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«La poesia illumina il buio»

In occasione della Giornata internazionale della poesia (21 marzo), Alberto Nessi ci parla dei suoi versi e autori preferiti, di valore etico e di come frenare la marginalizzazione dei testi poetici nella scuola e nella società.

13 marzo 2018

Alberto Nessi, classe 1940, Gran Premio svizzero di letteratura 2016.


L'intervista

TESTO: ROCCO NOTARANGELO – FOTO: SANDRO MAHLER

Quale poeta, quale raccolta di poesie sta leggendo in questi giorni?
Sto saltando qua e là, da un verso all'altro da Wordsworth a Shelley, poeti inglesi in traduzione, e beccuzzo come fa un passero in cerca di nutrimento in un giardino d'inverno.

Lei ha scritto: «Leggere poesia è un po' come essere innamorati: ci rende benevoli (…) ben disposti verso il mondo». 
Sì, uscire da sé stessi per andare verso l'altro, verso il mondo. Si potrebbe anche usare l'immagine della neve: la poesia vera è come la neve che dà un volto nuovo alle cose, trasfigura il paesaggio consueto. Ed è vero che ha a che fare con l'etica. Brodskij crede che «…per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l'ha letto mai». Però, un altro grande poeta, Giacomo Leopardi, nel “Dialogo di Timandro e di Eleandro”, dice pressappoco che sì, la poesia lascia nell'animo un «tal sentimento nobile» che per mezz'ora gli impedisce di «ammettere un pensier vile e di fare un'azione indegna»; ma, precisa, questo effetto benefico dura mezz'ora soltanto. Quindi ridimensiona il potere che ha la poesia sull'uomo.

In realtà, tante sue poesie, come quelle dell'ultima raccolta “Un sabato senza dolore” (ed. Interlinea), mostrano, le ferite, il disagio dell'esistenza, dove la speranza è un «fioco lume»…
Se uno si guarda intorno non può non avvertire l'infelicità della condizione umana: il male prevale sul bene. Ma nelle mie poesie non c'è solo il nero: una sezione della mia ultima raccolta è intitolata “Il buio e il petalo”. Perché il tessuto della vita non è a tinta unita ma a chiaroscuro. E la poesia è un fiammifero che illumina il buio e trasfigura anche le cose dolorose.



In “Scrivere una poesia”, dell'ultima raccolta, lei confessa in versi: «è un po' come ballare un tango / si dev'essere in due, cinger la vita / non fare il passo più lungo della gamba (…)». Perché l'ispirazione poetica ha le movenze del tango?
È un parlar figurato, per dire che il linguaggio poetico è musicale e che il poeta ha a che fare con l'altro («essere in due», «cinger la vita»), deve saper inseguire appassionatamente il reale senza parlarsi addosso narcisisticamente; «non fare il passo più lungo della gamba» cioè usare le parole giuste e il metro adeguato; «assecondare l'onda dentro l'ombra / dove pulsa il sangue» e dunque avvicinarsi al movimento della vita.

Lei ha scritto poesie, racconti e romanzi. Si sente più poeta o narratore?
Mi piacciono le contaminazioni: talvolta mi sento poeta quando racconto, e narratore quando scrivo una poesia. Per la poesia seguo il filone della modernità che parte da Baudelaire e, per l'Italia, passa da Gozzano, scavalcando le avanguardie, attraversa Pavese, ­Sbarbaro, il Caproni dei Versi livornesi , Raffaello Baldini e arriva a Giorgio Orelli, per fare solo qualche nome in modo disordinato.

Molte sue poesie evocano la poesia-racconto di Cesare Pavese, punto di riferimento della sua formazione letteraria.
È vero, Pavese è stato uno degli autori che ho scoperto e amato nella mia adolescenza, ma i miei componimenti sono in versi e non in prosa. Spesso sono ambientati in un luogo concreto, come solitamente i testi narrativi, ma per far sì che siano poesia le parole devono essere combinate in modo musicale e ritmico: il risultato dovrebbe essere un testo fresco. Ma di questo solo il lettore può essere giudice.

Quali sono i versi più riusciti di una poesia a cui è affezionato?
Citerei i versi di “Non dire”, dalla raccolta Ladri di minuzie (ed. Casagrande), per la loro dolorosa attualità: “Non dire patria se l'ombra della pietra / non offre asilo all'anima errante / di chi fugge da silenzi di morte / verso una parola che non mente”.

Lei è stato per tanti anni insegnante. Chi erano i poeti che leggeva ai suoi allievi?
Presentavo le poesie che piacevano a me. Una delle condizioni perché l'insegnamento sia efficace è amare ciò che si propone. Quando insegnavo alle elementari avevo raccolto in un piccolo classificatore testi poetici per le varie classi: c'erano poeti italiani del Novecento, ma anche liriche di poeti stranieri, come gli antichi poeti cinesi.

Oggi, la scuola – a parte qualche volenteroso docente - sembra abbia relegato la poesia a letteratura di serie b. È d'accordo?
Tutto dipende dall'insegnante. La scuola è specchio della società, oggi dominata dalla tecnologia e dall'economia utilitaristica; ma ciò che più arricchisce nella vita sono le arti, le materie umanistiche.

Qual è la poesia, i versi che ricorda ancora a memoria, imparati sui banchi di scuola?
Ricordo frammenti di poesia, come motivi musicali, che ho letto per conto mio, non imparati sui banchi di scuola. Per esempio: Signorina Felicita, a quest'ora scende la sera… di Gozzano, Mi ha condotto a sentir la sua banda… di Pavese, Anima mia leggera, va' a Livorno, ti prego… di Caproni, Brindo alla vostra salute,/ bergamaschi che avete fatto il mio fieno… di Giorgio Orelli, Le pré est vénéneux mais joli en automne… di Apollinaire, eccetera.

I lettori di poesia sono oggi una nicchia, una specie in via d'estinzione. Nonostante le pubblicazioni, i media e il festival Poestate a Lugano. Che cosa fare per ampliare, sensibilizzare il pubblico dei lettori?
I festival servono a poco, frequentati dalla confraternita dei poeti e dai loro amici. Bisognerebbe saper incantare le persone comuni e coltivare la virtù dell'attenzione per la parola disinteressata che, per mezzo della callida iunctura, cioè il costrutto attento delle parole, di cui parla Orazio, trasforma il notum in novum. Bisognerebbe cominciare ad amare la poesia sui banchi di scuola, in famiglia, fra amici. Ma anche se ha pochi lettori, la poesia è l'espressione dell'immaginazione e non potrà mai estinguersi, perché risponde a un bisogno primordiale dell'uomo.

C'è anche la responsabilità dei poeti nella marginalità della poesia? Quanti versi criptici, sperimentalismi, metafore per iniziati…
La forma non deve degenerare in formalismo, parente del nichilismo e del solipsismo. Il poeta deve trasmetterci immagini, sentimenti, emozioni, pensieri, musica. In poesia ci sono due pericoli: da una parte si pensa che scrivere versi sia una faccenda semplice, affidata alla spontaneità. Non è così. La poesia è frutto della costruzione mentale, anche se dà l'impressione della naturalezza; è figlia del caso e frutto del calcolo, come dice Octavio Paz. Il pericolo opposto è l'affettazione, la costruzione a freddo, non fondata su qualcosa di vero: una gabbia di parole dalla quale il cardellino della poesia se n'è volato via.

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Alberto Nessi (Mendrisio 1940), insignito nel 2016 del Gran Premio svizzero di letteratura, è poeta e narratore. Tra le sue raccolte di poesie segnaliamo “I giorni feriali” (1969), “Blu cobalto con cenere” (2000), “Ladro di minuzie” (2010) e “Un sabato senza dolore” (2016). Per la prosa: “Terra matta” (1984), “Tutti discendono” (1989), “La prossima settimana, forse” (2008) e “Milò” (2014).