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GIOCO DI SQUADRA

Il gruppo vince sempre

All’orizzonte si profila l’introduzione dell’operatore etico nelle società della Svizzera italiana. Intanto, ci sono associazioni che già fanno un grande lavoro. L’esempio dell’associazione “Talento nella vita”, con le ragazze under 15 del Lugano Volley.

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ALAIN INTRAINA
04 marzo 2019

L'unione fa la forza.

Si parte da un gomitolo. Le ragazze in cerchio se lo passano di mano in mano, fino a creare una solida ragnatela. Cosa accade se un elemento del team se ne va? Come deve reagire il gruppo affinché quella ragnatela continui a essere stabile? Siamo nella palestra di Molino Nuovo. Da una parte c’è Flavio Baumann, monitore dell’associazione “Talento nella vita”. Dall’altra le ragazze della squadra under 15 del Lugano Volley. «È un modo per fare capire che quando accadono degli imprevisti in un gruppo, è tutta la squadra a dovere lottare, unita, per reagire», dice Alissa, giovane atleta. «Può capitare, ad esempio, in momenti in cui ci sono tante sconfitte», aggiunge la compagna di squadra Letizia.

Una piccola rivoluzione

Scocca l’ora del team building nelle società sportive della Svizzera italiana. Mentre all’orizzonte si profila l’introduzione “istituzionale” della figura dell’operatore etico (si veda l’intervista a lato), sul campo ci sono già organizzazioni che si danno da fare. Come “Talento nella vita”. «Il nostro scopo – evidenzia Baumann – è di promuovere lo spirito di solidarietà nei vari gruppi. Al momento lavoriamo anche con club di basket, ciclismo, rugby e calcio. Partendo dal principio che quello che apprendi nello sport, lo puoi applicare anche nella vita quotidiana. Gli allenatori seguono i ragazzi dal profilo tecnico. Noi, laddove veniamo richiesti, rappresentiamo, un valore aggiunto. Puntiamo sui concetti di rispetto, collaborazione, comunicazione, fiducia reciproca». E così ecco altre attività significative. Ad esempio, la ragazza che si lascia cadere all’indietro, nel vuoto, sapendo che ci sono le compagne che la prenderanno al volo. Oppure, la giovane con gli occhi bendati che si lascia guidare, alla cieca, dall’amica.

Le ragazze del Lugano volley si passano un gomitolo e con esso costruiscono una ragnatela per rafforzare lo spirito di squadra.

«Questi giochi – riprende Alissa – ci aiutano a capire che in una squadra il clima resta buono quando ci si fida davvero delle compagne. Nella pallavolo ognuna di noi ha un ruolo. Vanno rispettati gli spazi, ma dobbiamo anche incoraggiare e sostenere chi commette un errore». «È in quel senso che subentra l’idea della ragnatela – aggiunge Letizia –. Se una di noi inizia a pensare di testa sua, la ragnatela si sfascia».

Dentro lo spogliatoio

Il capitano che non deve essere per forza la persona che gioca meglio. Il diverso, sia per razza sia per orientamento sessuale, che viene accettato. Il risultato agonistico che viene elegantemente relegato in secondo piano. Aspetti fondamentali in un momento storico contraddistinto da molti giovani che, giunti a una certa età, prevalentemente attorno ai 14-15 anni, gettano la spugna, abbandonando le società sportive.

«Vogliamo prevenire questa eventualità – sottolinea Baumann –. Solitamente uno smette perché si sente troppo sotto pressione, oppure perché ci sono troppe aspettative riposte in lui, oppure, ancora, perché non si sente considerato dalla squadra».

Cosa vuol dire stare insieme? Come si gestiscono le frustrazioni? Come ci si deve comportare quando un compagno commette un errore, o di fronte a una lunga serie di sconfitte? «Bisogna imparare a reagire quando le cose vanno storte – afferma convinta Alissa –. E se lo si fa insieme, tutto diventa più facile».

«Nella nostra squadra – le fa eco Letizia – a inizio stagione c’erano tante giocatrici nuove». Ancora una volta si torna a parlare della ragnatela. «Io dò fiducia a te e tu la dai a me – conclude Alissa –. Nello sport, soprattutto in quello di squadra, funziona così. Se c’è fiducia, cresce anche l’autostima di ognuna di noi. E ancora una volta a beneficiarne è l’in- tera squadra».

Responsabile di SportForPeace.

Marzio Conti

Marzio Conti.
 

Diverse le associazioni che portano avanti progetti etici. Quali sono gli obiettivi di SportForPeace?

Premetto che già viene fatto molto e bene. L’intenzione è di istituzionalizzare la figura dell’operatore etico. A due livelli. Con una formazione per gli allenatori. Ma, in particolare, per figure dirigenziali attive nei club e nelle federazioni. Sarebbe un obiettivo avere persone di riferimento all’interno delle società che si occupino di portare avanti determinati messaggi.

Si parla spesso di problemi di spogliatoio. Gli sport “più ricchi” sono quelli più a rischio?

Verrebbe da pensare di sì. Uno sogna di fare il calciatore di mestiere. E allora si sente più sotto pressione, magari anche a causa della famiglia. Però, un recente sondaggio svizzero sugli sport di squadra ha rivelato un dato sorprendente. Tra i calciatori, c’era la percentuale più alta di ragazzi che sarebbero intervenuti in difesa di un compagno maltrattato. Non ci sono discipline da demonizzare, dunque.

In alcune discipline si assiste a un’emorragia di tesserati, dovuto anche al bullismo. Siamo di fronte a un’emergenza educativa?

Il nostro approccio è quello dell’educazione attraverso lo sport. Ci sono problemi della società che si manifestano anche nello sport. L’eccesso di competitività è uno degli aspetti che porta a questa situazione. Un operatore etico potrebbe individuare per tempo certe dinamiche, e intervenire prima che sia tardi. Oggi i giovani sono sottoposti a tante sollecitazioni (scuola, famiglia). Almeno nello sport vorremmo che trovassero una valvola di sfogo, un appoggio, un piacere. 

Più informazioni sull'associazione su: http://www.associazionesportforpeace.ch/