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INTERVISTA
PAOLA DEI TOS-CATTANEO

Movida ticinese da rilanciare

Difficoltà economiche, clienti aggressivi, vicini intolleranti. Paola Dei Tos-Cattaneo, per anni una delle regine della notte nella Svizzera italiana, analizza lo stato attuale della vita mondana locale, contraddistinto da dubbi e interrogativi. Che cosa fare?

TESTO
FOTO
SANDRO MAHLER
03 dicembre 2018

Paola Dei Tos-Cattaneo, classe 1977, per una quindicina d'anni ha collaborato col mondo della notte nella Svizzera italiana.

«No, la Svizzera italiana non è un Paese per vecchi. Però dobbiamo rimboccarci le maniche». Così la pensa Paola Dei Tos- Cattaneo, per una quindicina d’anni, tra il 1995 e il 2010, regina della notte ticinese. Oggi mamma di due bimbi, ha ancora uno stretto legame con chi gestisce la movida “nostrana”. Un settore che, salvo eccezioni, arranca tra difficoltà economiche, problemi di ordine pubblico e vicini sempre più intolleranti. «Siamo scivolati in una sorta di limbo. È giunta l’ora di fare qualcosa per invertire la tendenza».

Partiamo dai luoghi comuni: “In Ticino non c’è mai niente da fare”…
Non corrisponde assolutamente al vero. Certo, ci sono diverse cose da sistemare, non lo si può nascondere.

Lei ha collaborato con il mitico Titanic di Grancia, con il Ral di Lamone, con la Fabrique di Castione. Che ricordi ha?
Amavo la discoteca, e soprattutto ballare. Sono partita come ragazza immagine, cubista, barista. Per poi arrivare a fare la coreografa, l’addetta alle pubbliche relazioni. Erano i tempi d’oro, tra gli anni ’90 e 2000. Ho tanta nostalgia.

Che cosa le manca?
Il contatto umano, l’attesa del weekend, l’emozione di fare conoscenze impreviste. Una volta le ragazze venivano “abbordate” in pista, mentre si ballava. Adesso le vedi e le cerchi sui social network. Capite come ci siamo ridotti?

PAOLA DEI TOS-CATTANEO

IL RITRATTO

«In Ticino, se ordino quattro bibite, spendo 50-60 franchi».

Paola Dei Tos-Cattaneo, classe 1977, è nata e cresciuta a Manno, dove vive ancora oggi. Sposata, ha due figli. Per una quindicina d’anni ha collaborato col mondo della notte nella Svizzera italiana. Per il Titanic di Grancia, il Ral (Pascià) di Lamone, e La Fabrique di Castione. Parallelamente, ha sempre portato avanti l’attività di estetista.

Ce l’ha con la tecnologia?
Credo che abbia spento un po’ di quella magia legata alla vita mondana degli anni ‘90. Si aspettava con ansia il venerdì e il sabato sera. Adesso ci si sente tutti i giorni, con i gruppi di WhatsApp. Si gioca d’anticipo, il concetto di vigilia è quasi sparito. In un contesto “piccolo” come il nostro sono dettagli che fanno la differenza.

A proposito di sparire… I centri delle città sono alle prese con una vera e propria moria di bar. Spesso a causa delle lamentele dei vicini. Che cosa ne pensa?
Lo trovo vergognoso. Se uno va ad abitare in centro, sa che quello è un posto in cui dovrebbe pulsare la vita. È diventata una moda quella di lamentarsi per ogni cosa. E, anche in questo caso, i social hanno le loro responsabilità. Perché amplificano ogni malumore, senza alcun controllo.

Un bar ogni cento abitanti in Ticino. Uno ogni 250, mediamente, nel resto della Svizzera. Cosa serve per vincere la concorrenza in un contesto sovraffollato?
Prima di tutto il proprietario deve essere sul posto, presente. Troppa gente lancia un bar tanto per il gusto di averlo. Inoltre, servirebbe più varietà nell’offerta. Alcuni locali sono troppo stantii nei programmi.

Bar aperti fino alle 3 di notte. La proposta aveva fatto discutere. Si è giunti a un compromesso, con il limite di chiusura alle 2 (le 6 per le discoteche). Giusto così?
Per le autorità è difficilissimo prendere decisioni in un simile campo minato. Da una parte c’è chi vuole prolungare le aperture, dall’altra chi esige la quiete. C’è sempre più insofferenza. È complicato anche portare avanti progetti più locali. A Locarno, qualche anno fa, la città aveva dimostrato apertura verso un’estensione degli orari dei bar. Poi, per vari motivi, è stata costretta a fare dietrofront.

Le discoteche non se la passano meglio. A Gordola alcuni cittadini hanno chiesto alla Rotonda di anticipare l’orario di chiusura.
Non ho parole. A volte gli adulti si dimenticano di essere stati giovani. E torno al discorso precedente. Uno va a vivere accanto a una discoteca e pretende il silenzio. È un controsenso.

Spesso sono più gli schiamazzi all’esterno del locale a disturbare piuttosto che la musica in sé.
Questo è un altro discorso. E richiede una riflessione seria. Oggi noto una maggiore maleducazione di chi frequenta la vita notturna rispetto a una ventina di anni fa. La vita ricreativa è diventata lo specchio di una società in cui ci sono problemi sociali enormi. C’è voglia di scaricare la frustrazione, l’aggressività.

Infatti, un’altra nota discoteca del Locarnese è finita spesso sui giornali, a causa del comportamento di alcuni avventori.
Non capisco la gente che esce di casa per fare casino. Una volta c’è un accoltellamento, un’altra una rissa, un’altra ancora un asino che usa lo spray al pepe. Così mettono in difficoltà i gestori dei locali, che lavorano con passione e sono costretti a far fronte a spese folli per garantire la sicurezza agli avventori.

Oggi, se accade un fatto di sangue, dopo cinque minuti finisce su Instagram o su Facebook…
Ed eccoci di nuovo a discutere di social. Stanno mettendo una pressione enorme sugli esercenti. Perché tutto può essere fotografato, filmato. Uno magari si impegna tantissimo, cura ogni dettaglio. E basta una virgola fuori posto per creare un danno di immagine enorme. Io li capisco quelli che pensano di gettare la spugna.

Come si esce da questa situazione?
Una volta si era più selettivi all’entrata. Nei locali in cui lavoravo io ci si inventava mille scuse per non fare entrare persone potenzialmente sospette. Ci beccavamo insulti, magari. Ma salvaguardavamo la serata. Con la crisi economica, forse, il peso di ogni singola entrata è aumentato.

Si parla di soldi. Turismo della movida nel Mendrisiotto, con ticinesi che sconfinano a Ponte Chiasso per risparmiare. Giustificato?
In parte sì. Non è possibile che in Ticino girino certi prezzi. I gerenti hanno i costi fissi, il personale da pagare e quant’altro. Però col prezzo di un cocktail acquistato a Lugano ne compro tre in Italia. Qualcosa non quadra.

In Svizzera i costi sono più alti.
È una questione di farsi volere bene. In alcuni locali di Milano, con 10 euro mangio e bevo. In Ticino, se ordino quattro bibite spendo 50-60 franchi. Manca la via di mezzo. A volte mi sembra che il gerente miri più all’incasso immediato che alla fidelizzazione della clientela. È un errore grave.

Lei ha due bimbi. Un giorno le chiederanno di uscire alla sera. È già preoccupata?
Un po’ sì. Ma darò loro fiducia. Nonostante tutto io credo nelle nuove generazioni. Proibire non serve a nulla.

Cosa le fa paura, nello specifico?
La droga. E le cattive compagnie, quelle sono difficili da controllare, anche se sei la mamma migliore del mondo.

Cosa dice a chi sostiene che in discoteca ci si debba sballare per forza?
Che è un’assurdità. Io non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti. E non ho mai toccato un goccio d’alcol da ragazzina. Ho iniziato a bere, moderatamente, a 32 anni, quando ero già grande e vaccinata.