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INTERVISTA
ORAZIO MARTINETTI

La Grande Guerra e la Svizzera

L’11 novembre 1918, l’armistizio di Compiègne (Francia) metteva la parola fine alla 1ª guerra mondiale. Come visse la neutrale Svizzera questo conflitto, che provocò circa 10 milioni di morti? Ne parliamo con lo storico e giornalista culturale Orazio Martinetti.

TESTO
FOTO
MELANIE TÜRKYILMAZ
11 settembre 2018

Orazio Martinetti davanti al Monumento ai caduti della prima guerra mondiale di Bellinzona.

Come reagì la Svizzera all’esito finale della Grande Guerra?

La Romandia, vicina alla Francia repubblicana, esultò; tiepido fu invece il contegno della Svizzera tedesca, per le sue simpatie verso l’Impero germanico. Per il Ticino, che aveva trepidato per le sorti dell’Italia dopo la rotta di Caporetto, grande fu il sollievo per la sconfitta della feroce Aquila bicipite. «Ebbene, viva l’Italia! per ciò che ha virilmente sofferto: vale a dire per ciò che l’ha dimostrata degna di vincere (…)», scrisse Francesco Chiesa sul Corriere del Ticino (4.11.18).

Il giorno dopo l’armistizio, il 12 novembre 1918, il Paese fu scosso dallo sciopero generale, con l’esercito nelle città e tre morti. Come si arrivò al “muro contro muro”?

Ad acuire le tensioni fu l’impoverimento della classe operaia e dei ceti popolari urbani alle prese con il carovita, causato dall’incremento delle pigioni, dalle difficoltà nel procurarsi le derrate alimentari e il carbone per riscaldare le case. La storiografia ufficiale successiva enfatizzò l’aspetto politico-ideologico dello sciopero: l’influenza dei bolscevichi, le mene rivoluzionarie dei socialisti. Ma dagli anni ’60, dalle ricerche di Willi Gautschi, emerse che il movente determinante non fu la rivoluzione russa.

Quali furono le rivendicazioni avanzate con lo sciopero generale?

Furono nove, di cui spiccavano il rinnovo immediato del Consiglio nazionale su base proporzionale, l’estensione del diritto di voto alle donne, l’introduzione della settimana lavorativa di 48 ore e l’assicurazione vecchiaia e superstiti.

Ma torniamo alla “Grande Guerra”. E partiamo dalla vigilia del conflitto, il 1914, che lei ha analizzato nel recente saggio “Sul ciglio del fossato” (ed. Dadò). Il fossato allude soprattutto allo scontro intellettuale e politico tra svizzeri tedeschi e romandi sull’identità nazionale…

Sì, la divergenza si era fatta palpabile da anni. La Romandia guardava alla Francia, al modello repubblicano. Già nel 1882, uno scrittore come Renan aveva elogiato la concezione della “nazione svizzera”, fondata non sul sangue o sull’omogeneità linguistica e religiosa, ma su un atto volitivo, sul «vogliamo essere svizzeri». La parte germanofona, invece, era ammaliata dall’impero tedesco, dalla sua potenza economica e culturale, dalla sua organizzazione militare di stampo prussiano. Il generale Wille non ne fece mai mistero, al punto di non escludere un coinvolgimento militare svizzero al fianco della Germania e dell’impero austro-ungarico. Il Ticino, dal canto suo, rimase fedele al principio di neutralità, ma molti, anche tra i socialisti, si schierarono apertamente per un intervento dell’Italia nel conflitto.

Quale fu, alla vigilia della guerra, il contributo dato dal Ticino al dibattito sull’“essere svizzeri”?

Un contributo non certo paragonabile a quello degli intellettuali d’oltralpe, e penso a saggisti come Ernest Bovet, a letterati come Carl Spitteler, a teologi come Leonhard Ragaz, a storici come Wilhelm Oechsli. Il Ticino non perse occasione per ribadire la sua fedeltà alla Confederazione, cosciente che uno sbilanciamento avrebbe incrinato la relazione Bellinzona-Berna. Tuttavia, non mancarono voci critiche: il gruppo dell’Adula, ad esempio, o Francesco Chiesa e Carlo Salvioni, preoccupati per la strisciante germanizzazione a danno dell’italianità.

Nel 1914, l’occupazione tedesca (lo “stupro”) del Belgio, paese neutrale, allargò ancor di più il “fossato” tra svizzeri tedeschi e romandi. Quali furono le reazioni in Ticino?

La violazione della neutralità belga indignò soprattutto l’opinione pubblica latina. Era chiaro che al posto del Belgio avrebbe potuto esserci la Svizzera. In Ticino c’era anche chi, specie nelle file dei conservatori, simpatizzava per la cattolicissima Austria.

Un altro “fossato” si creò tra il mondo politico-intellettuale e la società civile. Mentre il primo si scontrava sull’identità svizzera e neutralità, i cittadini comuni invocavano patriottismo, unità…

Allora tutto passava attraverso i giornali: numerosi, in Ticino, e vivacissimi, sanguigni, redatti da forti personalità come Emilio Bossi, Romeo Manzoni, Brenno Bertoni. Erano questi politici- intellettuali a “dare la linea”. Anche i fuoriusciti italiani contribuirono alla discussione: si pensi a Giuseppe Rensi, Angelo Oliviero Olivetti, Enrico Bignami. Articoli e polemiche diventavano poi argomenti di dibattito in Gran Consiglio. Qualche voce, anche autorevole, si levò per chiedere se di fronte alla sordità dell’“orso bernese” valesse ancora la pena dirsi svizzeri. Ma furono voci isolate, subito zittite. Nel novembre del 1918 le truppe ticinesi inviate oltre Gottardo per eventualmente contrastare gli scioperanti furono accolte da grida di benvenuto: «Evviva la Svizzera! Evviva il Ticino!».

Il 3 agosto 1914 l’Assemblea federale dichiarò lo stato d’emergenza e concesse i pieni poteri al Consiglio federale. Come reagì l’opinione pubblica alla “sospensione” della democrazia?

La questione riguardò soprattutto i socialisti, posti di fronte al dilemma se accettare o no il regime dei pieni poteri. La corrente antimilitarista era ben radicata nel partito, soprattutto nelle regioni dell’arco giurassiano. L’economia di guerra permise al governo di allargare e potenziare i suoi poteri, sia nell’approvvigionamento delle derrate alimentari sia nel campo dell’informazione. Il fatto è che il regime di pieni poteri fu mantenuto anche a guerra finita, la sospensione della democrazia faceva comodo...

Nell’estate del 1917 venne alla luce uno scandalo che provocò le dimissioni del consigliere federale Arthur Hoffmann, radicale e germanofilo…

Sì, il capo del Dipartimento politico Arthur Hoffmann fu protagonista, assieme al leader socialista Robert Grimm, di un’iniziativa che avrebbe permesso alla Germania di chiudere il fronte russo. Quando fu scoperta mandò su tutte le furie i filo-francesi, confermando la concezione della neutralità a geometria variabile, coltivata non solo da buona parte delle autorità civili e militari federali, ma anche dai vertici dei socialisti svizzeri.

La neutralità si manifestò positivamente quando la Svizzera divenne “ospedale d’Europa” e dando asilo a oltre 4.000 profughi.

Certo, la Svizzera ritornò alla missione che Henry Dunant le aveva assegnato dopo Solferino, di associare al concetto di neutralità quello di umanità: soccorso ai profughi e agli orfani, aiuto medico ai feriti, piattaforma di scambio dei prigionieri di guerra. Scampata agli orrori della guerra, il nostro Paese poté di nuovo proporsi come il buon samaritano dell’Europa devastata. Ma la guerra aveva favorito il passaggio dalla neutralità integrale alla neutralità differenziata. Il risultato fu, nel 1920, l’adesione alla Società delle Nazioni, scelta trainata dai Cantoni lati- ni, con in testa il Ticino.


Il ritratto di Orazio Martinetti

Storico e giornalista (da direttore di “Cooperazione” a Rete Due), Orazio Martinetti (1955) ha pubblicato vari saggi di storia socio-economica e sui rapporti tra il Ticino e la Confederazione: “La matrigna e il monello” (2001), “Fare il Ticino” (2013) e quest’anno “Sul ciglio del fossato. La Svizzera alla vigilia della grande guerra”, tutti editi da Dadò.

Orazio Martinetti con il suo saggio "Sul ciglio del fossato. La Svizzera alla vigilia della grande guerra"(ed. Dadò).