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INTERVISTA
MARINA CAROBBIO

Benvenuta prima cittadina

A colloquio con Marina Carobbio Guscetti, nuova presidente del Consiglio nazionale. Prima donna socialista ticinese a ricoprire questa carica, farà risuonare l’italiano sotto la cupola di Palazzo federale e intende lasciare un segno a favore delle parlamentari.

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MELANIE TÜRKYILMAZ
27 novembre 2018

Marina Carobbio Guscetti: «I rapporti di potere nella società sono ancora sfavorevoli alle donne».

Marina Carobbio Guscetti

Il ritratto

Marina Carobbio Guscetti: «Da giovane mi pesava essere definita "la figlia di"».

Marina Carobbio Guscetti (1966), di professione medico, vive a Lumino, dove è cresciuta. È sposata e madre di due figli. Dal 2008 è vicepresidente del Partito socialista svizzero. A 24 anni, nel 1991, entra nel Gran consiglio ticinese e nel 2007 in Consiglio nazionale. È attiva in varie associazioni con scopi sociali e umanitari. marinacarobbio.ch

Con che spirito affronta questo mandato?
Con la voglia di impegnarmi e con emozione: è una carica importante, alla quale voglio dedicare il tempo, l’energia e la concentrazione necessari. È per questo che ho sospeso temporaneamente il mio lavoro di medico e ho rinunciato alla corsa per la presidenza dell’Unione sindacale svizzera (Uss).

Ricorda la sua prima volta a Palazzo federale?
Era il giugno 2007 e subentravo a Franco Cavalli. Conoscevo già Palazzo federale, vi ero stata più volte da ragazza con mio padre, ma entrarci da consigliera nazionale è stato molto diverso, perché ho sentito subito tutta la responsabilità verso i miei elettori. Arrivavo al Nazionale grazie anche a una rete di persone, soprattutto donne, che mi aveva sostenuta; mi trovai seduta accanto a Chiara Simoneschi Cortesi, che l’anno dopo sarebbe diventata presidente. Per me fu una sorte di mentore, aiutandomi a capire il funzionamento del parlamento. In lei sentii una grande passione per la politica che era anche la mia; le sono grata per il sostegno e l’amicizia.

Ha annunciato che dirigerà le sedute parlamentari in italiano.
Una decisione accolta in modo positivo. Ci sono molti parlamentari, più di quelli che ci si immagina, che parlano e capiscono l’italiano. Anche tra il personale dei servizi del parlamento ci sono diversi funzionari che conoscono bene l’italiano e che hanno dimostrato grande disponibilità verso questa scelta. Non si tratta solo di esprimersi in italiano durante i lavori in aula, ma anche di predisporre in italiano una serie di documenti e di materiale necessario per le sedute.

Un modo per dire che l’italiano si sente poco nella Berna federale…
Sì, ma anche per richiamare l’attenzione sul plurilinguismo e sulla multiculturalità in Svizzera, come già avevano fatto prima di me, almeno parzialmente, sia Chiara Simoneschi Cortesi al Nazionale e sia Filippo Lombardi agli Stati. Le procedure che integrano l’italiano saranno mantenute anche dopo la fine del mio mandato. Dunque, non si tratta solo di un gesto simbolico, ma di un’iniziativa che porterà qualcosa all’italianità e all’italiano in Svizzera e nell’amministrazione federale.

La sua presidenza cade in un anno elettorale e si torna a rivendicare un’equa rappresentanza femminile in politica, tema che tiene banco anche per il rinnovo del Consiglio federale. Perché se ne discute ancora?
Perché i rapporti di potere nella società sono ancora sfavorevoli alle donne e il tetto di cristallo rimane un ostacolo per le carriere al femminile in molti settori, anche in quelli dove le donne sono la maggioranza. Serve un cambiamento di mentalità che non si è ancora pienamente realizzato. In questa fase la politica dovrebbe dare il buon esempio, perché è un vantaggio per la democrazia che le diverse fasce di popolazione siano rappresentante e possano esprimere il loro punto di vista sui temi in discussione.

Per fare politica serve una scorza dura?
Serve imparare a non prendere le critiche troppo sul personale. Io sono cresciuta in una famiglia attiva in politica e ho potuto conoscere da vicino certi meccanismi e l’esposizione che l’impegno pubblico porta con sé. Con il tempo ci si abitua e si relativizza; come donna ho anche fatto il callo alle valutazioni sull’aspetto esteriore e sulla vita famigliare a cui i miei colleghi uomini sono spesso risparmiati. Quello che invece non accetto sono gli attacchi personali e la mancanza di rispetto, attitudine esasperata sui social media: i cosiddetti hate speech prendono soprattutto di mira le donne. Credo sia necessario intervenire per arginare questo fenomeno.

Qualcosa si muoverà sotto la sua presidenza?
Inaugurerò il mio anno di presidenza con una pagina web “donne politiche“, come ormai fanno tutti i parlamenti europei, per sottolineare l’importanza della partecipazione femminile. Poi si continuerà il lavoro per prevenire le molestie in parlamento: lo scorso anno è stata istituita una struttura specializzata per le vittime di molestie e mobbing, il cui mandato è stato di recente prolungato di un anno. Anche se non vi è stata alcuna segnalazione, è un tema sensibile, su cui non si può abbassare la guardia. Infine ci saranno momenti specifici dedicati alla presenza delle donne in politica e in tutti gli ambiti della società.

Una lunga carriera politica non è sempre costellata di successi: come ci si riprende da una delusione?
I momenti di scoramento fanno parte del gioco. Anche con gli oggetti in votazione capita di rimanere delusi. Io ritrovo la motivazione nella consapevolezza che solo impegnandosi si può far qualcosa per una società più giusta, ma anche nella grande passione che nutro per la politica, passione sostenuta dal mio carattere tenace: quando tengo a qualcosa non mollo tanto facilmente.

Da undici anni a Berna, come vive il parlamento di milizia?
L’aspetto positivo del parlamento di milizia è che garantisce un collegamento tra politica e società, impedendo che i parlamentari vivano chiusi in una bolla a Palazzo federale. Questo legame può essere assicurato dalla professione e dall’impegno in un’associazione: è importante essere in contatto con la popolazione per capire quali sono i problemi reali. In questo senso il lavoro come medico mi è stato di grande aiuto.

Dunque un sistema ancora valido.
In parte sì, ma si dovrebbe parlare di parlamento di semiprofessionisti, perché considerato il grande carico di lavoro dei parlamentari federali, è impossibile svolgere una professione a tempo pieno e, in certi momenti, anche a tempo parziale. Una soluzione che funziona è quella di affiancare alla politica un impegno parziale in un’associazione: in questo modo sono entrati in parlamento diversi giovani e anche alcune giovani mamme, rinnovando così il personale politico e portando visioni nuove sui temi in discussione.

“Figlia d’arte”: un vantaggio o uno svantaggio?
Da giovane mi pesava essere definita “la figlia di”, ma è stato un vantaggio conoscere il dietro le quinte della politica, con le sue contrapposizioni, i dibattiti accesi, le sconfitte e le vittorie. Da mio padre ho anche imparato un metodo di lavoro: studiare bene la materia su cui ci si deve esprimere, approfondire le opinioni degli avversari, essere aperti al confronto.

In una recente intervista ha sottolineato il contributo di sua madre nella sua formazione politica…
Di lei mi si chiede poco, eppure mia madre – da sempre impegnata in politica a livello locale e attiva a suo tempo nelle associazioni femministe – è stata una figura che mi ha molto ispirato, per esempio, per quei temi che mi sono cari, come la parità e le questioni di genere. È stata anche una persona chiave, perché senza il suo aiuto non avrei potuto conciliare professione, famiglia, politica e forse ora non sarei presidente del Consiglio nazionale.