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INTERVISTA
ALBERTO PIATTI

Anche i docenti ai banchi di scuola

Questa settimana inizia l’anno scolastico 2018-2019. Abbiamo incontrato Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento (Dfa), per discutere sul mondo 
della scuola, sulla formazione dei docenti e sulle sfide di un mondo sempre più tecnologico.

TESTO
FOTO
Massimo Pedrazzini
04 settembre 2018

Alberto Piatti ne «L'aula che non c'è», uno spazio di silenzio e di narrazione.

È appena iniziato l’anno scolastico. Ritiene sia più duro ricominciare per gli allievi o per i docenti?

Credo che la maggior parte dei docenti e degli allievi abbia voglia di ricominciare. Dopo una lunga estate, sia allievi che docenti hanno voglia di rivedersi. Per tanti allievi, la scuola è come una seconda famiglia. E di questa famiglia fanno parte anche i docenti, che pure hanno voglia di rincontrare allievi e colleghi.

I docenti spesso sono criticati. L’insegnamento è diventato più duro?

A mio avviso l’insegnamento non è diventato più impegnativo in quanto tale, ma ci sono molte sollecitazioni a livello di riforma dei piani di studio e della scuola e questo si riflette sul mondo della scuola, su allievi, docenti, ma pure sui genitori. Non vedo però un aumento della complessità della professione.

Si parla di una popolazione scolastica sempre più problematica...

Non condivido questa visione. Secondo me c’è piuttosto un maggiore desiderio della presa a carico dei problemi reali. Detto in altre parole: i problemi ci sono sempre stati, ma oggi vengono affrontati con più consapevolezza e determinazione.

Sempre più allievi non hanno l’italiano come lingua principale. 
Quali le conseguenze per i docenti?

Questo fenomeno comporta maggiori sfide, ma anche una ricchezza più grande. Non è una novità assoluta, visto che conosciamo la migrazione da tempo. Quello che è cambiato è che i migranti di oggi vengono da Paesi e culture sempre più lontane. Ma c’è la voglia di prendere a carico questi allievi.

In che senso?

Cerchiamo, sia nella formazione di base dei docenti che in specifici corsi di formazione continua, di fornire elementi e strumenti per affrontare questa diversità in classe e per sfruttarla come risorsa, sia dal punto di visto del pluri-
linguismo sia dal punto di vista dell’interculturalità. Vuol dire ad esempio usare la lingua madre di questi allievi per sviluppare un discorso sulle lingue.

Si poteva leggere in questi giorni che sempre più allievi soffrono di burnout. Cosa ne pensa?

A livello ticinese non ho mai sentito parlare di questo fenomeno, ma posso immaginare che tale malessere possa esistere anche all’interno delle nostre scuole. I bambini e i ragazzi di oggi sono molto sotto pressione. La rivoluzione digitale non aiuta: i giovani sono sottoposti a una sollecitazione continua a livello di informazione e di relazione. Non faccio fatica a credere che questa pressione possa diventare ingestibile per le loro 
capacità.

Come reagite nei confronti di 
questi sviluppi nella formazione 
dei docenti?

Prima di tutto lavoriamo molto sul benessere, sugli ambiti che mettono a proprio agio gli allievi. Si insegnano le tecniche per favorire un maggior benessere e si riflette sulle fasi di sviluppo dei bambini e degli adolescenti. Il docente è chiamato a creare all’interno dell’aula un clima dove l’allievo si senta bene. Questo può aiutare a risolvere la potenziale sovrastimolazione dei ragazzi.

I mezzi digitali: croce o delizia?

Dobbiamo formare gli insegnanti e gli allievi ad un uso consapevole di questi mezzi; capire e saper sfruttare le potenzialità, evitando meccanismi che creano dipendenza.

Quindi: sì o no ai telefonini in aula?

La risposta compete ai singoli istituti scolastici. La norma è il no, ma va detto che anche il telefonino può diventare un mezzo didattico interessante. Si può utilizzare per interagire con il docente. Ci sono ad esempio programmi che permettono di porre delle domande agli allievi, ognuno risponde con il proprio cellulare e sulla lavagna (multimediale) appaiono istantaneamente tutte le risposte. Diventa un’azione fra docente e tutti gli allievi, qualcosa che in passato era praticamente impossibile. Formiamo i nostri docenti per creare una coscienza ad un uso intelligente delle tecnologie.

La formazione attuale dei docenti 
è centrata soprattutto sulle nuove tecnologie?

Assolutamente no. Ad esempio, presso la nostra biblioteca abbiamo appena creato un’aula con il nome “L’aula che non c’è”. Vi si trovano una gradonata, divani e cuscini, dei materassini da palestra. È un luogo di silenzio o di narrazione. Con questo spazio vogliamo far vedere che si possono creare, con pochi mezzi, luoghi di benessere e di apprendimento innovativi.

Quale la sfida maggiore per i docenti?

Per noi una delle sfide più grandi è far capire ai docenti che le tecnologie non sostituiscono il fattore umano e di non avere paura della tecnologia. Oggi abbiamo una generazione di allievi che appartiene ad una realtà tecnologica con un mondo virtuale che non è conosciuto da gran parte del corpo docente. Quasi come vivessero in due mondi paralleli. Dobbiamo far dialogare questi mondi.

Ci sono 4 livelli di insegnamento: scuola dell’infanzia, scuola elementare, media e media superiore. Come affrontate questi diversi livelli nella formazione dei docenti?

L’approccio del docente è cambiato in tutti gli ordini scolastici. Nella scuola dell’obbligo, diventa sempre più marcata la presenza del mondo reale. Se una volta il docente si basava sulla materia, oggi i nuovi piani di studi sono molto focalizzati sullo sviluppo delle competenze, cioè delle capacità di un allievo di affrontare un determinato problema 
del mondo reale con le proprie risorse.

E nelle medie superiori?

Nonostante sia ancora presente in maniera importante il lavoro sullo sviluppo di competenze, le medie superiori sono anche una scuola propedeutica per l’università. I contenuti delle singole materie devono mantenere un ruolo centrale.

Quando c’erano le magistrali, a 19 anni c’erano docenti della scuola dell’infanzia e delle elementari già formati. Oggi ci sono tre anni di formazione dopo la maturità. Perché è necessario un percorso così lungo?

Tutte le formazioni di docente in Svizzera negli ultimi decenni sono diventate universitarie. Questo passaggio rispecchia l’importanza della funzione del docente. Sono dell’avviso che la formazione universitaria nobiliti questa professione e ritengo la formazione attuale adeguata ai compiti e alle sfide che attendono il 
futuro o la futura docente.

Nella strategia dipartimentale 
si può leggere che il Dfa deve pro­muovere un messaggio positivo ­rispetto alla professione del ­docente. Ciò è necessario perché 
la reputazione dei docenti non è sempre delle migliori?

Alcuni considerano i docenti una categoria privilegiata che è sempre in vacanza. A volte penso che per capire la professione di docente sarebbe utile trascorrere un giorno da soli in una scuola dell’infanzia con 25 bambini. I docenti per me sono privilegiati perché svolgono una professione meravigliosa, ma non 
di certo perché hanno la vita facile. 
È una professione che chiede grande 
dedizione e impegno; ci sono tante aspettative, da parte della società, degli allievi e dei genitori. I docenti hanno 
una grande responsabilità e anche noi, di riflesso, come formatori degli insegnanti.

«Per tanti allievi, 
la scuola è come una seconda famiglia»

Alberto Piatti: «I docenti hanno una grande responsabilità».


Alberto Piatti, nato a Sorengo nel 1977, 
è attivo presso la SUPSI dal 2003 come docente e ricercatore. Dal 2010 è membro di direzione e dal 2017 direttore del dipartimento Formazione e Apprendimento. Dopo gli studi in matematica 
al Politecnico federale di Zurigo, ha ottenuto l’abilitazione all’insegnamento a Locarno e un dottorato all’Università della Svizzera Italiana. Abita a Bellinzona con la moglie Barbara e due figlie. 
Il Dfa a Locarno svolge tutti i compiti di un’Alta Scuola Pedagogica e conta quasi 500 studenti.