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INTERVISTA
FRA MARTINO DOTTA

«Il Natale è condivisione»

Fra Martino Dotta, l’instancabile cappuccino al fronte per aiutare chi vive situazioni di disagio e di marginalizzazione, ci racconta il suo Natale e il senso del suo impegno. Una vocazione e una missione, per realizzare una società più giusta.

FOTO
HSASKIA CEREGHETTI
21 dicembre 2018

Fra Martino Dotta osserva uno dei presepi esposti nella chiesa del Sacro Cuore a Bellinzona.

Come trascorre queste feste?
All’insegna della spiritualità e della condivisione. Nelle settimane di Avvento ho visitato diversi mercatini natalizi perché mi piace incontrare le persone e confrontarmi con loro. L’aspetto religioso lo vivo all’interno della mia comunità cappuccina Sacro Cuore a Bellinzona. Il giorno di Natale, come ormai faccio da molti anni, lo trascorrerò alla mensa sociale del Centro Bethlehem a Lugano, dove il calore e l’accoglienza sono opera di un gruppo di volontari che prepara e serve il pranzo.

Cosa ricorda del suo Natale da bambino?
Ricordo la sera della vigilia, quando noi piccoli ci chiedevamo se avremmo trovato dei regali la mattina dopo, fatto non scontato viste le condizioni finanziarie della mia famiglia; e qualche volta rimanevamo delusi. Da grandicelli, andavamo alla messa di mezzanotte nella bella chiesa di Sant’Abbondio a Gentilino e a Natale c’era il pranzo in famiglia.

Fra Martino Dotta

Il ritratto

Fra Martino Dotta: «Al centro della mia attenzione c'è la persona, non mi importa la sua nazionalità o la sua residenza».

Fra Martino Dotta (1966), laureato in teologia all’Uni Friburgo e pubblicista, coordina il Centro Bethlehem–Mensa sociale di Lugano, che dal prossimo anno farà capo alla Fondazione Francesco per l’aiuto sociale di cui è direttore. Già responsabile di Tavolino magico, è promotore di un dormitorio pubblico nel Luganese e gestisce appartamenti a pigione moderata. Per sostenere i suoi progetti: www.regaloamico.ch

Le manca qualcosa del Natale della sua infanzia?
Direi di no, negli anni ho adattato le mie aspettative verso il Natale, che per me è condivisione, umana e spirituale. Una condivisione spirituale che non è strettamente confessionale come nei miei primi anni in convento, ma vissuta in modo aperto, fra la gente, in piazza.

Da “frate di strada”, riconoscibile dal saio, come scelta di vita…
Stare in piazza nei giorni che precedono il Natale mi permette di incontrare in maniera spontanea e diretta le persone, anche quelle che non ho modo di incrociare durante l’anno, e aggiornarle sulle mie attività, renderle partecipi di progetti realizzati o in cantiere.

Quasi come chiedere una verifica del lavoro svolto?
Per certi versi sì. In questi anni ho imparato quanto sia importante in ambito sociale garantire la credibilità del proprio lavoro: andare in piazza per me è anche un modo di “metterci la faccia”. È bello perché c’è un riscontro diretto e si può tastare il polso alla società: c’è chi svicola e chi si ferma a salutarmi; chi mi chiede aiuto o un consiglio e chi ha bisogno di sfogarsi o di confidare un peso sul cuore.

Stare sempre al fronte non le incute qualche timore?
Sono consapevole che c’è qualche rischio, perché posso essere lodato e ringraziato, ma anche diventare oggetto di delusione, di critica, di rimostranze... A volte penso di essere un po’ imprudente, ma intimamente credo in una protezione superiore e divina. Ciò che faccio non lo faccio per me, altrimenti avrei scelto qualcosa di più comodo: esporsi a favore di persone in difficoltà non è sempre facile, ma fa parte della mia vocazione religiosa.

Una vocazione religiosa che è anche una missione sociale?
Sì, in Ticino, nel mio piccolo, credo che mi sia affidato anche il compito di ricordare a tutti le realtà di disagio, realtà scomode che non vogliamo riconoscere perché incrinano l’immagine di società dove c’è successo e benessere. Anche la mia presenza sui media quando si parla di povertà o di problemi sociali la vedo come una forma di sensibilizzazione.

Qualche anno fa, in un’intervista, raccontava che la fermavano per strada per darle dei soldi: accade ancora?
Sì, soprattutto in periodi “caldi” per la generosità, prima di Natale o di Pasqua. Mi dicono che io so cosa farne, non mi fanno domande e ripongono molta fiducia in me. Sono esperienze che mi toccano nel profondo. Anche nell’aiuto rivolto agli altri c’è un bisogno di prossimità e di partecipazione diretta, senza troppe mediazioni. In molti si rivolgono a me anche per lavorare come volontari: nella mia missione, vedo pure il compito di stimolare e sostenere la solidarietà e l’impegno per una società più giusta.

Da gennaio, la “sua” mensa sociale di Lugano non farà più capo alle ACLI, ma alla Fondazione Francesco che dirige; rimane il nome “centro Bethlehem” con tutto quello che evoca...
Malgrado la denominazione, la struttura è laica, aperta a tutti e l’elemento religioso non è preponderante. È un luogo che offre accoglienza, quella che non hanno ricevuto Maria e Giuseppe a Betlemme, costretti a trovare una soluzione di ripiego per far nascere Gesù. È un centro che dà la possibilità a chiunque di incontrarsi, di condividere il pranzo, di scambiare due parole, di fare un bucato. Ma anche di essere ascoltati da persone qualificate come i nostri operatori sociali. Tutto questo in libertà, e senza alcun giudizio da parte di chi accoglie.

Perché la mensa non gode di sussidi pubblici?
È una scelta precisa: operare su mandato pubblico dà una garanzia economica, ma pone vincoli e delimita un campo d’azione che, nelle mie esperienze passate, ho sentito come troppo ristretto. È però anche un modo di richiamare tutti alle proprie responsabilità, di mobilitare la società in modo trasversale, affinché le situazioni di disagio e di difficoltà possano essere affrontate da ognuno di noi e non delegate solo all’ente pubblico.

Quando lascerete la “casetta gialla” che vi ospita alla Resega?
Il trasloco non è imminente, ma in vista c’è una nuova sede all’ex masseria di Cornaredo, di proprietà della città di Lugano. Sono in corso contatti approfonditi per ottenere come Fondazione Francesco un diritto di superficie per poi procedere alla ristrutturazione dello stabile. L’intenzione è di creare un piccolo polo sociale. Oltre alla mensa, infatti, ci saranno un B&B e un ristorante, i cui proventi serviranno ad autofinanziarci.

Non ci sarà però un dormitorio pubblico per il quale si batte da tempo: perché?
C’è una forma di diffidenza, anche da parte dell’ente pubblico, verso chi rimane senza alloggio. Intervenire come privati in questo ambito è molto oneroso e la rete finanziaria di sostegno non è sempre sufficiente per ristrutturare gli stabili e gestirli. Spesso i senzatetto sono persone non residenti, prive di protezioni legali, dalle quali si distoglie lo sguardo con facilità.

Lei invece non guarda altrove…
La mia scelta di vita mi vieta ogni discriminazione. Al centro della mia attenzione c’è la persona, non mi importa la sua nazionalità o la sua residenza. Io vedo l’essere umano in difficoltà e non posso fare astrazione dal messaggio del Vangelo di Matteo: “Ero straniero e mi avete accolto”.

Si è definito un “iperattivo dell’aiuto sociale”: quando tira il fiato?
Nella preghiera personale e comunitaria, nella vita in convento. Essere membro di una comunità che ha un’impostazione spirituale e pastorale ben precisa mi fa sentire con le spalle ben coperte e mi conforta quando il carico di sofferenza che raccolgo è troppo pesante. E poi mi sento anche partecipe della plurisecolare tradizione francescana. Questa consapevolezza mi sostiene, mi rassicura e mi dà una grande libertà nell’incontro con l’altro.