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INTERVISTA
FRANCESCO CEPPI

«I bambini hanno una marcia in più»

Il 4 febbraio si celebra la Giornata mondiale contro il cancro. Con Francesco Ceppi, emato-oncologo pediatra al Chuv di Losanna, abbiamo fatto il punto sui successi e sulle prospettive della ricerca nella cura dei bambini colpiti dalla malattia.

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Marius Affolter
28 gennaio 2019

Francesco Ceppi, classe 1980, in uno dei laboratori del Chuv di Losanna.

Già terribile di per sé, il cancro assume una faccia ancora più scura quando colpisce i bambini. E ogni anno sono fra 200 e 250 i nuovi casi pediatrici in Svizzera. «Parlare del mio lavoro non è facile», conferma Francesco Ceppi, emato-oncologo pediatra presso il Centre hospitalier universitaire vaudois (Chuv) di Losanna. «Però lo trovo un peccato ridurlo sempre a “Che triste, poveri bambini malati”».

Intende dire che la realtà non è così tragica come a volte immaginiamo?

I bambini spesso hanno una grande energia. E poi tollerano un po’ meglio i trattamenti rispetto agli adulti. Questo non vuol dire che sia una passeggiata, tutt’altro. Sottoporsi a due anni di cure pesanti non è uno scherzo.

«I bambini tollerano meglio i trattamenti rispetto agli adulti»

Francesco Ceppi

Negli anni ’50 una diagnosi di leucemia, la forma di cancro più diffusa fra i bambini, era praticamente una condanna a morte. Oggi 9 bambini su 10 in Svizzera sopravvivono. Cos’ha permesso di arrivare a questi risultati?

Il reparto di pediatria dell’Inselspital di Berna, quando era diretto da Ettore Rossi, un ticinese, è stato uno dei primi in Europa a proporre trattamenti con il cortisone. Grazie ad essi, diverse leucemie andavano in remissione. Poi ci si è accorti che non era sufficiente e si sono aggiunti altri tipi di cure. Negli anni ’80 e ’90 si è arrivati a un numero di guarigioni quasi insperato, tanto che nel decennio successivo si è iniziato a pensare di poter curare tutti. La realtà non è proprio questa, ma ogni anno si guadagna un po’ di terreno sulla malattia.

Personalmente, cosa l’ha portata a diventare oncologo pediatra?

Quando ho iniziato a studiare medicina ero sicuro di volermi specializzare in pediatria. Non avessi fatto medicina, avrei fatto il maestro. Poi, dopo il primo anno di studi, ho contattato Franco Cavalli per fare un’esperienza con l’Amca (Associazione per l’aiuto medico al Centro America, ndr). Così sono partito per il Nicaragua, dove l’Amca finanzia proprio un servizio di oncologia pediatrica. All’inizio giocavo tanto con i bambini e mi sono subito innamorato della professione, forse anche perché ci sono entrato dalla porta più relazionale e non da quella prettamente medica.

Recentemente è stato a Seattle, negli Stati Uniti, per approfondire alcune nuove terapie. In che direzione sta andando la ricerca oggi?

Negli ultimi anni, per quanto riguarda l’oncologia in generale, si sono fatti due passi avanti davvero importanti. Il primo è la mappatura del genoma umano, che ha permesso di trovare le mutazioni responsabili dei diversi tumori. Questo ha condotto allo sviluppo di tecniche molto più mirate rispetto a prima. Ma nonostante l’entusiasmo iniziale, l’oncologia pediatrica ne ha tratto beneficio solo per pochi tipi di tumore. Non ha insomma portato a un cambiamento radicale.

Parlava però di un secondo importante passo avanti…

Sì, riguarda l’immunoterapia, il campo di ricerca di cui mi occupo. James Allison e Tasuku Honjo, che hanno ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 2018 per il loro lavoro in questo ambito, hanno scoperto che sulla superficie delle cellule cancerose sono presenti degli inibitori, delle molecole che in sostanza dicono al sistema immunitario di non attaccarle. L’idea è quella di riattivare il sistema immunitario del paziente, che è ad ogni modo già responsabile di eliminare alcune cellule del cancro, per far sì che possa attaccarle tutte.

Ha migliorato le prospettive di guarigione anche per i bambini?

I risultati più incoraggianti si sono in realtà ottenuti con un altro tipo di immunoterapia. In questo caso si modificano geneticamente delle cellule del sistema immunitario, rendendole capaci di riconoscere e attaccare il tumore. È stato sperimentato per la prima volta con successo nel 2012 negli Stati Uniti, su una bambina di 7 anni affetta da leucemia linfoblastica acuta. Al momento ne beneficiano soprattutto quei bambini che hanno già avuto tante ricadute o che hanno malattie resistenti ad altre terapie. Siamo solo all’inizio.

L’idea è comunque sempre quella di sfruttare il sistema immunitario per combattere il cancro?

Io dico “ridirigerlo” contro il cancro. L’immunoterapia non è una sola tecnica, ce ne sono tante. Ma per me è una delle soluzioni più eleganti mai sviluppate, perché utilizza qualcosa che è già presente nel paziente. E il grosso vantaggio è che sembrerebbe non avere effetti collaterali sul lungo termine, anche se ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di esserne certi.

In futuro queste tecniche sostituiranno completamente le terapie classiche, come la chemioterapia, la chirurgia o la radioterapia?

Questa è la grande domanda. Probabilmente una combinazione di più terapie sarà sempre necessaria. Se non altro per diminuire inizialmente la massa tumorale. Ma le scoperte scientifiche avanzano molto in fretta e si può davvero sperare che le nuove terapie sostituiscano presto quelle classiche.

Oggi un bambino può davvero guarire dal cancro? O si porta dietro la malattia per tutta la vita?

In genere i trattamenti durano da 6 mesi fino a 2-3 anni. Poi, se tutto va bene – come del resto accade nella maggior parte dei casi – si dice che la malattia è in remissione. In seguito, se per i cinque anni successivi non ci sono ricadute, in genere si è davvero guariti. Un altro discorso è quello relativo al lato psicologico. Nella loro testa hanno davvero voltato pagina?

Giro la domanda a lei: un bambino riesce a lasciarsi alle spalle la malattia, il processo di guarigione?

Uno dei pochi vantaggi conosciuti per i bambini che si ammalano di cancro, e guariscono, è la resilienza. Dopo aver affrontato così tante difficoltà, poi vanno volentieri a scuola, ottengono buoni risultati, spesso riescono anche nella vita. Hanno una marcia in più. Non tutti, ma la maggior parte. Lo documentano diversi studi.

Cosa la colpisce nel suo rapporto con i bambini malati?

Il fatto che vivono nel presente, restando sempre positivi e pieni di energia anche nei momenti più difficili. Per i genitori, il momento in cui si diagnostica un tumore a uno dei loro figli equivale a una catastrofe, non da ultimo perché noi adulti focalizziamo la nostra attenzione sul futuro. Per un bambino, la diagnosi di un cancro al venerdì significa magari non poter giocare la partita di calcio al sabato. A essere importanti, per loro, sono sempre le piccole cose: poter andare a casa il weekend, festeggiare il compleanno del fratellino. E questo fa sì che ci si ricentralizzi tutti e sempre sul presente. Magari sono molto malati, stanno visibilmente male, e il venerdì sera mi dicono: «Francesco, vai a casa a riposarti ché hai lavorato tanto».

Un ricordo in particolare?

Un bambino – sapevo che sarebbe morto di lì a poco – che mi ha detto: «Prenditi cura di te e dei tuoi fratelli». Lui vedeva la morte in faccia e diceva a me di prendermi cura della mia vita.


Il ritratto

Francesco Ceppi, emato-oncologo pediatra nato a Locarno nel 1980, ha svolto i suoi studi di medicina a Losanna. Dopo alcune esperienze cliniche e di ricerca in Nordamerica è tornato a lavorare nella capitale vodese, dove si occupa di leucemie, linfomi e immunoterapia. È sposato e padre di una bambina.