X

Argomenti popolari

INTERVISTA
MARIO MATASCI

«Collezionista e gallerista per caso»

La Galleria Matasci a Tenero compie 50 anni e il Deposito a Cugnasco dieci. A colloquio con il fondatore ed enologo Mario Matasci: la sua infanzia a Sonogno, la sua passione per l’arte e i suoi quadri preferiti.

TESTO
FOTO
VIOLA BARBERIS
24 giugno 2019

Mario Matasci, la sua gatta e tanti libri d'arte nel "salotto" del Deposito di Cugnasco.

Signor Matasci, di professione ha fatto l’enologo ed è diventato collezionista d’arte. Esiste una correlazione fra vino e arte?

Oggi si dice che fare vino è un’arte. Sarà anche vero, ma per me l’arte autentica è quella che si vede qui attorno a me, cioè i quadri che creano passione.

Lei è cresciuto con l’arte?

Assolutamente no. A casa mia, a Sonogno in Valle Verzasca, non avevamo neanche l’acqua corrente. Non c’era né un quadro né un libro. Forse c’era una cosa che mi collegava sin dall’infanzia all’arte: ero bravissimo a disegnare. Dalla prima elementare in poi ho sempre avuto un sei in disegno. Invece, in tante altre materie facevo fatica.

Eppure è diventato un grande collezionista. Si ricorda l’acquisto della sua prima tela?

Nel 1968, in un’osteria di Losone, ho incontrato un artista di Basilea, Erwin Sauter. Gli ho comprato l’opera “Madre Coraggio”, esposta qui nel mio deposito a Riazzino-Cugnasco e raffigura una madre sofferente sdraiata per terra. Sauter mi chiese di organizzare una mostra. Così nel 1969 nacque la Galleria Matasci presso le cantine di Tenero. Sono diventato collezionista e gallerista per caso.

«Il dipinto di un bel paesaggio non mi dà emozioni»

Mario Matasci

Un artista in difficoltà e una madre sofferente come soggetto del primo quadro acquistato. Non mi sembra che sia un caso.

Sono molto attratto dalle persone nel bisogno. Mi interessano le persone che soffrono e ammiro coloro che si occupano di chi soffre. Penso ad esempio a chi lavora con gli alienati. Queste persone sono per me i veri eroi dei nostri tempi.

Non vorrebbe vedere ogni tanto un quadro con un bel paesaggio?

No, perché non mi dà emozioni. Se voglio vedere un bel paesaggio apro la porta e guardo fuori, non ho bisogno di appenderlo alla parete di casa.

Quanto è grande la sua collezione?

Ho lasciato alla fondazione alcune centinaia di opere. Per me e le mie due figlie la creazione di una fondazione è stata la scelta giusta per assicurare un futuro alla mia collezione. Quasi in concomitanza con questa scelta ho trovato la soluzione del deposito a Cugnaso, un capannone grazie al quale abbiamo potuto rendere accessibile al pubblico la nostra raccolta d’opere d’arte. Il deposito è aperto ogni domenica pomeriggio. Per me non è importante la grandezza della collezione. Il valore di un museo non dipende dal numero delle opere ma dalle emozioni che trasmette al visitatore.

Lei non è mai andato a fiere d’arte o alle aste. Come acquista le opere?

Tutti gli artisti della mia collezione sono artisti locali o regionali. Carlo Cotti, Ennio Morlotti, Italo Valenti, Giuseppe Bolzani, Cesare Lucchini, Pierre Casè, per citare alcuni. Käthe Kollwitz è un’eccezione. Sono rimasto affascinato da una sua mostra al Kunsthaus di Zurigo e ho voluto comprare qualche sua opera, che rispecchiano la sofferenza e la memoria. Sono quadri contro l’oblio.

Quanto è importante per lei il contatto diretto con l’artista?

Ho conosciuto personalmente la maggiore parte degli artisti della mia collezione; evidentemente non Käthe Kollwitz. Il contatto diretto è molto importante, perché mi permette di capire l’autenticità dell’opera.

Mario Matasci: «Non ho mai ricevuto niente, aiuti finanziari o sussidi».

Torniamo al deposito, dove ci troviamo per questa intervista. In questo spazio ci sono parecchi divani e poltrone. Non è la solita atmosfera di una galleria…

È voluto così ed è molto apprezzato. Deve essere come un salotto nel quale si ha il piacere di sedersi per contemplare le opere. Guardare in piedi opere d’arte è molto faticoso. Dunque ho cercato di creare un luogo accogliente nel quale muoversi, però con rispetto. Per me è un posto quasi sacro. Mangiare e bere non è previsto. Neanche per le aperture delle mie mostre faccio dei rinfreschi, anche se da vinificatore non è nel mio interesse.

Parlare d’arte oggi significa parlare di soldi. Vengono pagate somme stratosferiche per opere d’arte. Cosa pensa di questo sviluppo?

Purtroppo è così. L’arte è diventata pura speculazione, un grande business. Cifre da 100 milioni per un quadro, una follia. Spero che questa moda sia passeggera.

Per tanta gente l’arte figurativa è una passione per persone colte e ricche. Molti hanno paura di entrare in gallerie o in un museo. Come si potrebbero superare queste ansie?

È un problema non facile da risolvere. Personalmente ho cercato di creare uno spazio dove ciascuno possa sentirsi a proprio agio. Qui c’è anche la mia gatta che corre per la galleria.

Fra le tante opere c’è una alla quale tiene particolarmente?

Senz’altro la “Crocefissione” di Louis Soutter. Non cederei questo quadro neppure se mi trovassi in gravi difficoltà. Se invece dovessi indicare l’opera che mi ha scosso di più è “L’altare di Isenheim” di Matthias Grünewald, che si trova a Colmar. Per me è il massimo della pittura.

Oltre alla collezione di opere d’arte possiede una biblioteca con migliaia di volumi d’arte. Ha letto tutti questi libri?

(ride) Molti mi fanno questa domanda. Di solito rispondo: li conosco a memoria. Scherzi a parte. Questi libri sono qua per tutti visitatori. Si possono togliere dagli scaffali lasciando un segnaposto, poi leggerli o sfogliarli e rimetterli a loro posto.

Non possiamo tacere della sua attività professionale con la quale ha fatto fortuna, cioè la produzione di vini. Vuole ricordare un episodio particolare?

Per me la creazione di “Selezione d’ottobre” è stata molto importante. Ho fatto la scuola di enologia a Losanna, dove si vinificava il Pinot nero e mi sono appassionato di questo genere di vino. In Ticino c’era il Merlot, anche se i ticinesi bevevano il Barbera. Lo svizzero tedesco, il turista, era abituato al Pinot nero, al Dôle, etc. Ho capito che dovevamo creare un Merlot che assomigliasse al Pinot nero. Così fu. Ed è stato la nostra fortuna. Con questo vino – possiamo dire ¬ – abbiamo conquistato la Svizzera tedesca. È stata una grande soddisfazione.

E tutto questo senza aiuto esterno?

Non ho mai ricevuto niente, aiuti finanziari o sussidi. Mia mamma diceva sempre: «Fai fuoco con la tua legna». E mio nonno mi ripeteva: «Mario, si può morire di fame, ma pure di indigestione». Questi detti sono stati decisivi per la mia vita, nella quale ho pure avuto tanta fortuna. Pensi, ho trascorso 531 domeniche di fila in questo deposito e nell’ultimo inverno non ho neppure preso l’influenza.

Un’ultima domanda: fra una buona bottiglia di vino e un’opera d’arte quale sceglierebbe?

Non ho dubbi: un’opera d’arte. 


Il ritratto

Mario Matasci, classe 1931, ha frequentato il Papio ad Ascona per poi fare la maturità al Collegio Maria Hilf di Svitto. Formazione da enologo a Losanna; dopo il rientro in Ticino lavora per l’azienda “Vini Matasci” . Ha creato la Galleria Matasci a Tenero e ha organizzato una cinquantina di mostre. Nel 2009 ha inaugurato lo spazio espositivo “Il Deposito” a Cugnasco-Gerra, aperto la domenica dalle ore 14 alle 18, con entrata libera.