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Sale la febbre per le serie tv

Spopolano su Netflix. E in arrivo si profila una grande battaglia, fino all’ultimo cliente, tra piattaforme internazionali. Ecco come alcuni appassionati stanno vivendo questa rivoluzione epocale. E a novembre arrivano Apple e Disney.

FOTO
shutterstock, Alamy
14 ottobre 2019

«Da Netflix ad Amazon. Ho abbonamenti mensili e annuali». Lara Franceschi, classe 1981, impiegata, di Taverne, ha una “malattia”. È una divoratrice compulsiva di serie televisive. «Da vedere tutte in streaming. Non sono una fan dei cofanetti». Ed è l’emblema di una febbre, quella per le serie TV, che sale sempre di più.

Trama e attori

Un mercato che frutta miliardi di dollari di introiti. Un business che sfocerà, nei prossimi mesi, in una guerra all’ultimo abbonato tra grandi piattaforme internazionali. Per i comuni mortali ci sarà di che divertirsi. Lara è già pronta. «Io non ho un genere preferito. Spazio da Mad Men a The office, passando per il mitico Breaking Bad. La mia prima serie? Buffy, quella con i vampiri come protagonisti. Sono molto attenta a regia, recitazione e storia. Gli attori per me devono essere bravi, altrimenti scarto la serie già in partenza. In ogni caso mi piace anche che dopo un po’ finiscano. Non amo i polpettoni che si dilungano all’infinito. Trovo che, ad esempio, con Big Bang Theory o The Mentalist si sia un pochino esagerato».

«Una serie ti prende quando riesci anche a immedesimarti un po’ nei personaggi – sostiene Giulia Nicoli, studentessa 18enne di Claro –. E non devono esserci cali di tensione. Mi piacciono le vicende intricate. Adoro Orange Is the New Black, Big Little Lies e Vikings. Solitamente faccio capo a siti in streaming o a Netflix. Da qualche tempo tra noi teenager va di moda TV Time, un’applicazione in cui puoi anche commentare gli episodi che hai visto interagendo virtualmente, dunque, anche con altri appassionati. Pare l’abbiano scaricata oltre dodici milioni di persone».

Incollati allo schermo

Qualche mese fa uno studio americano (CordCutting) aveva evidenziato come uno spettatore su cinque non pagasse l’abbonamento di Netflix, scroccando quello di qualcun altro. Pacata la reazione del colosso. «Ci fa comunque piacere se le persone condividono con amici e parenti i nostri contenuti», avrebbe detto un portavoce. Certo. Ma la società californiana la penserà ancora allo stesso modo quando dall’autunno in poi altri colossi cercheranno di rubarle abbonati? «Io, in ogni caso, preferisco essere sempre in regola e avere abbonamenti a mio nome – dice Lara –. In futuro mi iscriverò anche a Disney Plus. E sono aperta a ulteriori novità».

Chi ha ucciso Laura Palmer? È la domanda che tutti si ponevano nei primi anni ’90, quando David Lynch lanciò l’enigmatico Twin Peaks. Quali segreti si nascondono tra gli abitanti di Wisteria Lane? Se lo sono chiesti, a lungo, i fan di Desperate Housewives. Una cosa è certa. Una serie, per reggere, e tenere il pubblico incollato allo schermo, deve sapere mantenere vivo l’interesse dello spettatore. Sempre.

«Alcune serie – ricorda Lara – mi hanno delusa parecchio. Una su tutte? Flashforward. L’avevano venduta come il nuovo Lost. Invece non c’era adrenalina. Era “vuota”. Io, in ogni caso, le serie le guardo anche se sono brutte, mi piace trovarne i difetti, e voglio farmi sempre un’idea mia personale, indipendentemente dalle recensioni che trovo sul web».

Stefano Losa, classe 1986, impiegato e musicista di Tenero, è invece parti- colarmente selettivo. Con la fidanzata Franca, sua coetanea, bibliotecaria, è attratto soprattutto dalla fantascienza, dal fantasy e dal giallo. «Con qualche incursione nell’horror o nel genere dei supereroi». Stefano si lancia: «La nostra top 5? Doctor Who, Game of Thrones, Sherlock, Poirot e Dirk Gently. Anche se l’ultima stagione di Game of Trones aveva proprio una sceneggiatura debole». Stefano e Franca puntano su Netflix. «Anche se per alcune serie, abbiamo piacere di avere ancora i nostri bei cofanetti in mostra». 


«Autunno di fuoco»

Docente all'USI di Lugano.

Massimo Donelli

Tutti pazzi per le serie TV. Che ne pensa?

Non è una novità. Viviamo in un tempo talmente veloce da farci dimenticare fenomeni epocali come Bonanza (14 stagioni e 431 episodi dal 1959 al 1973) oppure Dallas (14 stagioni e 357 episodi dal 1978 al 1991). C’è stato un “mondo” prima di Narcos, House of cards oppure The Crown.

Perché, allora, pensiamo che soltanto il presente sia il tempo delle serie televisive?

La risposta è secca: Netflix. Con House of Cards ha alzato enormemente il livello della serialità e con The Crown è arrivata a produrre su standard qualitativi da kolossal milionario hollywoodiano. Con il “binge watching”, ossia la possibilità di vedere un’intera serie d’un colpo, poi, Netflix ha distrutto la tradizionale gabbia dei palinsesti, regalando ai telespettatori la più grande libertà di visione della storia. Infine, con strategie globali, solidamente fondate sui “big data” e, quin- di, sull’intelligenza artificiale, Netflix ha intercettato i desiderata del pubblico, pianificando e realizzando successi mondiali.

Cosa deve avere una serie TV per piacere al pubblico oggi?

Un ottimo plot, un ottimo cast, un’ottima fotografia. Ci siamo abituati bene. Breaking Bad, per esempio, ti risucchia dentro la storia e non ti molla più: attori bravissimi, paesaggi da urlo. Un modello perfetto di contemporaneità.

I cofanetti sono ormai un ricordo?

Eccome. Ora si annuncia la più grande battaglia tivù di tutti i tempi. Sarà un autunno di fuoco. Disney (dal 12 novembre in Svizzera), CBS-Viacom, Amazon Prime Video, BBC-Discovery, Alphabet con YouTube, Comcast, Warner Media e Apple (da inizio novembre) andranno all’assalto di Netflix, sperando di sottrarle gran parte dei 130 milioni di abbonati. Le armi per tentare di distruggere Netflix saranno le grandi “library” e i lanci delle nuove offerte a prezzi stracciati. Una manna per i consumatori. Un dramma per chi dovrà suonare la ritirata. Non cre- do, infatti, che possano sopravvivere più di due grandi servizi di streaming a livello globale.

Tutti pazzi per le serie TV. Che ne pensa?

Non è una novità. Viviamo in un tempo talmente veloce da farci dimenticare fenomeni epocali come Bonanza (14 stagioni e 431 episodi dal 1959 al 1973) o Dallas (14 stagioni e 357 episodi dal 1978 al 1991). C’è stato un “mondo” prima di Narcos, House of cards o The Crown.

Perché, allora, pensiamo che solo il presente sia il tempo delle serie TV?

La risposta è secca: Netflix. Con House of Cards ha alzato enormemente il livello della serialità e con The Crown è arrivata a produrre su standard qualitativi da kolossal milionario hollywoodiano. Con il “binge watching”, ossia la possibilità di vedere un’intera serie d’un colpo, poi, Netflix ha distrutto la tradizionale gabbia dei palinsesti, regalando ai telespettatori la più grande libertà di visione della storia. Infine, con strategie globali, solidamente fondate sui “big data” e, quindi, sull’intelligenza artificiale, Netflix ha intercettato i desiderata del pubblico pianificando e realizzando successi mondiali.

Cosa deve avere una serie TV per piacere al pubblico oggi?

Un ottimo plot, un ottimo cast, un’ottima fotografia. Ci siamo abituati bene. Breaking Bad, per esempio, ti risucchia dentro la storia e non ti molla più: attori bravissimi, paesaggi da urlo. Un modello perfetto di contemporaneità.

I cofanetti sono quasi un ricordo?

Eccome. Ora si annuncia la più grande battaglia TV di tutti i tempi. Sarà un autunno di fuoco. Disney (dal 12 novembre in Svizzera), CBS-Viacom, Amazon Prime Video, BBC-Discovery, Alphabet con YouTube, Comcast, Warner Media e Apple (parte a novembre) andranno all’assalto di Netflix sperando di sottrarle gran parte dei 130 milioni di abbonati. Le armi per tentare di distruggere Netflix saranno le grandi library e i lanci delle nuove offerte a prezzi stracciati. Una manna per i consumatori. Un dramma per chi dovrà suonare la ritirata. Non credo, infatti, che possano sopravvivere più di due grandi servizi di streaming a livello globale.