meno bambini viene chiesto di aiutare in casa. Ciò che invece andrebbe anche a loro beneficio. In realtà occorre solo sapere come motivarli nel modo giusto.

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CRISTOPH KAMINSKI
09 ottobre 2018

Questa settimana a Mattia tocca il turno del compostaggio. Deve quindi vuotare il secchio. E non è particolarmente entusiasta: «Puzza!».

Mattia (7 anni) può finalmente spostare la calamita con il simbolo del compostaggio nello spazio riservato ai lavori terminati. E per fortuna, dato che svuotare quel secchio puzzolente non è proprio una delle sue attività preferite. Ma nella famiglia Pace, di Stein (AG), c’è da fare anche questo: tutti e tre i figli devono dare una mano in casa.

Sarah Zanoni

Sarah Zanoni.

Coach familiare, psicologa dell'infanzia e autrice.

Una tabella riporta i lavoretti assegnati a ciascuno. «Abbiamo introdotto questo sistema sette anni fa quando Alessandro, il primogenito, ha iniziato l’asilo», spiega mamma Christiane. «Grazie all’assegnazione dei compiti, i bambini si rendono conto che gestire una casa esige la partecipazione di tutti e di cosa accade quando qualcuno viene meno alle proprie responsabilità: se per esempio nessuno svuota il contenitore del compostaggio, a lungo andare il secchio inizia a puzzare».
Anche la coach familiare Sarah Zanoni ritiene giusto coinvolgere i bambini nelle piccole faccende domestiche. «Imparano a dare un contributo alla vita familliare e acquisiscono anche abilità pratiche che in futuro faranno di loro persone autonome», spiega la psicologa. L’introduzione di una tabella di lavoro può essere un valido strumento. «A patto che i lavoretti assegnati siano pochi; troppi rischiano di demotivare i bambini, vanificando ogni effetto».

Gli obiettivi danno motivazione

Non è detto però che la tabella sia la scelta giusta per tutte le famiglie, sottolinea Sarah Zanoni, mamma di due figli. «Ci sono bambini che decidono di dare una mano in casa di loro spontanea volontà, ad esempio quando si ricevono visite». In questo caso, è consigliabile affidare ai bambini qualche lavoretto alla loro portata, come decorare la tavola o passare la scopa sul pavimento. «I bambini si sentono più motivati e coinvolti da attività che hanno obiettivi finali chiaramente definiti, come la visita di ospiti».
In passato era normale che i bambini dessero una mano in casa, spiega ancora Zanoni. «Per chi si rifiutava c’era subito la punizione». Al giorno d’oggi la maggior parte dei bambini fa poco o niente in casa. La psicologa ritiene che questo cambiamento sia dovuto anche al fatto che sempre più famiglie possono permettersi una collaboratrice domestica. «Alcuni genitori poi, piuttosto che impelagarsi in infinite discussioni coi figli per far rispettare la tabella, preferiscono sbrigare tutte le faccende domestiche da soli. È un controsenso, ma è umanamente comprensibile».

Alessandro passa l'aspirapolvere.

Quando tutti i compiti sono stati portati a termine, ricevono la paghetta da mamma Christiane.

Quanto alle punizioni, un tempo la norma, secondo Zanoni non hanno presa in un bambino che si rifiuta di collaborare. Meglio reagire con serenità e buon senso. «Cercate di capire per quale ragione il bambino non ha voglia di svolgere il suo compito. Se non lo vuole sbrigare ora, chiedetegli quando ha intenzione di farlo e ditegli che glielo ricorderete al momento opportuno». Spesso i bambini si dimostrano più collaborativi se si sentono coinvolti nella decisione.
Christiane Pace ha smesso da un po’ di litigare coi suoi tre figli sull’argomento. «Quando avevamo introdotto la tabella ero sempre io a ricordare loro quando erano di turno», spiega. Ora però si sono responsabilizzati. Se alla fine della settimana hanno portato a termine tutti i compiti, i genitori li ricompensano con una paghetta. Se invece i compiti non sono stati svolti se ne occupa la mamma. In quel caso però niente paghetta. Del resto, come spiega Luca (8 anni): «Anche a papà non danno lo stipendio se non va a lavorare».
Alessandro (11 anni) i lavoretti di casa li fa addirittura con piacere. Il suo preferito è riordinare la cameretta. «Mi piace l’ordine. E i lavoretti che mi affida mamma, li farei anche gratis». «Certo, intanto tra i tuoi fratelli sei quello che riceve più paghette», ribatte la mamma accennando un sorriso. Il più affidabile e rapido di tutti è Mattia, che frequenta la seconda elementare. «Sì, però lui, di lavoretti da fare, ne ha pochissimi», protesta Luca. «E ha anche meno scuola di noi», incalza Alessandro.

La paghetta fa miracoli

Per Sarah Zanoni, ricompensare i bambini con una paghetta per l’aiuto fornito è un modo corretto per motivarli. L’incentivo finanziario è certamente una possibilità. Un’altra, adatta in particolar modo ai piccolissimi, è quella di proporre una scheda dove raccogliere dei punti per ogni compito svolto. «Una volta completata la scheda, il piccolo ottiene una ricompensa che può essere un’attività in compagnia del genitore o un piccolo regalo». L’ideale sarebbe affrontare il tutto alla stregua di un gioco. Ma è importante anche far sì che la mansione affidata sia di breve durata e cambi nell’arco delle settimane.
Christiane Pace di tanto in tanto trova nuovi compiti per i figli. Uno degli ultimi è ripulire il giardino dalle erbacce, un’attività che diverte tutti e tre. A breve Mattia dovrà inoltre iniziare a riciclare vetro e PET, come del resto già fanno i suoi fratelli più grandi. Alessandro è felice di doversene occupare solo una volta ogni tre settimane. «C’è sempre troppa strada da fare!» si lamenta. Per Luca invece la passeggiata fino al punto di raccolta è uno dei momenti più attesi.

I bambini vogliono rendersi utili

Che i bambini si occupino di svolgere i lavori più piacevoli, va benissimo, spiega Zanoni. «Li fa sentire più appagati e stressa meno i genitori». Coi bambini più piccoli in generale è più facile. «Adorano dare una mano in casa e non vivono questo momento come una costrizione, ma come una parte del loro quotidiano di bambino, nel quale tutto diventa scoperta, sperimentazione e reiterazione.
Si può cominciare a coinvolgere i propri figli al più presto quando iniziano a camminare, quindi verso l’anno e mezzo. «A quell’età un bambino è già in grado di buttare i pannolini ben chiusi nell’apposito cestino. In questo caso non si tratta evidentemente di un lavoretto vero e proprio, ma di un inizio», suggerisce Zanoni. Inoltre non bisognerebbe mai spegnere l’entusiasmo di un bambino, per paura che quel che sta per fare sia troppo difficile o pericoloso. «Raggiungere piccoli traguardi aumenta l’autostima e accresce la fiducia in se stessi».
Per non vanificare il suo sforzo, i genitori dovrebbero astenersi dal criticare l’operato del bambino, evitando di correggere ogni cosa che fa, sottolinea Zanoni. «Dopotutto come vi sentireste voi se, a lavoro concluso, il vostro capo vi dicesse che dovete rifare tutto daccapo?».
E come l’impiegato si sente gratificato dall’encomio del superiore, anche il bambino esce rafforzato da un complimento del genitore. «Alcuni genitori danno per scontata la collaborazione dei figli e pensano che una parola d’encomio o un semplice ‘‘grazie’’ siano superflui. È un errore. Un apprezzamento genuino è il miglior modo per motivare qualcuno».