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INTERVISTA
PASCAL COUCHEPIN

«L'Ue sopravviverà ai sovranisti»

Alla vigilia delle elezioni europee, abbiamo incontrato l’ex consigliere federale Pascal Couchepin per conoscere la sua opinione sulla crisi dell’Ue, su Brexit e sul controverso accordo quadro Svizzera-Ue.

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Sandro Mahler
20 maggio 2019

Pascal Couchepin, ex consigliere federale: «L'Unione europea è di gran lunga il partner più importante per la Svizzera».

Pascal Couchepin, le elezioni europee sono alle porte e i venti sovranisti soffiano sull’Ue. Dove sta andando l’Europa?

Contrariamente a tutti i pronostici, da 60 anni a questa parte l’Ue ha saputo sopravvivere a tutte le sue crisi. Anzi, esse le hanno permesso di adattarsi costantemente. Non c’è ragione di credere che le cose non continuino ad andare in questo modo. Ho la certezza che l’Ue sopravviverà anche ai movimenti sovranisti, sviluppandosi. Questo, ben sapendo che motivi di nuove tensioni in futuro non mancheranno e saranno anzi regolari.

Si ha tuttavia l’impressione che i nazionalismi possano sbilanciare il progetto nel suo naturale sviluppo di cooperazione estesa ad ambiti quali asilo, migrazione, giustizia, sicurezza, energia, ambiente e politica estera.

Non amo lo stile dei sovranisti e credo che per ora facciano soprattutto dello “spettacolo”, dell’opposizione da “messa in posa” per i fotografi. Ascolto sempre con curiosità e interesse ciò che dicono i loro leader, ma non riesco a trovarvi dei contenuti. Inoltre, le situazioni nazionali vanno valutate sulla base dei motivi storici, che in qualche modo le possono giustificare. Ad esempio, la Polonia ha una storia profondamente diversa rispetto all’Ungheria. Quanto all’Italia, voi ticinesi siete sicuramente in grado di giudicare meglio di me se la posizione di Salvini sia davvero seria. Fra i sovranisti, per altro, vi sono anche modelli positivi come Alexis Tsipras, primo ministro di un Paese in enormi difficoltà come la Grecia, dimostrando abilità politica e buon senso. Se c’è una crisi europea, secondo me, nasce altrove.

Dove?

Dalle difficoltà dei sistemi social-democratici, che hanno sistematicamente perso terreno negli ultimi anni, salvo riprendersi in taluni casi come in Portogallo, Spagna e Finlandia. L’Ue è in costante movimento e con lei la Svizzera, dove, come ben sappiamo, ciò che conta più di tutto è la stabilità.

C’è motivo di immaginare una prossima adesione svizzera all’Ue?

L’obiettivo della Svizzera nei prossimi decenni non può e non dev’essere quello di aderire all’Unione europea, anche perché nessuno lo auspica veramente, a parte una piccola minoranza. È per contro assolutamente necessario trovare un accomodamento con l’Ue tramite l’accordo quadro istituzionale, perché per noi è il partner di gran lunga più importante. Quando si parla della Cina, si parla di un commercio equivalente a quello del Baden-Württeberg e della Baviera. Se si vuole essere realisti, è chiaro che accordi commerciali solidi e duraturi vanno trovati con l’Ue. E voglio estendere il discorso anche ad un altro grande territorio condiviso.

Quale?

Quello dei valori, che rappresentano un aspetto tutt’altro che secondario. Parlo di democrazia, tolleranza, Stato di diritto. Sono il frutto di un lungo percorso culturale fondato sul Cristianesimo e sull’Illuminismo: capisaldi che non vanno mai dimenticati, le cui radici sono ancora vive e ci uniscono. Infine, c’è la pace perdurante, che per i giovani è del tutto naturale, ma che invece sappiamo essere una condizione storica straordinaria. Si può discutere se l’Unione europea ne sia l’artefice, ma è una riflessione fine a se stessa.

«L’obiettivo della Svizzera non può e non dev’essere quello di aderire all’Unione europea»

 

Siglare l’accordo quadro istituzionale è quindi anche da interpretare come naturale conseguenza storica?

Ritengo innanzitutto sia una buona cosa. È stato lungamente negoziato; all’interno di questo accordo si sono prodotti dei cambiamenti spesso andati a nostro favore. Confido, inoltre, che si possa ancora migliorare su alcuni punti. Ma non bisogna esagerare con le richieste, perché è eccessivo credere che in una negoziazione si possa avere tutto ciò che si desidera. Sarebbe grottesto credere che un piccolo partner come la Svizzera possa imporre dei diktat ad un organismo sovranazionale come l’Unione europea.

La consigliera federale Karin Keller-Sutter ha suggerito di attendere prima la votazione popolare sull’iniziativa Udc contro la libera circolazione, e solo dopo, decidere sull’accordo quadro. Cosa ne pensa?

Se la tempistica lo permette, l’idea mi sembra percorribile. In ogni caso, io sosterrò la posizione del Consiglio federale, qualunque essa sia: la tattica per far approvare l’accordo è una sua responsabilità. Ho letto che il governo ha mandato la bozza di accordo in consultazione dopo che, nel dibattito interno, non è stata trovata una maggioranza favorevole. Mi felicito con il consigliere Cassis per essere riuscito ad ottenere almeno quello. Anche se, è chiaro, sarebbe stato meglio se il Consiglio federale avesse espresso chiaramente un proprio avviso. Credo però che, tutto sommato, la strada intrapresa sia meglio di niente.

Nel caso di un rifiuto, lei ha parlato di «grande vuoto»…

Sì, mi è difficile dire quale sarà la situazione qualora non venisse approvato l’accordo. Ma credo che i “Farage” svizzeri non potranno comportarsi in maniera altrettanto irresponsabile di quello inglese. Credo che l’Udc sia giunta al culmine del suo agire e che il popolo abbia capito che non vi sono alternative all’accordo. Dubito che i democentristi si augurino davvero che l’accordo non vada in porto: ma se ciò succedesse, sono certo che confermerebbero la loro irresponsabilità accusando il Consiglio federale di averlo mal negoziato.

A proposito della Brexit, in un suo intervento sulla stampa inglese, lei ha sconsigliato ai britannici di seguire il modello svizzero degli accordi bilaterali. Perché?

Ciò che sta succedendo adesso in Gran Bretagna è incredibile, ma è nient’altro che il risultato dell’utilizzo di uno strumento cui non sono abituati: la democrazia diretta. Oggi il Regno unito non ha più il tempo di costruire un castello di accordi come il nostro, che ha richiesto anni. Ci vogliono soluzioni più rapide come quella dell’adesione norvegese allo Spazio economico europeo, anche se all’industria britannica, e alle sue esigenze di libera circolazione delle merci, ciò non può bastare. Devono trovare la loro strada e mi sembra di capire che il modello svizzero venga sempre meno considerato come percorribile.

La Germania è un partner insostituibile per la Svizzera e l’era della cancelliera Merkel è agli sgoccioli. Vede dei rischi per il dopo?

Ho sempre ammirato la signora Merkel per le sue capacità tattiche e di tenuta nervosa nei momenti di crisi. Credo che anche dopo di lei continuerà ad affermarsi quella cultura del compromesso che è propria dei tedeschi. Così l’Europa continuerà ad evolvere. Ciò succederà sempre sulla base di una certa confusione; che non è però un crimine, bensì una condizione propria della democrazia.


Il ritratto

Pascal Couchepin ha sconsigliato ai britannici il modello svizzero degli accordi bilaterali con l'Ue.

Pascal Couchepin, classe 1942, è stato consigliere federale per il PLR dal 1998 al 2009, a capo dei dipartimenti dell’economia e dell’interno. Inoltre, è stato presidente della Confederazione nel 2003 e nel 2008. Vive a Martigny (VS), dove è stato sindaco dal 1984 al 1998.