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Sandro Bianconi ci parla del suo Premio Oertli

L'INTERVISTA — Insieme a Renato Martinoni e Bruno Moretti, Il sociolinguista riceverà il prestigioso riconoscimento, che va a chi favorisce la comprensione fra le regioni linguistiche in Svizzera.

20 ottobre 2014

Per Bianconi, il nostro Paese non ha una vera vocazione plurilingue.


L'intervista

Signor Bianconi, cosa significa per Lei questo premio?
Si tratta di un ulteriore riconoscimento a conclusione di un'attività pluridecennale, che viene dall'esterno e, per questo, è particolarmente importante per me

L'anno scorso è stato eletto accademico corrispondente straniero dall'Accademia della Crusca di Firenze. Pare che i premi e riconoscimenti piovano su di Lei…
Considero la nomina all'Accademia della Crusca come un apprezzamento del mio lavoro scientifico e il premio Oertli come un riconoscimento politico-linguistico per il mio impegno a favore del plurilinguismo in Svizzera negli anni '90.

Cosa intende con questo?
Mi riferisco al lavoro preparatorio con colleghi d'Oltralpe in vista della revisione dell'articolo costituzionale sulle lingue. Abbiamo dimostrato che la realtà linguistica nel contesto sociale e demografico svizzero era cambiata radicalmente come conseguenza dei mutamenti socio-economici e della mobilità della popolazione. La realtà svizzera era diventata multilingue. Si voleva andare oltre la tradizione della territorialità, non si poteva più ragionare in termini di cantonalismo e territori omogenei.

Quale conclusione avete tratto?
Che la difesa e la promozione delle lingue minoritarie non era possibile senza aggiornare il concetto di federalismo. Per fare un esempio: che la cultura e la lingua italiana erano presenti anche fuori dalla Svizzera italiana.

L'italiano degli emigrati italiani in Svizzera tedesca e francese non era considerato…
Questa era la conseguenza di una politica linguistica cantonalistica. Ogni cantone difende la propria lingua, tutti i diversi si devono adeguare. In contrasto con lo spirito stesso del federalismo. Ma l'idea della Svizzera plurilingue oltre i confini cantonali non faceva parte dell'immaginario dei nostri politici.

E oggi, come sta l'italiano in Svizzera?
Dai dati dei censimenti del '90 e del 2000 è emerso un forte calo degli italofoni in Svizzera tedesca e in Svizzera francese, conseguenza del processo di assimilazione e cancellazione della diversità.

Negli ultimi tempi si è ricominciato a discutere di lingue straniere da insegnare nelle scuole della Svizzera tedesca: l'inglese si fa sempre più strada.
Questo per me è il segno che il nostro pae­se non ha una vera vocazione plurilingue. Prevale l'utilitarismo: si studia un'altra lingua solo se serve per il lavoro. Il valore ideale dello stare insieme in Svizzera, di rispettare e conoscere le culture e le lingue minoritarie non c'è più. Finché la lingua e la cultura sono competenza dei singoli cantoni, non potremo che peggiorare.

Ma anche una centralizzazione in ambito culturale-linguistico sarebbe contro lo spirito confederale.
Ci sono vie di mezzo. Ci sarebbe per esempio la possibilità di valorizzare le quattro regioni linguistiche. Invece continuia­mo a vivere in compartimenti stagni, non esiste una vera comunicazione multilingue e la volontà di conoscere la cultura dell'altro.

Come si trova nel Ticino di oggi?
Il Ticino in cui mi riconosco sta scomparendo. Era un Ticino dignitoso, consapevole dei propri limiti, ma anche della necessità dei contatti con Italia e Svizzera, un Ticino solidale e aperto. La morte di personalità quali Raffaello Ceschi, Tita Carloni, Giorgio Orelli, Padre Callisto mi sembra emblematica di questa fine. Al suo posto c'è un Ticino incolto, opportunista e volgare, in cui tutto deve essere «mega»: mega-cementificazione del territorio, mega-centri commerciali, mega-eventi di massa. Il voto del 9 febbraio e 21 settembre ha mostrato come pen­sa il Ticino. In questo Ticino assurdo mi sento straniero. E mi fa molto piacere il premio che viene dalla Svizzera tedesca. l

Le date

La fondazione

www.oertlistiftung.ch