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«Donne condannate a "dimostrare"»

Parità: 40 anni fa, l'Onu istituiva la giornata internazionale delle donne. Da allora molte cose sono cambiate, ma c'è ancora parecchio lavoro. Ne parliamo con Anita Testa-Mader, da anni impegnata nella causa femminista.— RAFFAELA BRIGNONI

07 marzo 2017

Anita Testa-Mader, nata a Lugano nel 1951, è dottoressa in psicologia. È stata collaboratrice scientifica al Centro di documentazione e ricerca dell'Organizzazione sociopsichiatrica cantonale e all'Università della Svizzera italiana. Da sempre impegnata nei movimenti femministi, dal 2008 al 2012 è stata anche membra della Commissione federale per le questioni femminili.

Ha ancora senso celebrare l'8 marzo o è una semplice ricorrenza di calendario?

È una data simbolicamente molto importante, se si riesce a ricordarne l'origine. Anche se è stata commercializzata come tante altre feste, la giornata delle donne è nata all'inizio del secolo scorso come una giornata di lotta. E questo significato dovrebbe restare.

La giornata è stata proclamata esattamente 40 anni fa dall'Onu. Cosa è cambiato da allora?
Molte cose: sono stati acquisiti diritti di base e le donne sono più presenti a livello politico e sociale. Ma se pensiamo che sia importante battersi per una società in cui  ogni persona, uomo o donna che sia, possa  fare delle scelte non condizionate da vincoli economici, sociali e razziali o da discriminazioni sessuali, allora direi che c'è ancora parecchio da fare.

Per esempio? Quali sono secondo lei i più grandi cantieri aperti in Svizzera?
Concretamente, ci sono ancora disparità salariali tra uomini e donne; differenze nel settore pensionistico dovute al diverso inserimento delle donne nel mondo del lavoro; e  nella formazione:  le ragazze scelgono più spesso professioni “tipicamente femminili” (di solito meno retribuite e riconosciute) e fanno meno carriera. Ci sono inoltre gravi situazioni di violenza. E ancora molti stereotipi. A questo proposito vorrei ricordare il libro “Dalla parte delle bambine” scritto da Elena Gianini Belotti nel 1973. Dopo oltre 40 anni,  si credeva che ormai il suo messaggio fosse stato recepito. Ma non è così. Un recente studio mostra ad esempio che gli stereotipi di genere, che associano all'uomo un'intelligenza particolarmente brillante, sono presenti nelle bambine già a partire dai sei anni e possono influenzare molte scelte future.

Che cosa si può fare per combattere questi cliché?
Bisogna agire innanzitutto in famiglia, dando l'esempio, perché quello che si impara in questo contesto è molto pregnante. Ma poi ci sono anche l'asilo e la scuola. Senza dimenticare la pubblicità. A volte mi sconvolge vedere come per bambini in tenera età i messaggi pubblicitari siano già tanto differenziati. Non penso assolutamente che le bambine non debbano giocare con le bambole, ma dovrebbero poterlo fare anche i loro coetanei maschi, se lo desiderano, senza essere presi in giro perché fanno giochi “da femminucce”.

Da un recente studio sulla copertura mediatica delle elezioni federali del 2015, emerge che le candidate donne, pur non essendo rappresentate in modo discriminatorio, sono nettamente meno presenti rispetto ai candidati uomini. La stupisce?
Per niente: i media riflettono la società. Le donne dal canto loro tendono ad esprimersi solo quando sanno le cose al 200 per cento e devono continuamente dimostrare di essere brave.



Quindi sono anche loro che si espongono meno?
Sicuramente c'è anche questo aspetto. In un'intervista, una docente del Politecnico di Zurigo afferma che secondo la sua esperienza nel mondo universitario, sono due i nemici della carriera di una donna: gli uomini, che ancora spesso ci guardano un po' dall'alto; e noi stesse, che anche quando siamo preparate su un argomento, ci sentiamo insicure. E questo si riallaccia agli stereotipi di cui parlavo prima.

Se potesse risolvere una delle problematiche che ha citato una con una bacchetta magica, quale sarebbe?
Bella domanda. Per me gli aspetti economici, sociali e culturali sono talmente legati che mi è difficile sceglierne solo una. Detto questo, ultimamente sono attenta al tema dell'educazione delle bambine. Bisogna trasmettere loro il messaggio che hanno un valore, che devono essere forti e lottare per ciò che desiderano. Come seconda cosa, ma non meno importante, mi auguro che le donne di tutte le generazioni, ma soprattutto le giovani, si rimettano in gioco anche pubblicamente, che si rafforzino i momenti di aggregazione sia a livello locale sia internazionale.

Si ricorda le sue prime manifestazioni?
Certo. Il mio approccio con il femminismo ha coinciso con la partenza dal Ticino nel 1971. Avevo finito il liceo negli anni in cui si discuteva sul diritto di voto alle donne. Mi avevano colpito le argomentazioni di alcuni compagni di scuola, che sostenevano che noi ragazze non dovevamo avere il diritto di voto perché nella storia non s'erano mai viste grandi donne. Arrivata a Losanna per gli studi universitari, mi imbattei nei movimenti di liberazione delle donne di impronta francese e vi aderii subito.

Dalle suffragette, agli anni '70, fino a una rinascita negli anni   '90, il femminismo ha vissuto varie fasi. Crede che con marce come quella di Washington dello scorso gennaio stiamo assistendo a un nuovo slancio del movimento?
Ci sono sempre stati diversi approcci. Dopo le lotte per il diritto di voto, la mia generazione, negli anni '70, aveva lanciato nuovi temi, non uni-  camente legati ai diritti politici, ma anche a quelli personali e riguardanti il proprio corpo. Negli ultimi anni  ci sono state battaglie importanti, ad esempio sul tema del lavoro e della violenza, e varie attività di tipo culturale. Le manifestazioni di questi ultimi mesi, tra cui quella per la pace di donne israeliane e palestinesi e quella di gennaio contro la politica di Trump, e le manifestazioni previste in molti Paesi per l'8 marzo, dove si intrecciano temi come i diritti, la violenza, il razzismo, mi fanno ben sperare per il futuro.

Eppure molte giovani donne non si riconoscono più come femministe: ritengono che il termine descriva donne – prevalentemente brutte e frustrate – sempre in collera contro gli uomini. La parola “femminismo” ha ancora un futuro?
Credo di sì. Io lo rivendico, ci vuole una memoria storica. Conosco molte giovani donne convinte che tutto sia scontato e che non si rendono conto che i diritti che hanno non sono piovuti dal cielo. Ma soprattutto che non si tratta di vittorie definitive, che basta poco per fare un balzo indietro.

C'è una donna che per lei è stata un modello?
Ci sono delle letture che mi hanno segnata. Da ragazza mi piacevano moltissimo Simone de Beauvoir e le sue “Memorie d'una ragazza perbene” perché era la prima volta che leggevo di una giovane donna con progetti accademici e di vita non tradizionali. Ma soprattutto tante donne reali che ho incontrato nella mia vita hanno contribuito a farmi diventare quella che sono. Innanzitutto le mie figlie, oggi a loro volta giovani madri.