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INTERVISTA
MARINA MASONI

La moda, un'impresa!

Marina Masoni, presidente di Ticinomoda, illustra il ruolo trainante delle aziende dell’abbigliamento nell’economia cantonale e mette in guardia dalla crescente diffidenza verso “chi fa impresa”.

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SANDRO MAHLER
20 novembre 2018
Marina Masoni:  «La guerra dei dazi in atto rischia di fare molto male alle aziende svizzere che vivono d'esportazione».

Marina Masoni: «La guerra dei dazi in atto rischia di fare molto male alle aziende svizzere che vivono d'esportazione».

MARINA MASONI

IL RITRATTO

Marina Masoni, classe 1958, avvocato e notaio, è stata dal 1995 al 2007 la prima donna a ricoprire la carica di Consigliera di stato del Canton Ticino, alla direzione del Dipartimento delle finanze. È presidente di Ticinomoda, l’associazione che dal 2005 ha sostituito la storica Associazione fabbricanti ramo abbigliamento.

Marina Masoni, come sta il settore della moda in Ticino?
Metasettore, tecnicamente parlando, poiché la moda coinvolge attività non solo attinenti a uno specifico settore, come il tessile o l’abbigliamento, ma anche a svariati altri. Faccio un esempio: se parliamo della logistica, ci riferiamo automaticamente anche al settore dei trasportatori. L’estrema diversificazione è per altro presente anche nelle attività delle singole aziende legate alla moda: abbiamo produzione, creazione e progettazione, gestione dei marchi e logistica integrata di livello avanzato.

Detto questo, come sta il metasettore della moda? Fanno notizia, da qualche tempo, soprattutto partenze o parziali trasferimenti di manodopera da parte di alcuni grandi marchi internazionali.
Purtroppo la percezione pubblica di queste situazioni contingenti, comunque reali, è determinata da una gestione della comunicazione diciamo perfettibile. Un’azienda in particolare, di cui si è parlato e scritto molto, era arrivata in Ticino oltre vent’anni fa con 12 persone ed è cresciuta fino a 900 impiegati. Poi, è vero, 150 verranno trasferiti. Sono tanti e anche di medio o alto livello, ed è chiaro che non è una buona notizia. Ma sul territorio ne rimangono pur sempre 750. Essere troppo malevoli rispetto a situazioni simili è ingeneroso, perché parliamo di aziende che sono state per decenni ottimi contribuenti, offrono molti posti di lavoro e restano molto impegnate nell’ambito della formazione.

Al vostro metasettore appartengono alcune centinaia di imprese, ma soltanto una trentina risulta affiliata a Ticinomoda. Perché?
Il dato può ingannare. In realtà quelle 30 aziende rappresentano circa 4.500 dei 7-8.000 dipendenti totali, ovverosia i tre quarti. Siamo quindi assolutamente rappresentativi, anche in termini di cifra d’affari. Ma Ticinomoda, in quanto classica associazione professionale svizzera, si contraddistingue soprattutto per la sua funzione protettiva. Chi si affilia consente infatti alla propria manodopera di beneficiare di uno dei due contratti collettivi di lavoro – quello della produzione e quello degli impiegati di commercio, comprensivo della logistica – la cui salvaguardia è per noi un compito prioritario. Va detto che in questo siamo favoriti dal fatto che le nostre affiliate credono molto nel contratto collettivo e nella collaborazione tra aziende e sindacato: elementi importanti del modello svizzero.

È un modello che continua a soddisfarla?
Se parliamo di condizioni quadro si apre un capitolo centrale. La sicurezza, i trasporti e la garanzia del diritto sono pilastri fondamentali e ineguagliabili. Ma vanno anche rilevati altri aspetti. Uno è quello fiscale: da quindici anni siamo fermi, mentre tutti i Paesi attorno a noi si sono mossi. Su quel fronte abbiamo perso diverse posizioni, e mi riferisco anche alla graduatoria ticinese rispetto agli altri Cantoni.

Questo traduce l’aperto auspicio di una minor pressione fiscale? Lei da Consigliera di stato aveva presentato i quattro pacchetti che avevano progressivamente portato l’aliquota per le persone giuridiche dal 13 al 9% attuale.
La necessità di un ulteriore abbassamento è evidente e la richiesta è legittima. Non mi spingo fino a fissare delle cifre, ma siamo d’accordo tutti che il 9% è troppo perché non regge più nemmeno a livello intercantonale. Inoltre, presto decadrà il sistema di tassazione sulla cifra d’affari e si dovrà rivedere il sistema di tassazione anche a livello federale. Purtroppo il popolo – per fortuna non quello ticinese – ha appena respinto la Riforma III dell’imposizione delle imprese e si va ora verso una soluzione alternativa che considero troppo blanda. Ma è il contesto ancora più ampio che mi preoccupa.

A che cosa si riferisce?
A quel protezionismo, dilagante in tutto il mondo, che per la Svizzera è oltremodo penalizzante. La guerra dei dazi in atto rappresenta un limite enorme e rischia di farci molto male, in quanto piccola nazione. Le nostre aziende, come molte aziende svizzere, vivono d’esportazione, e in questo senso pesa anche la forza del franco. Restando in Ticino, non posso poi dimenticare la dose crescente di “primanostrismo” e il problema della mobilità, compresa la questione della tassa di collegamento: una spada di Damocle che per molte aziende del nostro territorio continua a rappresentare una minaccia. Siamo insomma di fronte a tanti elementi che, uniti, determinano condizioni quadro certamente non ottimali. In più, constato che l’orientamento sembra quello di non voler migliorare una situazione già deteriorata. Nel clima politico odierno, purtroppo, vedo poco margine poiché manca il consenso.

Perché, secondo lei?
C’è uno spirito di profonda diffidenza verso chi fa impresa; si è diffuso in tutta Europa e qui da noi si esprime in maniera molto, troppo marcata. In un contesto regolato da contratto collettivo e ben controllato come quello del nostro metasettore, ad esempio, un singolo caso di “dumping” viene purtroppo generalizzato, così sembra che le eccezioni siano la regola. Quando emergono situazioni non conformi, spesso è per merito di controlli effettuati congiuntamente da datori di lavoro e sindacati. Quindi, stiamo parlando di un mondo che in grandissima parte è corretto e si sforza di esserlo, perché si è organizzato in modo sano. A maggior ragione, quindi, non si giustifica questa imperante cultura del sospetto.

Qualcuno potrà obiettare parlando di un altro tema sensibile: il frontalierato, con i suoi effetti a più livelli.Nel complesso
del metasettore, è vero che l’incidenza dei frontalieri è alta, anche per motivi storici. È, ed è stata, una delle condizioni quadro importanti per lo sviluppo della “fashion valley”. Il Ticino dà quindi molto alle regioni oltre confine in termini di benessere e lavoro, ma la moda ha dato e continua a dare molto anche al Ticino come gettito, indotto e anche posti di lavoro per residenti: non possiamo guardare un solo lato della medaglia. Per contrastare questa diffidenza di fondo, a noi non resta che intensificare gli sforzi negli ambiti che ci competono.

Come?
In primo luogo puntando sulla formazione. Sappiamo che bisogna offrire “capitale umano” preparato e aggiornato, proveniente dal territorio. Perciò offriamo formazione generale e di base con la Camera di commercio, abbiamo realizzato un “Certificated of advanced studies” in collaborazione con la Supsi e a gennaio prenderà avvio il Master per i quadri medio-superiori; uno sforzo molto importante compiuto in stretta e fruttuosa collaborazione con le nostre aziende e la Supsi stessa. Senza dimenticare la formazione offerta da istituti come la Scuola specializzata superiore di abbigliamento e design della moda e la Scuola d’arti e mestieri della sartoria. Inoltre, stiamo cercando di favorire, in particolare per gli apprendisti di commercio, nuovi orientamenti specialistici nella logistica adatti ai bisogni delle aziende della moda.

E verso l’esterno?
È chiaro che nessuno può garantire il successo nel caso venissero progressivamente migliorate le condizioni quadro così come da noi auspicato, ma dobbiamo assolutamente sensibilizzare il mondo politico circa le conseguenze certe dell’immobilismo. Dobbiamo ricordarci, e ricordare a tutti, che aziende come quelle attive nel nostro metasettore hanno già dato tanto e tanto possono continuare a dare al Paese.